ET.PEOPLE/ 28 INTERVISTA A FLAVIO VILLANI

Il neurologo: «La sostenibilità è un “conflitto”»

25 Ott 2019
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Il primario di neurologia sottolinea come, in campo sanitario, si possa contribuire alla sostenibilità evitando, ad esempio, esami eseguiti in maniera approssimativa. E nella vita di tutti i giorni, il driver principale è l'educazione dei figli

Una lettura della “sostenibilità” da una prospettiva differente, quella in cui il termine stesso «riflette un conflitto». Flavio Villani, direttore dell’Unità operativa di Neurofisiopatologia e Centro regionale per l’Epilessia dell’Ospedale San Martino di Genova, ribadisce la sua visione nello specificare come tale conflitto emerga «tra quanto l’idea di una società giusta vorrebbe vedere realizzato e quanto, al contrario, è realizzabile in base alle risorse disponibili». Secondo il neurologo, però, la “sostenibilità” sottende anche un’aspirazione: «Rendere realizzabile quanto all’apparenza è impossibile da realizzare».

La tematica del vivere e lavorare sostenibile coinvolge la sua attività professionale?

Sì, la tematica del sostenibile è sempre presente nel mio lavoro, che è in campo sanitario e nel pubblico. Due termini che oggi si fa sempre più fatica a conciliare. Il privato non è certo da demonizzare, ma deve essere chiaro a tutti che l’efficienza portata avanti con fini economici si paga al prezzo di una selezione delle patologie da trattare. E questa selezione non si basa sulla gravità, sulla complicazione e sulla rarità, ma proprio sull’esatto opposto. I nostri figli, ma ancora di più quanti già si trovano ad affrontare malattie che richiedono trattamenti ad alto costo (ancor più se rare), rischiano di pagare sulla propria pelle la nostra difficoltà ad agire in modo sostenibile. Le risorse sono ridotte perciò, se vogliamo rendere sostenibile il sistema, dobbiamo cercare di essere virtuosi. E nel mio campo si può essere virtuosi soltanto se si è in grado di riconoscere qualità e appropriatezza.

Ci può fare qualche esempio?

Posso portare due esempi da esperienze raccolte sul campo. Il primo riguarda uno degli esami fondamentali nell’affrontare le malattie neurologiche: la risonanza magnetica. Non è infrequente vedere arrivare nel proprio ambulatorio pazienti carichi di esami eseguiti in modo approssimativo, e di doverli ripetere per ottenere la qualità necessaria a dare una risposta alla domanda di diagnosi e cura. Il risultato finale? Lievitazione dei costi e sovraccarico di lavoro per le strutture (spesso pubbliche) con alti standard qualitativi. Il dimezzamento di questi esami darebbe un grosso contributo alla sostenibilità. Il secondo esempio, sempre nel mio campo di lavoro, riguarda l’applicazione delle terapie. Alcune, infatti, hanno dimostrato la loro efficacia e tollerabilità attraverso studi scientifici controllati, ad esempio il trattamento chirurgico delle epilessie farmacoresistenti. Ma l’applicazione di questa terapia è ancora troppo bassa rispetto al numero di pazienti che la richiederebbero; in Italia il numero di interventi di chirurgia dell’epilessia oscilla tra i 200 e i 300 all’anno: un decimo di quelli necessari. Ma posso citare anche un altro dato numerico collegato a quest’ultimo: la durata media di malattia prima del trattamento chirurgico si aggira, ancora oggi, intorno ai 20 anni. Vent’anni di costi umani ed economici giganteschi. Anche in questo caso, ridurre anche solo della metà questo arco temporale, contribuirebbe in forte misura alla sostenibilità del sistema.

Crede che la sostenibilità possa essere un driver per il suo lavoro?

Lo è. Se vogliamo utilizzare farmaci molto efficaci, ad alto costo, dobbiamo essere in grado di dimostrarne scientificamente l’utilità fuori da ogni possibile dubbio. Questo ci deve spingere a raccogliere dati, a lavorare sempre con un occhio alla ricerca e ad avere un atteggiamento scientifico in ogni momento del processo di diagnosi e cura dei nostri pazienti. Non bisogna accettare fatalisticamente i “no” di un sistema sempre più asfittico dal punto di vista economico. Le istituzioni dovrebbero essere messe in grado di decidere l’impiego delle risorse pubbliche per mezzo di linee guida ineccepibili, basate sulle evidenze scientifiche più avanzate. E laddove non esistano studi controllati e linee guida (cosa che spesso avviene nel caso delle malattie rare) dovrebbero essere gli istituti a carattere scientifico, adeguatamente supportati, a interpretare la realtà in modo oggettivo per dare gli strumenti decisionali a chi ha l’onere delle politiche sanitarie. Compito oggi davvero complesso.

Secondo lei, in che modo chi lavora nel suo campo può contribuire allo sviluppo di una società più attenta alla sostenibilità?

Attraverso il lavoro di tutti i giorni. Personalmente cerco di farlo attraverso la continua, quasi maniacale attenzione agli standard qualitativi di tutte le procedure che vengono effettuate presso la struttura che dirigo.

Pensa che le tematiche sostenibili possano essere un driver per la sua immagine pubblica (pensando soprattutto al mondo social)?

La mia immagine di medico non segue i canali social. Penso che ogni specifica attività debba avere luoghi naturali dove esprimersi, la medicina e la scienza hanno i propri luoghi. Esistono tuttavia ottimi divulgatori che utilizzano i social in modo estensivo. L’importante è che la comunicazione sia corretta. Ma temo che questo non sia sempre garantito.

I temi sostenibili stanno entrando o sono già presenti anche nella sua quotidianità privata?

Nel privato cerco di fare la mia parte attraverso piccoli comportamenti, come l’attenzione verso la raccolta differenziata, l’uso dei mezzi pubblici, l’evitare sprechi di cibo. Ma soprattutto attraverso l’educazione che do ai miei figli. Saranno loro i depositari della mia idea di sostenibilità.

Alessia Albertin

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