La spesa green degli italiani sfiora gli 8 miliardi di euro

18 Set 2020
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Nel 2019 la spesa green degli italiani è arrivata a sfiorare gli 8 miliardi di euro. Lo rivela la fotografia sulle abitudini di spesa dei consumatori scattata dalla settima edizione dell’Osservatorio Immagino, realizzato da Nielsen e GS1 Italy che, come si legge sul sito, è «una delle 114 organizzazioni non profit GS1 attive in 150 paesi nel mondo che promuovono l’utilizzo degli standard GS1».

La ricerca ha incrociato le informazioni riportate sulle etichette dei circa 112mila prodotti di largo consumo digitalizzati a dicembre 2019 dal servizio Immagino di GS1 Italy su ingredienti, tabelle nutrizionali, loghi e certificazioni, claim e indicazioni di consumo, con le rilevazioni Nielsen su venduto (retail measurement service), consumo (consumer panel) e fruizione dei media (panel TV – Internet).

Secondo lo studio, sono quattro i grandi temi in grado di toccare la sensibilità del consumatore: responsabilità sociale, rispetto degli animali, management sostenibile delle risorse e agricoltura e allevamento sostenibili. I prodotti dotati di confezioni compostabili, infatti, sono cresciuti del 55,9%, quelle con meno plastica o biodegradali del 21%, quelle con richiami alla riduzione delle emissioni di CO2 del 19,1% e quelle a basso impatto ambientale del 13,5 per cento.

Sono aumentati anche i consumi di prodotti agricoli con un richiamo a un minore impatto ambientale o a modalità di allevamento sostenibili: quelli con diciture «senza antibiotici» del 62%, «ingredienti 100% naturali» del 9,7%, e quelli con informazioni precise riguardanti la tracciabilità del 14,7 per cento. Lo stesso vale per i prodotti attenti alla sostenibilità e alla responsabilità sociale: i prodotti con certificazioni Utz (etichetta che identifica l’agricoltura sostenibile) sono cresciuti del 16,2%, e quelli con certificazione Fairtrade dell’8,5%.

Il riferimento diretto alla tutela degli animali, invece, sembra sortire meno effetti rispetto agli anni scorsi: i prodotti che esplicitano «cruelty free» sulle proprie confezioni e hanno accusato una riduzione delle vendite dello 0,3 per cento.

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