Et. people / 26 Intervista a Luca Marinacci

Il creative director: «La sostenibilità è un asset…da valorizzare in ogni messaggio»

13 Set 2019
Interviste e Ritratti CSR Commenta Stampa Invia ad un amico
Per il fondatore dell'agenzia di marketing Growell «non pensare sostenibile equivale a non pensare». In ufficio ogni relazione va in quella direzione. E, ai clienti, i consigli sono chiari

«La sostenibilità, in ambito ambientale, economico, politico o sociale, a mio avviso si può definire come un argine invalicabile dentro il quale deve muoversi il progresso dell’umanità per salvaguardare il futuro della vita stessa. Credo che non pensare in modo sostenibile equivalga a non avere prospettive, di fatto direi che non fare scelte sostenibili equivalga proprio a non pensare, navigare a vista, brancolare nel buio, non amare la vita in qualsiasi modo si manifesti». Questa la definizione di sostenibilità secondo Luca Marinacci, creative director e fondatore dell’agenzia di marketing Growell.

Luca Marinacci

La tematica del vivere e lavorare sostenibile coinvolge la sua attività? Se sì, perché e come? Ci può fare qualche esempio? 

Ho sempre lavorato molte ore al giorno, forse perché amo il mio lavoro semplicemente… ma è stata una mia scelta, fin dall’inizio, quella di dedicarmi alla mio progetto anima e corpo, e parliamo del 1996. Oggi le cose sono un po’ diverse, è subentrato l’amore per la famiglia, quindi ho ottimizzato il monte ore settimanale rendendolo più sostenibile. Punto però sulla qualità dei rapporti interpersonali: con i clienti, con i collaboratori e con i fornitori. È un altro modo di rendere il lavoro sostenibile, ma non basta… penso che la sostenibilità, a 360°, debba entrare proprio nella vision aziendale e diventare un asset strategico. Qualche anno fa, per la mia società, scrissi questo payoff: “Tra etica ed estetica per una comunicazione sostenibile”. Ero stanco di vedere una comunicazione invasiva e banale, e quindi cercai di darmi un codice etico da seguire, non tanto per i lavori commissionati (spesso condizionati dalle esigenze specifiche dei singoli piani marketing) quanto per la comunicazione della mia attività. Tengo a precisare che il payoff che si lega a un brand non è solo una frase di chiusura, è il marchio verbale e quindi rappresenta il posizionamento dell’azienda sul mercato. Da allora quando si tratta di comunicare una chiusura per ferie, tanto per fare un esempio, la scelta ricade quasi sempre su immagini o grafiche che suscitino una riflessione per l’ambiente o altre tematiche sociali.

Il pericolo di greenwashing ha un certo impatto nel suo campo? Se sì, da quanto tempo è diventato un tema da valutare durante un progetto? Se no, pensa che lo potrà diventare in futuro? 

Al momento non vedo imminente questo pericolo tra i miei clienti, ma lavorando in passato per alcune multinazionali l’ho avvertito in più occasioni. Penso sia una questione di equilibrio: se la comunicazione impatta con una certa forza sull’opinione pubblica. al punto tale da far cambiare abitudini sbagliate o illecite, e tale forza supera di tanto la portata di qualche pratica poco sostenibile dell’azienda, allora, forse, si potrebbe accettare. Ma andrebbe valutato caso per caso. Personalmente ho lavorato a un progetto per una multinazionale del tabacco orientato a sensibilizzare l’opinione pubblica e soprattutto i fumatori a non gettare a terra la rimanenza delle sigarette dopo averle fumate. Penso che la campagna sia stata utile e l’azienda abbia fatto bene ad investire in tal senso, mentre poteva non farlo, visto che, in questo caso, le responsabilità sono individuali.

Secondo lei, chi si occupa di marketing può contribuire allo sviluppo di una società più attenta alla sostenibilità? In che modo?

Certo, io nel mio piccolo ci provo. Mi è stato chiesto, ad esempio, di partecipare al naming e alla realizzazione della declinazione di marchio inRetake, nato per valorizzare le imprese virtuose proprio nell’ambito della sostenibilità. Un progetto ambizioso, figlio della bellissima realtà di volontariato attivo nata a Roma e chiamata Retake. Ho dato piena disponibilità, in quanto penso che valorizzare chi si comporta bene sia fondamentale in questo momento storico. Per troppo tempo i “furbi” nella vita e nel lavoro sono stati un modello da seguire per generazioni di giovani… è ora di passare la mano ai virtuosi, a chi rispetta le persone, l’ambiente e le regole.

Pensa che le tematiche sostenibili possano essere un driver per la sua immagine pubblica (pensando soprattutto al mondo social)? Secondo lei come si potrebbe migliorare la visibilità di questi temi?

Tra i nostri servizi offriamo anche attività di social media management e personalmente consiglio sempre ai miei clienti di puntare alla sostenibilità e di comunicarlo sui propri canali. Il ristorante che usa materie prime a km 0 deve comunicarlo e deve promuovere il suo fornitore che farà lo stesso a sua volta. Tenere pulito lo spazio esterno di pertinenza, e anche un po’ oltre, per le attività di prossimità non può che essere positivo in termini di visibilità e immagine rispetto alla comunità e rispetto ai propri clienti. Smaltire adeguatamente i propri rifiuti e differenziarli e comunicarlo non fa che giovare al brand. Sponsorizzare interventi di recupero di pezzi del territorio per realtà che hanno preso tanto dal territorio non può che essere strategico. Un post con un messaggio sostenibile è molto più condivisibile e le possibilità che diventi virale aumentano in modo esponenziale. Il mio consiglio è il seguente: le aziende di ogni tipo pubblicano un certo numero di contenuti l’anno in occasione di festività, ricorrenze varie e anniversari. Dovrebbero continuare a farlo, ma incorporando nel messaggio elementi di sostenibilità. Io stesso l’ho fatto e i risultati sono ottimi quindi lo consiglio a tutti.

I temi sostenibili stanno entrando o sono già presenti anche nella sua quotidianità privata?

Sì certo. A parte lo smaltimento dei rifiuti e la differenziata che penso sia il minimo sindacale, io e la mia famiglia abbiamo partecipato attivamente ai gruppi Retake di zona. Puliamo, riverniciamo, recuperiamo aree verdi e non solo….Insomma ci diamo da fare quando possiamo, per molte persone più “attive” di me è una vera missione. Penso che sia estremamente formativo per i bambini che, “giocando” a pulire il mondo, imparano a rispettare l’ambiente dove vivono e non solo.

Cecilia Mussi

Un commento

  1. Gentile Luca,
    se le può interessare, da consulente finanziario sto riflettendo sull’etica della Consulenza in ambito finanziario ed in particolar modo sulla responsabilità alla sostenibilità di chi colloca o consiglia strumenti finanziari sostenibili. Etica News ha pubblicato in questo stesso numero il mio contributo.
    Mi piacerebbe avere un suo commento.
    Cordialmente
    Marco Rota
    mrsostenibilita@gmail.com

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