la ricerca sul journal of global securities
Nato, il clima è solo un nemico militare
Le forze armate sono considerate sia “grandi emettitori” e proprietari di terreno, sia fornitori di aiuti umanitari a seguito di catastrofi come uragani, tempeste, alluvioni. Nel 2022, la Nato ha istituito un Centro di eccellenza per i cambiamenti climatici e la sicurezza (Climate Change and Security Centre of Excellence, Ccascoe) come piattaforma per migliorare la collaborazione e condividere le migliori pratiche, mentre l’Ue ha esortato i suoi membri a «sviluppare strategie nazionali per preparare le forze armate ai cambiamenti climatici».
La ricerca “Reframing an Established Order? An Analysis of the Defense Departments’ Climate Change Strategies of Eu and Nato Member States” ha indagato in che modo i dipartimenti della Difesa degli Stati membri dell’Ue e della Nato definiscono pubblicamente il nesso tra cambiamento climatico e forze armate nelle loro strategie climatiche ufficiali. Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Global Securities (Oxford) a dicembre 2025.
LA PERCEZIONE MILITARE DEL CLIMA
Gli autori Esther van ‘t Veen e Jori Pascal Kalkman (Netherlands Defence Academy e Wageningen University) sono partiti da un dataset di 21 documenti da 15 Paesi (Austria, Canada, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Norvegia, Portogallo, Romania, Slovenia, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti).
Il cambiamento climatico viene descritto come un “amplificatore di rischi” (threat multiplier) che può portare all’escalation di conflitti e, in casi estremi, al collasso degli Stati. Quasi tutte le strategie collegano il clima allo spostamento di popolazioni, vedendo l’aumento dei flussi migratori come un rischio per la sicurezza e il controllo dei confini. Inoltre, lo scioglimento dei ghiacci è visto in chiave realista come una competizione per l’accesso a nuove rotte commerciali e riserve di combustibili fossili o terre rare, specialmente nel confronto con potenze come Russia e Cina.
La categoria della “prontezza operativa”, invece, definisce la connessione diretta tra il clima e la capacità delle forze armate di svolgere le proprie missioni. Fenomeni come innalzamento dei mari, incendi e uragani minacciano la sicurezza delle basi e delle aree di addestramento, per danni di miliardi di dollari; temperature estreme, le tempeste di sabbia o il moto ondoso pesante possono rendere i mezzi militari parzialmente o totalmente inutilizzabili. Inoltre, lo stress termico, le malattie e il peggioramento della qualità dell’aria impattano sul benessere fisico e mentale dei soldati. Infine, il rischio dell’overstretch: l’aumento delle missioni di soccorso umanitario e risposta ai disastri rischia di sottrarre personale e risorse ad altre attività militari fondamentali.
STRATEGIE DIFENSIVE SUL CAMPO
La risposta strategica si concentra su soluzioni che permettano di gestire i problemi senza stravolgere gli obiettivi principali della Difesa. Grande enfasi è posta sulla raccolta dati, sulla mappatura dei rischi e sull’uso di strumenti di simulazione per prevedere l’impatto ambientale delle missioni. Viene inoltre proposto l’uso di simulazioni e programmi virtuali per preparare i soldati a condizioni estreme riducendo al contempo le emissioni di gas serra legate alle esercitazioni fisiche. Le strategie puntano allo sviluppo di veicoli a idrogeno o all’efficienza energetica dei sistemi d’arma, per mantenere un vantaggio operativo riducendo l’impronta ambientale. Poiché il clima ignora i confini nazionali, i dipartimenti di difesa sottolineano la necessità di collaborare, pur rimanendo all’interno di ordini stabiliti. La cooperazione avviene prioritariamente all’interno di contesti come Nato ed Ue, attraverso la condivisione di “best practice” e lo sviluppo di centri di eccellenza, collaborazioni con istituzioni accademiche, centri di ricerca e aziende private per adattare le innovazioni civili alle specificità militari. Nonostante la retorica globale, le strategie tendono a escludere collaborazioni profonde con i Paesi del Sud del mondo (Africa, Asia, America Latina), perpetuando una divisione Nord-Sud.
LA PROTEZIONE DEL CLIMA FUORI DAI RADAR
Tutte le nazioni affermano che il cambiamento climatico rappresenta un “moltiplicatore di minacce” e aggravi i conflitti già esistenti. Dall’altro lato, tutte le strategie climatiche sono incentrate sulla prontezza operativa (benessere dei soldati, basi militari, macchine): i dipartimenti di difesa trovano soluzioni di adattamento principalmente tecniche e che hanno come obiettivo l’innovazione. Inoltre, tutte le strategie sottolineano la necessità di cooperazione tra le rispettive nazioni, i dipartimenti governativi, le istituzioni civili, organizzazioni internazionali e alleati. Gli autori hanno notato che c’è un «accordo non scritto» (silent agreement) per cui il cambiamento climatico è formalmente descritto come una importante preoccupazione, ma «non necessita una riorganizzazione di norme, valori e obiettivi dei dipartimenti» per incorporare un impegno più profondo nella mitigazione del cambiamento climatico. Come evidenziato nei risultati dello studio, le forze armate «non si considerano parte degli ecosistemi e non equiparano la sicurezza dell’ambiente circostante alla sicurezza della propria organizzazione o delle persone che devono proteggere».
Sofia Restani
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