Si incrina il muro anti-Esg in Europa
Perché Sfdr 2.0 fa così paura ai Paesi Ue?
Anche gli Stati alzano la voce sulla finanza Esg. Si sta registrando, infatti, un fenomeno anomalo, per dimensione e forza: l’invio alla Consiglio dell’Ue di pretese nazionali, attraverso la formula ambiguamente informale del “non paper”, in merito alla revisione del regolamento Sfdr presentata dalla Commissione. La novità non sta tanto nel format del documento, ma risiede nel fatto che, per quanto ufficialmente informali, si tratta comunque di suggerimenti ufficiali. E, soprattutto, l’aspetto più significativo è che tali suggerimenti appaiono assai più solidi delle richieste arrivate dai player di mercato e dalle associazioni di settore.
Insomma, la Sdfr, una norma che ha come obiettivo la tutela e la valorizzazione della finanza Esg, e che nella sua revisione (Sfdr 2.0) aumenta l’ambizione verso il sostegno alla transizione, sembra stare inaspettatamente molto a cuore alle cancellerie nazionali. Assai più di quanto la narrativa istituzionale degli ultimi due anni, finalizzata a demolire la forza competitiva degli Esg, lasciasse immaginare.
Il tema che è emerso in modo più chiaro nei giorni scorsi è quello delle esclusioni dei combustibili fossili da alcune delle nuove categorie del Sfdr 2.0. Diversi Stati membri sembrano convergere nel ritenere la eliminazione tout court delle aziende energetiche un passaggio incoerente con il concetto di transizione, in quanto è proprio tale tipologia di impresa che gioca un ruolo chiave nella trasformazione del modello in direzione sostenibile.
LA DIFFERENZA CON LE ARMI
Attenzione. Tali movimenti nazionali appaiono differenti, come impostazione, dall’alzata di scudi avvenuta per includere le armi negli Esg. In questo caso, infatti, le obiezioni riguardano aspetti che magari già sono considerati Esg dalla norma, ma che potrebbero esserlo in modo più coerente. E, soprattutto, più attuabile.
Inoltre, le obiezioni sono anche estremamente puntuali dal punto di vista tecnico.
LA SPAGNA DURA SUI SOVEREIGN
Un caso significativo è il non-paper spagnolo. Madrid ha segnalato una incongruenza nel trattamento dei general purpose sovereign bond (titoli di Stato per i quali non c’è un diretto impiego dei proventi in specifici e identificati progetti), che vengono di fatto esclusi dalle categorie di prodotti sostenibili più evoluti (articoli 7 e 9). Anche qui, l’incoerenza è col concetto di transizione. «La proposta della Commissione – si legge -, nella sua formulazione attuale, affronta tale questione in modo eccessivamente binario. Ne deriva un’asimmetria strutturale che non trova piena giustificazione in termini di sostenibilità e che limita inutilmente la progettazione di prodotti di transizione e sostenibili con un’esposizione significativa ai titoli di Stato, senza fornire alcuna via d’uscita per risolvere tale situazione man mano che le metodologie di valutazione evolvono».
Importante quest’ultima osservazione. La Spagna sembra ricordare la lezione appresa con Sfdr 1.0: la norma è diventata obsoleta molto rapidamente, proprio per la velocità di cambiamento del mercato e del concetto di sostenibilità (dal passato al futuro). Nella versione 2.0, dunque, vale la pena lasciare aperte le porte alle evoluzioni.
LA SVEZIA DURA SU PENSIONI E ASSICURAZIONI
Un altro caso è quello svedese. Stoccolma allarga il tiro rispetto a Madrid, rispetto al problema dei general purpose sovereign bond. È vero che la norma prevede che questi debiti possono essere inclusi almeno nella categoria meno sofisticata (articolo 8), ma, sostiene la Svezia, non viene indicato come questi possano effettivamente «essere valutati come “integranti fattori di sostenibilità” in linea con uno qualsiasi degli approcci di investimento elencati nell’articolo 8».
Discorso simile per gli alternative/real assets come infrastrutture, foreste e immobiliare, tipologie di investimento che non hanno, a oggi, una standardizzazione di informazioni Esg. In tale contesto, scrivono gli svedesi, la nuova Sfdr non offre «indicazioni su come dimostrare una “adeguata giustificazione” o un “comprovato track record positivo”».
Nei fatti, conclude Stoccolma, vista la forte esposizione sui sovereign e i real asset da parte degli investitori istituzionali svedesi, «per i consumatori, sussiste il rischio che gran parte del capitale accumulato tramite fondi pensione e assicurazioni rientri automaticamente al di fuori dell’ambito di applicazione dello Sfdr 2.0 e che, di conseguenza, manchino informazioni chiare in materia di sostenibilità».
UNA BRECCIA NEL MURO ANTI-ESG
Insomma, i Paesi europei stanno dimostrando grande attenzione verso la Sfdr 2.0. Certo, gli interventi hanno geneticamente motivazioni “di parte”, ovvero puntano a risolvere problematiche che possono intaccare gli interessi nazionali.
Resta però una sensazione di fondo. È dall’autunno 2024, tempo di presentazione del rapporto Draghi, che l’Europa si sforza di invertire la percezione degli Esg, dipingendoli come un fardello alla competitività da contenere il più possibile, tanto da indicarli come fattore corresponsabile dell’attuale fase di crisi continentale. E tanto, altresì, da congelare, rimandare, rivedere se non biasimare una serie di normative sugli Esg considerate cardine fino a metà 2024.
Ora, si assiste a una sorta di arrocco da parte degli uffici tecnici nazionali dei diversi Paesi.
La sensazione è che il fronte anti-Esg europeo si stia ammorbidendo.
E che gli Esg stiano ottenendo ciò che Machiavelli suggeriva al suo Principe: se non puoi essere temuto e amato al contempo, cominciamo con l’essere temuto.
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