l'evoluzione della narrativa di sostenibilità
Morningstar, il dato Esg diventa ESG Identity
«La domanda degli investitori nei confronti dei fondi sostenibili rimane solida, con capitali che continuano ad affluire verso strategie che integrano fattori ambientali, sociali e di governance (Esg). Questo avviene nonostante le resistenze alla presa in considerazione di tali fattori nel mondo degli affari e degli investimenti e un rallentamento dello slancio normativo in alcuni mercati». Comincia così il recente report di Morningstar “The 2025 State of ESG Data Report”, in cui viene, per l’ennesima volta, confermata la convinzione verso i fattori ambientali, sociali e di governance, da parte della finanza.
Ma la sorpresa è che questa convinzione ha fatto anche passi avanti (o passi in profondità) tali, da lasciar prevedere un prossimo ulteriore cambio di passo nel modello Esg. Un cambio di passo che viaggia verso una visione “allargata” nelle valutazioni aziendali, al punto da rendere centrale il concetto di credibilità degli impegni sostenibili nel futuro. Utilizzando i concetti sviluppati da ET.Group negli ultimi anni, a diventare centrale, anche nella visione del report di Morningstar, sarà una narrativa di ESG Identity* da parte delle aziende investite.
CONVINZIONE OLTRE LA CONFUSIONE
Certo, la situazione degli attacchi e delle retromarce Esg del 2025 ha lasciato conseguenze, dividendo la finanza tra chi si propone di accelerare in superficie o, semmai, di farlo sotto la superficie. «La maggior parte degli intervistati – scrive Morningstar – ci ha riferito di voler ampliare (23%) o mantenere (25%) le proprie attuali strategie di investimento sostenibile». Ma il report evidenzia anche che oltre un quarto dei rispondenti, manterrà la barra dritta «ridefinendo la propria comunicazione in materia di investimento sostenibile». Nei fatti, nascondendo l’uso dell’acronimo Esg dietro sinonimi meno ingombranti dal punto di vista politico (come “sustainable investment,” “sustainability,” o “responsible investment”).
Solo una piccola percentuale (2%) ha dichiarato di voler uscire dal mercato, ma questo dato è stato superato da coloro che intendono entrarvi (6%).
OLTRE IL “VECCHIO” DATO ESG
Come, detto, ciò che compisce nell’analisi di Mornigstar, è che la finanza ha percepito di dover andare oltre il concetto attuale di dato Esg. «Gli operatori dei mercati finanziari – si legge nel report – guardano oltre la semplice conformità, alla ricerca di dati che offrano un vantaggio strategico». E quali sono questi dati?
«Si sta registrando – spiega il report – un aumento della domanda di dati specifici, quali modelli di rischio di transizione, dati sulla biodiversità e valutazioni della doppia materialità, il che indica un passaggio da un approccio di mera conformità a decisioni di investimento proattive e orientate al futuro».
In questa visione orientata alla narrativa forward-looking, viene rilevata l’importanza anche delle procedure con cui i dati vengono raccolti e condivisi («l’efficacia della trasmissione diventa fondamentale tanto quanto i dati stessi»).
C’è, infine, un paragrafo della ricerca che traccia al meglio il cambio di prospettive. «I modelli prospettici – si legge – sui rischi di transizione e i dati climatici sono stati la categoria di informazione più frequentemente identificata come unica e preziosa (35%). Segue la valutazione della doppia materialità finanziaria e di impatto (33%). I dati relativi alla natura e alla biodiversità sono stati i terzi più frequentemente scelti (33%) come dati unici e preziosi. Ciò potrebbe riflettere il fatto che vi sono pochi requisiti di rendicontazione obbligatori per questi dati, ma molti ritengono che siano all’orizzonte».
LE PROVE DELL’ESG IDENTITARIO
In altre parole, secondo le risposte di frontiera del report di Morningstar, la finanza sembra in cerca di “prove” della credibilità dell’azienda quale soggetto politico, ossia valorizzabile per i propri impatti di lungo periodo sulla comunità (la polis).
Ed è singolare che questa ambizione informativa della finanza si possa sovrapporre con un fenomeno sociale molto più allargato: la percezione delle persone verso le imprese.
Il sempre interessante Edelman Trust Barometer (vedi approfondimento in pubblicazione oggi alle 12.00), conferma che, a livello globale, le imprese restano il soggetto con la più alta credibilità per gli oltre 30mila intervistati (a prescindere da reddito e localizzazione). Ma attenzione. Ancora più delle aziende, la fiducia viene riservata su chi genera occupazione (il datore di lavoro), una distinzione sottile ma molto rilevante. Perché riporta l’azienda a generatrice di ricchezza e, soprattutto, a generatrice di legami con la dimensione territoriale.
Secondo Edelman, peraltro, non solo le aziende (e i datori di lavoro) sono depositari di fiducia. Ma sono visti come i principali soggetti in grado di superare l’attuale fase di diffidenza generalizzata, grazie alla capacità di creare ponti tra persone e tra organizzazioni.
È come se l’azienda stia andando oltre la propria ESG Identity, ma debba altresì farsi carico di moltiplicare le ESG Identity degli interlocutori della polis.
Sembra metafisica. Ma, fino a un paio d’anni fa, sembravano concetti delle caverne platoniche anche le promesse delle aziende in tema di impatti ambientali e sociali. Viceversa, queste promesse in forma credibile, sono proprio le informazioni su cui la finanza è pronta a scommettere.
*Con ESG Identity si intende l’insieme degli elementi distintivi di un soggetto che, partendo dal suo purpose Esg, caratterizzano la sua struttura organizzativa (la governance) per arrivare alla coerenza e consistenza ESG della sua offerta al mercato, passando per le modalità con cui il soggetto pensa (la cultura aziendale ESG) e comunica sul fronte sostenibile.
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