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Attenzione al trust come Ente terzo settore

Contributi 11 Gen 2018 Risparmio SRI Commenta Commenta Stampa Invia ad un amico

La professoressa Cenini esplora l'opportunità, prevista dalla riforma, di iscrivere anche i trust al registro degli Enti del terzo settore. Ma, in questo caso, avverte la giurista, si rischia di perdere «le caratteristiche di flessibilità e snellezza»

sriIl 3 agosto 2017 è entrato in vigore il d.lgs. 3 luglio 2017, n. 117, che ha introdotto il cd. Codice del Terzo Settore e così previsto un’organica disciplina degli enti che operano in svariati settori dell’Economia sociale, dalla cultura all’ambiente fino alla sanità ed all’housing sociale, e che finora erano disciplinati da singole leggi speciali.

La definizione di Enti del Terzo settore contenuta nell’art. 4 prevede un’elencazione non tassativa, comprendendo sia le organizzazioni di volontariato, le associazioni di promozione sociale, gli enti filantropici, le imprese sociali, le associazioni, le fondazioni, ecc., ma anche “gli altri enti di carattere privato diversi dalle società costituiti per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale mediante lo svolgimento di una o più attività di interesse generale in forma di azione volontaria o di erogazione gratuita di denaro, beni o servizi, o di mutualità o di produzione o scambio di beni o servizi, ed iscritti nel registro unico nazionale del Terzo settore”.

Gli interpreti hanno sottolineato come il legislatore abbia recepito le indicazioni contenute nel parere della Commissione Affari sociali della Camera dei Deputati espresso nella seduta del 23 giugno 2017 ed abbia dunque dato la possibilità ad enti diversi da associazioni e fondazioni di essere iscritti come ETS, purché  gli stessi non abbiano forma societaria; in particolare, è possibile iscrivere come ETS anche i trust, sebbene essi non siano propriamente classificabili come “enti”. Tuttavia, come si specificherà a conclusione di questo contributo, va valutata con attenzione l’opportunità di intraprendere questa strada, in quanto si rischia di perdere alcune delle caratteristiche di maggiore efficienza legate a questo istituto.

In Italia non sono infrequenti i trust istituiti per uno scopo di utilità sociale, i quali ricalcano il modello del trust di scopo.

Nell’ordinamento inglese, i trust di scopo sono trust senza beneficiari individuati e sono validi esclusivamente se perseguono scopi “charitable”; in questo caso, il compito affidato al trustee va dunque a vantaggio di una generalità di soggetti. Le Charities sono iscritte in un registro e sono soggette alla vigilanza della Charity Commission, la quale ha anche legittimazione attiva alle azioni per inadempimento del trustee.

Il Charity Act del 2006 ha ridisciplinato interamente il fenomeno, che in Inghilterra ha dimensioni tutt’altro che irrilevanti: secondo una stima della stessa Charity Commission ci sono più di 160.000 Charities iscritte nei registri e il reddito del settore supera i 70 miliardi di sterline.

La riforma del 2006 ha definito quali scopi possano essere considerati “charitable”; essi spaziano dal soccorso ai poveri, al sostegno all’istruzione e alla religione, al sostegno alla salute fino a scopi quali la tutela e valorizzazione dell’arte e cultura, della scienza, dei diritti umani, dell’ambiente, ecc. (cfr. sect. 2.2. del Charities Act 2006). In Inghilterra, solitamente questi trust hanno durata illimitata.

Anche altre legislazioni straniere prevedono la costituzione di trust di scopo e ne disciplinano gli aspetti salienti, tra cui in particolare la legittimazione attiva in caso di inadempimento del trustee. Alcune giurisdizioni, prevedono la possibilità di istituire trust per uno scopo non “charitable” e trust “misti”, per beneficiari e per uno scopo.

In Italia, si è ricorso ai trust di scopo per la realizzazione di progetti specifici quali la costruzione di un nuovo padiglione di un ospedale, di un asilo nido, per gestire le operazioni di microcredito e, più recentemente, per soccorrere e fornire assistenza ai terremotati di Accumuli e Amatrice. Inoltre, la creazione di trust di scopo non è infrequente anche per finalità collegate alla tutela, manutenzione, conservazione e valorizzazione di beni culturali. In molti di questi casi, prima dell’emanazione del Codice del Terzo Settore, i trust hanno anche ottenuto la qualifica di Onlus e così beneficiato delle agevolazioni fiscali previste dal d.lgs. n. 460 del 1997.

In queste ipotesi, la scelta di costituire un trust di scopo e non una fondazione è apparsa preferibile da diversi punti di vista: la struttura del trust non è soggetta ai controlli pubblici previsti per le fondazioni, ma è governata dalle indicazioni contenute nell’atto istitutivo e determinate dal settlor, il che garantisce flessibilità all’istituto; inoltre, dato non indifferente, nel momento in cui si è realizzato lo scopo, le procedure di liquidazione sono state estremamente più semplici.

I trust istituiti per uno scopo di utilità sociale e per finalità di tutela dei beni culturali potranno dunque essere iscritti come Enti del Terzo Settore e avvantaggiarsi della disciplina prevista dal codice, con particolare riguardo alle agevolazioni fiscali ed alle misure di promozione e sostegno degli ETS; tuttavia, va rilevato che il Codice prevede anche una disciplina articolata per quanto riguarda ad esempio l’iscrizione degli enti nel registro degli ETS; la devoluzione del patrimonio in caso di scioglimento; l’obbligo di tenuta di un bilancio di esercizio. Pertanto, per quanto riguarda i trust, deve essere valutata con attenzione l’opportunità di procedere all’iscrizione come ETS al fine di non perdere le caratteristiche di flessibilità e snellezza che tale strumento giuridico garantisce.

Marta Cenini

Of Counsel e Chief Knowledge Officer di DLA Piper

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