Alle "Giornate", la missione scomoda del Terzo settore

Bertinoro, dal caos al logos

24 Ott 2018
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L’intelligenza artificiale al centro delle Giornate di Bertinoro promosse da Aiccon. Tra la società narcisista e il non profit postmoderno, occorre ritrovare il senso dell’umanesimo per contrastare il lato oscuro dell’algoritmo

Cosa distingue ciò che è umano da ciò che non lo è? Questa la domanda di Stefano Zamagni agli oltre 300 partecipanti della 18esima edizione delle Giornate di Bertinoro per l’Economia Civile, tradizionale appuntamento ottobrino di Aiccon, centro studi dell’Università di Bologna guidato da Paolo Venturi, intitolato “La sfida etica nella IV Rivoluzione Industriale”. Tecnologie convergenti, significati e produzione del valore sociale nell’era dell’AI, innovazione sociale e rigenerazione i temi al centro di un dibattito scomodo ma necessario per la realtà del Terzo settore. Zamagni, per orientare gli astanti, ha ricordato come Cartesio, con il suo “Cogito, ergo sum”, avesse identificato tale linea di separazione con il pensiero. Ma il filosofo francese, precisamente, scrisse: “Ego cogito, ergo sum, sive existo”, di fatto equiparando l’esse all’existere. L’Essere e l’Esistere non sono sinonimi: ex-sistere vuol dire “stare fuori” da qualcosa che esiste e che è percepibile solo esteriormente, a partire da ciò che è stato. Un concetto chiaro già a Eraclito, il quale, dopo le sue indagini sulla natura della realtà, affermò di aver fatto ricerca di se stesso, scoprendo che “per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini della psiche: così profondo è il suo logos”. Un’idea ribadita, nell’epoca cartesiana, da William Shakespeare con la tagliante battuta di Iago nell’apertura dell’Otello: “I am not what I am”. Dunque tra umano e non umano deve esserci di più.

ONTOLOGIA, ICT E AI

Le informazioni, e le prassi con le quali vengono formalizzate, analizzate e interpretate per essere trasformate in conoscenze fruibili sono tra i beni più importanti che caratterizzano un ente, un individuo, una società. A soccorso di questi e altri compiti, nel nuovo secolo, la vecchia scienza dell’Essere, l’Ontologia, sta proliferando in nuova veste, dalle Scienze cognitive e Tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict) all’Intelligenza Artificiale (AI), con la necessità di organizzare le conoscenze in una forma concettualmente efficace, e di orientarsi in una società dell’informazione sempre più complessa. Rafforzando l’idea che l’ontologia debba riferirsi alla formulazione di una concettualizzazione esaustiva e rigorosa (di entità, relazioni, assiomi, regole, vincoli) nell’ambito di un dato dominio, e formalizzarsi attraverso linguaggi semantici rispondenti alle leggi della logica formale. Durante la seconda metà del XX secolo, i filosofi hanno ampiamente discusso i possibili metodi e approcci di costruzione delle ontologie. A partire dalla metà degli anni Settanta, i ricercatori nel campo dell’AI hanno riconosciuto come l’acquisizione e la rappresentazione della conoscenza (Knowledge capturing and representation) sia la chiave per costruire grandi e potenti sistemi di AI, per cui sostenevano che avrebbero potuto creare nuove ontologie come modelli computazionali con le capacità di ragionamento automatico induttivo basati sulle strutture dati continenti tutte le entità rilevanti e le loro relazioni di un dominio (I. Solodovnik, 2012). Queste nuove ontologie non sono più solo un tema di dibattito astratto, ma hanno applicazioni concrete, nelle realtà personali e nei processi aziendali. Con la possibilità di sperimentare l’AI tramite cloud, tale frontiera è oggi accessibile a tutti e le innovazioni in questo campo stanno diventando di massa. Ne fanno già un uso estensivo società di telecomunicazioni e banche con il cosiddetto cognitive caring, ovvero l’assistenza ai clienti. Ci sono software con AI che permettono due diligence in modo veloce, l’IoT (Internet of things) invece permette di migliorare i prodotti e fornire servizi evoluti. In via di sviluppo c’è il tema della visual recognition, nell’ambito del quale l’utilizzo di alcuni prototipi permette alle aziende di riconoscere difetti sui singoli prodotti o di supportare indagini di polizia. L’utilità per tutti gli attori del contesto sembra palese: nell’industria l’AI può garantire affidabilità in tutti i passaggi all’interno di una filiera, nel pubblico può invece agevolare la “deforestazione normativa”: l’AI può analizzare e correlare i testi normativi, riducendo la burocrazia e semplificando la PA. In questo quadro luminoso, tuttavia, risuonano sinistre le parole di qualche anno fa di Elon Musk, opportunamente ricordate a Bertinoro da Marco Dotti, docente dell’Università di Pavia: «Con l’intelligenza artificiale stiamo evocando il demonio. Conosci quelle storie dove c’è un tizio con il pentagramma e l’acqua santa ed è sicuro che può controllare il demonio? Non funzionerà».

IL LATO OSCURO DELL’ALGORITMO

Replicando sistemi di conoscenza già acquisiti, l’intelligenza artificiale si scontra innanzi tutto con bias cognitivi ed euristiche, ovvero con pregiudizi, percezioni errate o deformate e scorciatoie ingannevoli del pensiero. Se già da alcuni anni abbiamo familiarità con i dark pattern dell’Information technology, cioè con elementi delle interfacce web accuratamente disegnati e combinati fra loro per confondere l’utente, con il fine di portarlo a compiere azioni non desiderate oppure di scoraggiarlo a prendere decisioni che riducono il valore del consumatore per le aziende, è giunta l’ora di fare i conti con i dark side dell’AI. Uno studio pubblicato dalla rivista Science nel 2017, intitolato “Semantics derived automatically from language corpora contain human-like biases” ad opera di un gruppo di ricerca guidato da Aylin Caliskan dell’Università di Princeton, ha mostrato come le macchine, che imparavano da testi scritti attraverso un “implicit association test”, assorbivano stereotipi e pregiudizi, compresi quelli di genere ed etnici, che permeano sotto traccia il linguaggio quotidiano. Ancor più significativo l’esperimento che ha portato recentemente alla creazione del primo algoritmo “psicopata”, l’algoritmo Norman, che ha preso il nome dell’Anthony Perkins di Psycho nonché, ancora prima, del protagonista dei romanzi di Robert Bloch. Sviluppato dal Media Lab del MIT di Boston, Norman ha assorbito le proprie conoscenze a partire dall’aggregatore statunitense Reddit, e in particolare da un canale intitolato /watchpeopledie “dedito alla documentazione e all’osservazione dell’inquietante realtà della morte”. Restituendo poi nel test di Rorschach, cioè il test delle macchie di inchiostro, immagini di sangue, distruzione, armi e violenza. «Il test mette in evidenza l’idea che i dati che usiamo per addestrare le intelligenze artificiali si riflettano nel modo in cui quegli stessi sistemi percepiscono il mondo e decidono il modo in cui comportarsi», ha detto alla Bbc Iyad Rahwan, professore associato del MIT e componente del team di ricerca. I dati, insomma, contano più degli algoritmi. Anche perché, come rivelato da un gruppo di lavoro del MIT di Boston e dell’Università di Cardiff, i bias non sono solo espressione della conoscenza messa a disposizione dai programmatori (e dai loro bias), ma possono essere sviluppati in modo indipendente. Un problema reale che verrà detonato quando macchine di sistemi diversi si scambieranno informazioni per compiere operazioni in autonomia. «Gruppi di macchine autonome – hanno spiegato i ricercatori – possono manifestare pregiudizi semplicemente identificando, copiando e imparando questo atteggiamento da un’altra macchina».

LA SOCIETÀ NARCISISTA

Ai dark pattern si oppongono da tempo i designer più attenti, che utilizzano gli approcci della psicologia e delle neuroscienze per mettersi dalla parte dell’utente, comprendendo quello che pensa, quali aspettative abbia e ciò che provoca frustrazione. User test, interviste, osservazioni sono strumenti che aiutano la comprensione della complessità comportamentale umana. Ma a Bertinoro è stata sollevata la necessità di un impegno diretto in questo senso del Terzo settore. Scrive Marco Dotti: «Occorre ripensare a un’etica che abbia l’umano al centro e non alla periferia (in cui rischia di essere confinato) del sistema. La società civile e il Terzo settore avanzato sono chiamati a rappresentare l’avanguardia nel tracciare il nuovo scenario in cui l’AI venga fin da ora ripensata by design, come una forma per ottimizzare risorse e massimizzare benessere condiviso. Dovremmo ripensare a un’etica della volontà adattandola a nuove sfide. Un’etica dei valori che ribadisca la centralità umana dinanzi a sfide che rischiano di prescindere da questa centralità». La questione è urgente ed è già entrata nelle case degli Stati Uniti. Recenti stime indicano che il 20% delle famiglie ha in casa un assistente personale vocale, mentre l’istituto di ricerca Juniper vede questa quota arrivare al 55% nel giro di quattro anni. La voce rappresenta il confine più avanzato delle intelligenze artificiali oggi a nostra disposizione nel mercato di massa. E anche quello più realistico, provando a restituire le emozioni nella conversazione che la tecnologia ha progressivamente lasciato andare. Dalla nascita della scrittura all’invenzione del telefono e poi di internet la civiltà umana ha eluso le distanze, ma abbattendo il tempo per il trasferimento della conoscenza ha moltiplicato la possibilità di generare conversazioni, con un altro uomo o con una macchina. L’integrazione tra mobile e social media e la proliferazione delle piattaforme hanno reso la conversazione interpersonale sempre più difficile, in più spogliandola dei suoi linguaggi non verbali. Che hanno provato a reinnestarsi attraverso l’utilizzo prima delle emoji e poi di immagini, selfie e video. Con scarsi risultati, perché tali strumenti hanno risposto soprattutto a bisogni di autoaffermazione, culto di sé, esibizionismo e voyeurismo: il puer-aeternus, l’archetipo del fanciullo che popola sempre di più le nostre società narcisistiche.

I dati della ricerca Swg-Aiccon, intitolata “Società: paure e desideri nell’Era 4.0” e presentati da Enzo Risso, lo confermano. Le facilitazioni che riserva la tecnologia, secondo gli italiani, riguardano lo shopping (“Lo smartphone ha migliorato il modo di informarci e gestire acquisti”, 69%; “L’interazione via social con le imprese migliora la capacità di fare acquisti”, 50%) e la comodità della vita (“Pagare con il cellulare è comodo”, 61%; “IoT renderà la vita comoda”, 53%), mentre le ansie sono legate in primis alla protezione dei dati personali (68%) e solo in subordine alla ridotta comunicazione con le persone (53%) e all’indistinguibilità tra persone e robot (42%). Le paure dei giovani sono invece state evidenziate da Alessandro Rosina: il 25,5% dei giovani (al di sotto dei 25 anni) crede che non avrà un lavoro all’età di 45 anni, in Germania questa percentuale è al 10,7 per cento. Gli ostacoli alla ricerca di lavoro sono la lunga permanenza dei lavoratori maturi (73,8%), le nuove tecnologie e l’automatizzazione dei processi produttivi (61,3%) e per la metà anche la concorrenza degli immigrati (52,5%). Una generazione dall’ego sempre più forte e allo stesso tempo sempre più impaurita e per larga parte ripiegata su se stessa. Le teorie sulle cause del narcisismo sono diverse, ma convergono sulla sua origine nell’infanzia delle persone. Sic stantibus rebus, i prossimi nativi digitali, o magari diremmo “nativi artificiali”, si troveranno ad affrontare gli anni più importanti della vita in compagnia di sistemi di riconoscimento vocale come Siri (Apple), Alexa (Amazon), Google Assistant (Google), Cortana (Microsoft) o Bixby (Samsung), che interagiscono con la voce e fungono da assistenti personali. Non è difficile immaginare come un bambino nell’età dello sviluppo possa strutturare un proprio modello di interazione comportamentale che manchi della reciprocità, nel quale vengano assecondati i suoi bisogni da un assistente tecnologico, dalle sembianze umane, ma senza una vera identità o personale profondità. Un modello che sarà pericolosamente replicato nel mondo degli umani “reali”, patologicamente sostenuto da una nuova personalità narcisista.

IL NON PROFIT POSTMODERNO

Il ripiegamento nell’Io cartesiano della modernità è stato senza dubbio favorito dal crollo della fiducia nelle istituzioni, a tutti i livelli. Ma questo ha creato anche spazio a disposizione per le aziende, che si propongono sempre di più come aggregatrici di senso, oltre la Csr, attraverso le logiche del branding. In questo nuovo scenario, in cui brand come Patagonia o The Body Shop non camminano più da soli, qualunque organizzazione per avere successo non può più permettersi di stare a guardare la realtà, ma deve far sentire la propria voce, amplificata dai nodi della propria rete sociale, dipendenti e clienti in primis. La casa per i rifugiati di Ikea, e il suo impegno ad assumere rifugiati nei propri centri produttivi in Giordania, rappresentano un chiaro messaggio del brand nell’arena pubblica e in molte aziende si inizia a intravedere la figura del Chief Ethics Officer. Al mondo profit, tuttavia, viene richiesta anche trasparenza, superando la logica del “touch point” per abbracciare quella del “trust point”. La fiducia guadagnata deve essere mantenuta e la blockchain in sempre più settori viene indicata come la risposta condivisa, decentralizzata, sicura. Le nuove aree di ingaggio del mondo for profit sono insomma i valori e la fiducia, ovvero i due asset che da sempre hanno contraddistinto il mondo del non profit. L’indagine Swg-Aiccon lo conferma ancora: gli italiani intervistati preferiscono le imprese cooperative per legame con il territorio (47%), tutela dei diritti dei lavoratori (39%) e condivisione delle decisioni e del profitto (38%), mentre ritengono migliori le imprese di capitale per quanto riguarda la qualità del lavoro e la produttività (47%), l’uso delle nuove tecnologie e la qualità delle relazioni (44%), la produzione e la distribuzione di ricchezza (41%) e l’essere globale e l’agire locale (38%). Nella realtà liquida, in cui emergono con dirompenza nuove forme di organizzazione sociale, il Terzo Settore non può più dunque caratterizzarsi come altro rispetto al profitto e allo Stato, ma deve interrogarsi sulla vera natura della propria identità e se vuole sopravvivere rivolgersi con fiducia al mondo.

I dati Istat dei Censimenti Permanenti sulle Istituzioni non profit, presentati in anteprima a Bertinoro, raccontano invece che più di sette non profit su dieci, ovvero quelle della componente “mutualistica”, costituita da associazioni attive nei settori della cultura, sport e ricreazione e delle relazioni sindacali e della rappresentanza di interessi «sono in qualche modo poco aperte all’esterno, non attuano strategie di raccolta fondi e in una piccola parte coinvolgono i propri stakeholder nella progettazione e valutazione delle proprie attività. Le dimensioni economiche sono contenute, in linea generale non impiegano lavoratori retribuiti ma pochi volontari». Per superare la condizione postmoderna che ha evidentemente investito la maggior parte del non profit, Zamagni chiama in causa Brian Robertson, autore di “Holacracy: The new management system for a rapidly changing world”. Olarchia, nella terminologia di Arthur Koestler, è una connessione fra due oloni, in cui l’olone è al contempo una parte e il tutto. L’olocrazia è un modello organizzativo di governance nel quale l’autorità e le decisioni sono distribuite nell’ambito di una olarchia di gruppi auto-organizzati e non fissati in una gerarchia manageriale. «Sostanzialmente – dice Zamagni – si tratta del superamento del taylorismo fondato sull’assioma che l’autorità dipende dalla proprietà. L’olocrazia invece prevede che il driver sia la capacità e non la proprietà. Purtroppo il Terzo settore sconta un ritardo su questo fronte: le imprese capitalistiche si stanno dimostrando più pronte ad applicare il modello olocratico. Il non profit è fermo ancora al palo».

I MERCATI SONO CONVERSAZIONI

Secondo Enzo Rullani, presidente di TeDIS, centro di ricerca di Venezia sui distretti industriali e sulle nuove tecnologie della comunicazione, sono tre i nuovi modi di generare valore. La replicazione e la propagazione di modelli riproducibili, l’uso di automatismi e l’interazione creativa a distanza tra le persone. Tutti pensano ai primi due elementi, cioè la moltiplicazione degli standard e gli automatismi sostitutivi, ma la base del nuovo paradigma è l’aumento della complessità: dei prodotti (personalizzazione), dei processi (risposta veloce on demand), della relazioni (iper-connessione) e della libertà di scelta diffusa (imprevedibilità dei comportamenti, rischio sui loro effetti). In altre parole, l’antidoto al narcisismo è la generatività, come titolava il Corriere qualche settimana fa un’intervista a Mauro Magatti, e le sue 4 fasi opportunamente ricordate da Leonardo Becchetti a Bertinoro. Desiderare, far nascere, prendersi cura, lasciare andare. «Sono quattro movimenti che arricchiscono la società e al tempo stesso ci rigenerano come individui creativi», ha detto Magatti. Occorre superare l’individualismo della società dei consumi, e sono quanto mai attuali le 95 tesi del Cluetrain Manifesto, invito all’azione per tutte le imprese che operano all’interno di ciò che, con gli occhi del 1999, si sarebbe proposto come nuovo mercato interconnesso. “I mercati sono conversazioni”, la prima, lapidaria, tesi. E in effetti lo sviluppo delle idee per secoli è stato guidato proprio dalle conversazioni, sotto forma di simposi greci, caffè letterari inglesi, saloni francesi. Rullani riporta questi concetti nella quotidianità, indicando la strada nella costruzione di nuovi legami sociali. La svalorizzazione del lavoro esecutivo può essere corretta sostituendo il lavoro esecutivo con il lavoro intelligente; l’aumento del rischio diffuso può trovare rimedio nello sviluppo di circuiti di condivisione; l’insostenibilità ambientale, economica e sociale può essere corretta dalla creazione di senso condiviso da parte dei soggetti coinvolti; le disuguaglianze nazionali, sociale e professionali possono essere corrette se si procede lungo una via collaborativa e inclusiva, nella gestione delle filiere globali, delle comunità digitali e di senso e nelle relazioni inter-statali a scala mondiale. Le tesi 2 e 3 del Cluetrain recitano: “I mercati sono fatti di esseri umani, non di segmenti demografici” e “Le conversazioni tra esseri umani suonano umane. E si svolgono con voce umana”. L’AI ci promette invece una tecnologia in grado di provare emozioni. Secondo Marvin Minsky, pioniere informatico dell’intelligenza artificiale, «l’emozione non è particolarmente diversa dai processi che chiamiamo pensare». Quindi così come abbiamo dotato le macchine di “pensiero intelligente” potremo istruirle ad esprimere emozioni attraverso tecniche di apprendimento autonomo come il machine learning. Purtroppo saranno emozioni prive di senso, slegate da legami e valori. Emozioni artificiali. Emozioni narcisiste senza generatività. E difatti Ivana Pais, sociologa dell’Università Cattolica, si chiede se la blockchain, un database lento e molto costoso, sia la risposta giusta al bisogno di trasparenza e al senso di comunità: «È possibile considerare ancora pratico affidarsi alla fiducia riposta in middleman affidabili laddove esiste capitale sociale senza usare la blockchain?».

UN OLISMO STORICO

Ontologia significa “essere”. Parliamo di ontologia quando parliamo di cose che esistono e del modo in cui esistono. L’epistemologia, invece, ha a che fare con il modo in cui gli uomini percepiscono e conoscono la realtà. Secondo Liz Stanley e Sue Wise, «ontologia, epistemologia ed etica sono termini diversi per lo stesso fenomeno, e sono intercambiabili tra di loro, [perché] mutualmente sussunti, un’unione perfetta». L’etica (che cos’è la giustizia?), l’ontologia (che cos’è la realtà?) e l’epistemologia (che cos’è la conoscenza?) non possono dunque non essere intrecciate. Per cui se vogliamo capire cos’è la realtà, dobbiamo conoscerla e quindi capire cos’è la conoscenza, mentre se intendiamo conoscere quanto è reale, dobbiamo capire cos’è la realtà. Conoscenza e realtà aiutano a capire ciò che è giusto da ciò che non lo è. In un progetto abbandonato di prefazione per Adolphe, Benjamin Constant scrisse: «Ho voluto dipingere una delle malattie morali più diffuse del nostro secolo, questa stanchezza, questa inquietudine, questa mancanza di energia, questa analisi continua, che inserisce un pensiero recondito accanto a ogni sentimento, provocandone l’avvizzimento non appena si forma. […] Non sappiamo più amare, né credere, né volere. Ognuno dubita di ciò che dice, sorride della veemenza di ciò che afferma, e accelera la fine di ciò che prova. […] Nella modernità ogni individuo diventa il suo proprio centro. Ma quando ciascuno è il centro di sé stesso, tutti sono isolati. Quando tutti sono isolati, non c’è che polvere. E quando arriva la tempesta, la polvere diventa fango». Una rivolta contro la perdita di senso, in cui gli elementi della natura non accompagnano più l’umano nel corso della sua evoluzione, ma si scagliano contro di esso. Non è un caso che le fasi della generatività coincidano con le fasi dei riti di passaggio all’interno delle culture tradizionali, come teorizzato dall’antropologo Arnold Van Gennep, riti che si rifanno agli elementi primordiali della natura, a cui l’umano è inscindibilmente legato. Aria, Acqua, Fuoco e Terra compongono una rappresentazione culturale delle origini del cosmo comune alla visione umana delle cività occidentali e orientali, che concepivano una stretta connessione tra il microcosmo umano e il macrocosmo naturale, tale che tra i quattro elementi e dal loro equilibrio si sviluppava la vita della specie umana e la sopravvivenza stessa del cosmo. L’aria, l’elemento che ci permette di spaziare, rappresenta anche l’inizio di tutte le cose, che può essere critico e difficile ma potenzialmente risolvibile. L’acqua si relaziona al periodo della fanciullezza-adolescenza; momenti di grossi cambiamenti e di crescita che siamo, lo vogliamo o no, costretti ad accettare riprendendo a fluire nella giusta direzione. Il fuoco dà l’impulso, è energia allo stato puro, senza distinzione di bene e male. È la fase della potenzialità più autentica, dell’azione e dell’individuazione. L’ultima fase è quella della terra, che corrisponde al ritorno nel grembo. L’età della maturità e della possibilità di trasmettere quello che siamo e che abbiamo appreso. La terra sana, perché è capace di assorbire gli elementi negativi che appesantiscono. Desiderare, far nascere, prendersi cura, lasciare andare: il ciclo della generatività, e della rigenerazione. Un approccio olistico ai fenomeni, che tuttavia, come ha scritto Barbara Adam, docente presso l’Università del Galles e tra le maggiori esperte al mondo dello studio sociologico del tempo, «è molto diverso dall’olismo della sociologia tradizionale, dove le parti sono viste come causalmente connesse con il tutto, e dove tanto la funzione quanto il passato di un sistema sono ritenuti determinanti per il suo futuro. L’olismo teorizzato attraverso il concetto di implicazione è dinamico e fondato nei tempi. È storico, non deterministico, e può accogliere la contraddizione nonché i rapporti reticolari, non lineari». Nella storia, dalla scoperta della scrittura a quella del telefono, da internet alle AI, tutti i device hanno attraversato o continuano ad attraversare un proprio ciclo di vita, ciò che invece non ha mai avuto fine è stata la conversazione. Il logos è così profondo e durerà per sempre? E se avrà ragione Eraclito, cosa distinguerà l’umano dal non umano? La risposta la svela sempre Zamagni, ovvero l’amore, e il senso dell’amare: «Il criterio sarà sempre la categoria dell’amore, in cui saremo sempre superiori alle macchine». Ricordiamoci di amare.

Felice Meoli

@felicemeoli

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