il settore criptovalute è tra i più inquinanti al mondo

L’insostenibile pesantezza del bitcoin

8 Giu 2021
Notizie SRI Finance Commenta Invia ad un amico
Il crollo del mercato delle criptovalute e la stretta regolamentare annunciata da Pechino hanno fatto riaffiorare nel dibattito pubblico la questione della loro sostenibilità ambientale e sociale: un tema decisivo per la finanza sostenibile e per il futuro del pianeta

 Lo scorso 21 maggio il governo cinese, in un comunicato stampa del vice premier Liu He, si è detto pronto a prendere seri provvedimenti per mettere le redini al mercato delle criptovalute, la cui offerta globale proviene in gran parte proprio dalla Cina. L’annuncio di Pechino ha affossato ancora di più le quotazioni delle principali valute virtuali, trascinate dallo spettacolare crollo del Dogecoin che proprio il suo principale sponsor, Elon Musk, ha provocato con una battuta al Saturday Night Live (-30% in poche ore). Il valore di un bitcoin, la prima e principale criptovaluta al mondo, è crollato del 47,4% in 10 giorni, dopo aver realizzato nei primi due mesi del 2021 una crescita di oltre il 75%, toccando lo scorso 10 maggio la cifra record di 59 mila dollari (vedi grafico). Una repentina contrazione del mercato che conferma i timori per l’alta volatilità di queste valute sottratte a ogni controllo governativo e i cui rischi per la stabilità finanziaria sono da tempo sotto la lente di esperti e regolatori da Oriente a Occidente. Ma la tenuta del sistema finanziario cinese (e globale) non è l’unica questione sollevata dalle criptovalute.

Accanto ai pericoli per la stabilità finanziaria spiccano quelli legati infatti all’impatto delle criptovalute per la sostenibilità ambientale e sociale. La natura altamente energivora della tecnologia blockchain alla base delle criptovalute costituisce la seconda principale ragione per cui Pechino intende dare una stretta al mercato. Ma prima del governo cinese, a mettere in questione la sostenibilità ambientale delle criptovalute era stato, ancora una volta, il patron della Tesla. In un tweet del 12 maggio, Musk ha dichiarato che la sua compagnia avrebbe smesso di accettare bitcoin per via “dell’impiego crescente di combustibili fossili per le operazioni di estrazione e le transazioni” della valuta virtuale, aggiungendo poi che lo sviluppo di questi nuovi mezzi di pagamento non dovrà avvenire “a un costo molto caro per l’ambiente”. Se l’improvvisa presa di coscienza di Musk sui rischi ambientali del bitcoin ha assestato un colpo ulteriore al suo valore di mercato, quella della sostenibilità Esg delle criptovalute non è tema nuovo per studiosi e organizzazioni ecologiste, che da tempo ne denunciano gli effetti deleteri per la transizione energetica. Vediamo più da vicino quali sono i rischi Esg delle criptovalute.

Fonte: coinmarketcap.com

 

UNA NATURA ENERGIVORA

Le criptovalute sono monete virtuali con effetti molto reali (e negativi) per la sostenibilità ambientale e sociale. Una caratteristica questa che, almeno fino ad oggi, appare intrinseca al loro stesso funzionamento. La tecnologia della blockchain su cui il bitcoin e le altre valute elettroniche si basano richiedono infatti un elevato consumo di energia da parte dei complessi calcolatori e sistemi addetti alla “estrazione” (mining) alla base della loro immissione e transazione sui mercati. Il bitcoin costituisce essenzialmente un sistema di trasferimento del valore privo di un’autorità centrale, basato su un registro digitale aperto e distribuito (la blockchain) in cui le transazioni vengono realizzate e validate dagli operatori che costituiscono i “nodi” della rete, in un processo peer-to-peer.

Ogni transazione in bitcoin genera un “blocco” che si lega ai precedenti attraverso una chiave pubblica crittografata, cioè una sorta di impronta digitale virtuale (hash), che deve essere “riconosciuta” e validata da tutti i computer-nodi della rete. I computer che risolvono per primi gli algoritmi alla base di queste “impronte digitali”, permettendo la transazione, vengono premiati attraverso una percentuale di bitcoin. Sono proprio le multiple e complesse operazioni svolte da questi computer e la competizione fra diversi “estrattori” di bitcoin nel network che rendono la transazione e produzione di bitcoin particolarmente energivore. Con lo sviluppo del mercato dei bitcoin e dei relativi algoritmi, si è passati infatti da “estrattori” singoli, a veri e propri aggregati di sistemi computazionali operanti in simultanea (mining pool), di dimensioni e potenza sempre più ampie, che dominano il mercato.

L’IMPATTO AMBIENTALE E SOCIALE

Oggi più del 65% del potere “estrattivo” di bitcoin si concentra in Cina, dove il basso costo dell’elettricità e la sua disponibilità, hanno reso questo business particolarmente profittevole. Il problema è che l’industria del bitcoin mining mantiene alta la domanda di carbone e combustibili fossili nel Paese, essendo queste le fonti energetiche al momento in grado di soddisfare la crescente richiesta del settore. Per questo il governo cinese ha preso di mira il mercato dei bitcoin come questione cruciale anche per le proprie politiche energetiche e ambientali: il soddisfacimento della domanda di energia da parte dei mining pool appare sempre più incompatibile con gli impegni governativi per una riduzione delle emissioni. Ma la “fame” di energia dei bitcoin sta ostacolando la transizione ecologica anche in altre parti del mondo. Ad esempio, nel 2018 il governo australiano ha fatto riaprire una centrale a carbone fra le più inquinanti proprio in risposta allo sviluppo di sistemi di mining pool per le transazioni dei bitcoin.

Una ricerca del 2019 aveva stimato che le operazioni di estrazione e transazione dei bitcoin producano almeno 22,9 milioni di tonnellate di Co2 all’anno: l’equivalente di tutte le emissioni annuali di Paesi come lo Sri-Lanka o la Giordania. Più di recente, il Cambridge Bitcoin Electricity Consumption Index ha stimato che l’impronta di carbone annuale raggiunta dall’industria dei bitcoin è arrivata ad equivalere a quella dell’intera Argentina. L’energia richiesta dall’intero mercato dei bitcoin è maggiore di quella consumata da alcuni Paesi industrializzati, come la Svizzera o la Danimarca: per avere un termine più immediato, l’elettricità impiegata per una transazione di bitcoin potrebbe rifornire 20 abitazioni per un giorno intero. In un articolo apparso su Nature, un team di ricercatori ha mostrato che le sole emissioni prodotte dal mercato attuale dei bitcoin potrebbero da sole provocare un aumento delle temperature pari a due gradi entro il 2034.

Una prospettiva futura per un mercato sostenibile delle criptovalute è rappresentata dallo sviluppo di tecnologie per il loro efficientamento energetico e, soprattutto, sul ricorso a fonti rinnovabili per alimentare i sistemi di bitcoin mining. Ad esempio, la criptovaluta Ethereum ha sviluppato un metodo crittografico alternativo a quello impiegato nella tecnologia bitcoin, ad oggi quella dominante, con l’obiettivo di ridurne i consumi energetici. Tuttavia, fino a quando il settore dei combustibili fossili offrirà prezzi più bassi e maggiori disponibilità a soddisfarne la domanda, difficilmente l’industria del bitcoin si avvierà verso una transizione verde. Inoltre, proprio il carattere decentralizzato del sistema e la mancanza di una sua regolamentazione pubblica rendono attualmente difficile tracciare gli approvvigionamenti energetici degli “estrattori” di bitcoin.

Tuttavia, anche ammesso che volumi crescenti di transazioni di bitcoin possano essere sostenute dalle rinnovabili, si pone un ulteriore problema di natura sociale. In questo caso volumi significativi e crescenti di energia prodotta dalle rinnovabili verrebbero dirottati per alimentare l’industria dei bitcoin, piuttosto che fornire elettricità per l’economia reale e la collettività. Che quantitativi sempre maggiori di energia finiscano in un settore legato alla speculazione nei mercati finanziari, la cui utilità collettiva appare oggi dubbia, appare come una questione decisiva per valutare la sostenibilità delle criptovalute anche sul versante “sociale” dei fattor Esg.

Giuseppe Montalbano

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