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C’è ancora chi è convinto che la finanza sostenibile e responsabile si debba fare in chiesa. Per contro, c’è ancora chi è convinto che ogni azione di finanza sostenibile e responsabile sia un’attività di marketing, dove marketing è sinonimo di finzione e di pulirsi-faccia-e-coscienza. In mezzo a questi due estremi, c’è chi ha compreso che fare finanza su presupposti anche valoriali è possibile, e c’è chi ha compreso che investire su asset capaci di un risvolto anche sociale è un’opportunità.

Ad accumunare i due fronti – da un lato, quella parte del mondo finanziario che ha iniziato a interiorizzare ciò che prima era il “fare-in-chiesa”; dall’altro, quegli investitori alla ricerca di un’asset class etica – c’è un qualcosa, un elemento qualitativo che va oltre le analisi finanziarie. È un “quid” che supera i concetti di rischio e rendimento, e che rappresenta le fondamenta (o, quanto meno, il mattone portante) di un nuovo modello di società, all’interno della quale si intraveda quel concetto di «mani invisibili che si stringono», così come il principio era stato pensato da Adamo Smith. È un quid che è difficile individuare, contornare, comprendere, senza il rischio di scivolare nei luoghi comuni (la finanza-in-chiesa) o di restare generici e vacui. Eppure, vale la pena avviare il ragionamento su questo tema, poiché questa variabile “nascosta” rappresenta il fattore di moltiplicazione di un modello di socially responsible investing (Sri). È sulla condivisione di questo quid, infatti, che si genera consapevolezza all’interno degli operatori della finanza. Ed è sulla condivisione dello stesso quid che si genera una community tra operatori e investitori.

Per accendere un riflettore su questo argomento, ETicaNews ha realizzato questo dossier giornalistico, attraverso il coinvolgimento di una serie di soggetti distinti in cinque aree di attività: fondi pensione; investitori istituzionali; impact investor; società di reti; associazioni (promotori e consulenti). Ogni “categoria”, interpellata attraverso un questionario, è stata chiamata a evidenziare un punto di vista specifico in base al proprio collocamento lungo la catena del prodotto finanziario. Allo stesso tempo, si è cercato di capire, attraverso una differente analisi più qualitativa, il punto di vista delle parti sociali coinvolgendo Confindustria, Confartigianato, Confcooperative e sindacati.

L’obiettivo del progetto è stato trovare risposta a domande del tipo: Quanto il “valore sociale” dell’investimento Sri è oggi comprensibile e condiviso? Quanto è compreso e condiviso anche all’interno degli operatori? Quanto riesce a incidere effettivamente nella scelta di investimento? Quanto è valorizzato nelle scelte di investimento? A parità di altri parametri, quanto il “valore sociale” è determinante e veicolabile nell’orientare la scelta verso un investimento Sri al posto di un investimento standard?

 

Articolo stampato da: www.eticanews.it
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