et.people/ 18 Intervista a Luisa Galbiati

La startupper: «Sostenibilità è una “cucina condivisa”»

31 Mag 2019
Interviste e Ritratti CSR Commenta Stampa Invia ad un amico
La fondatrice di Solunch parla della piattaforma che promuove la "cucina diffusa". Il progetto tocca molti temi sostenibili, come la sharing economy, l'economia circolare e il welfare generativo

Luisa Galbiati è fondatrice e ceo della startup Solunch, piattaforma online che promuove la “cucina diffusa”. Chi si iscrive, invita a pranzo, a casa propria, altri utenti conosciuti tramite la piattaforma per condividere piatti (e spese). Per Galbiati, che ha fondato la startup dopo aver lavorato per anni come manager in una grande azienda, la sostenibilità ha diversi significati. «Parlando di business, è sostenibile un progetto che funziona economicamente, senza ricorrere a fondi pubblici, ma che presenti un’innovazione sociale di base. Parlando di sostenibilità penso anche al futuro: lo sviluppo economico degli ultimi decenni ci sta dimostrando che non abbiamo pensato abbastanza all’ambiente, alla società. Però un progetto deve anche essere sostenibile in termini di impatto sociale, per chi vi partecipa e per gli utenti finali».

Luisa Galbiati

La tematica del vivere e lavorare sostenibile coinvolge la sua attività di imprenditrice? Se sì, perché e come? Ci puoi fare qualche esempio?

Partirei dicendo che il business non è il male. Ad esempio, il progetto di Solunch, come tutte le startup, ha avuto bisogno di grandi capitali per partire, ma ora si sta evolvendo (anche se siamo alla ricerca di seed fund che ci aiutino nello sviluppo). Però è un’idea con un forte impatto sociale, e qui entra in gioco la sostenibilità. Il nostro è un progetto di sharing economy, a cui aggiungerei anche i principi dell’economia circolare, che entra nel fatto di cercare di sprecare meno cibo, e il welfare generativo (ossia un welfare non basato soltanto su raccolta e distribuzione delle risorse, ma che sia in grado di ri-generare risorse già disponibili, ndr). Invitando qualcuno a casa, facendo cioè qualcosa che si fa tutti i giorni, aiutiamo a migliorare la situazione economica e sociale di altre persone.

Crede che la sostenibilità possa essere un driver per il suo lavoro?

Direi di sì e lo spiego con due esempi. Abbiamo deciso di fondare un’associazione, “cucina diffusa di Solunch”, in cui organizziamo eventi per parlare di inclusione sociale e spiegare come combattere lo spreco di cibo, tra le altre cose. Ora stiamo lavorando su una raccolta fondi a favore di una climate action, si tratta di un progetto per portare nelle scuole proprio tematiche di sostenibilità ambientale.

Pensa che i temi sostenibili possano essere un driver per la sua immagine pubblica? Secondo lei come si potrebbe migliorarne la visibilità?

Ritengo che si dovrebbero fare più programmi a livello nazionale per parlare di queste tematiche, ma so che ci vogliono molti investimenti. Parlando di immagine, l’attenzione mediatica è di pochi mesi e molti startupper parlano di sostenibilità per moda, per business, ma non perché ci credono davvero. Noi ci stiamo ragionando da tre anni perché ci crediamo, facciamo analisi e studi per approfondire la tematica e le strategie da seguire nel nostro progetto.

I temi sostenibili stanno entrando anche nella sua quotidianità privata?

Una sensibilità l’ho sempre avuta, ma analizzando nel dettaglio le problematiche, ora faccio più attenzione. Ho pensato di aderire maggiormente ad idee di sharing economy, con AirBnb per affittare la camera di mio figlio che vive all’estero. L’importante è fare qualcosa, anche in casa, non solo per un ritorno economico, ma anche per uno scambio sociale.

Cecilia Mussi

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