alla ricerca di principi per investire sostenibilmente in difesa
Armi con Esg? Consultazione di Eiris
Armi Esg o armi non Esg. Un gruppo di investitori ed esperti del settore ha lanciato un’iniziativa, non per stabilire se investire o meno nella difesa, ma per creare un quadro che permetta di farlo “responsabilmente”, riconoscendo sia i rischi sia la legittimità di scelte diverse. Ciò emerge dalla consultazione promossa da Eiris Conflict Risk Network (progetto di Ethical Investment Research Services Us Limited, a sua volta parte della londinese Eiris Foundation), sul documento “Principles for Responsible Defence Investment: Concept Note”, con scadenza ad aprile.
IL MONDO CHE CAMBIA
Secondo l’iniziativa, lo sviluppo di Principi per l’Investimento Responsabile nella Difesa (Prdi) è divenuto necessario a causa di diversi fattori:
- una crescente spinta geopolitica ad aumentare gli investimenti nel settore della difesa: la spesa militare globale che ha raggiunto 2,7 trilioni di dollari nel 2024, con un aumento del 37% dal 2015, l’Ue che ha lanciato il piano ReArm Europe/Readiness 2030 per mobilitare 800 miliardi di euro e il Regno Unito che punta a spendere il 5% del Pil in difesa entro il 2035;
- la definizione in evoluzione e sempre più fluida di ciò che costituisce un investimento nella difesa: non esistono più solo produttori di armamenti tradizionali, ma un ecosistema che include l’Ia, cyber‑security, droni, cloud e tecnologie dual‑use.
Tutto ciò porta a «la sfida di dimostrare una condotta aziendale responsabile in un settore i cui prodotti e servizi sono spesso utilizzati nei conflitti armati, i cui clienti sono spesso governi nazionali o stranieri e in cui il sistema stesso protegge il settore da un rigoroso controllo da parte degli investitori».
LA CONFUSIONE
L’iniziativa spiega che il settore della difesa è regolato da un mosaico di norme, incluse la International Humanitarian Law (Ihl), la International Criminal Law (Icl) e la International Human Rights Law (Ihrl), in base alle quali le aziende possono incorrere in rischi legali, reputazionali e sistemici se non gestiscono adeguatamente gli impatti delle proprie attività. Gli autori citano inoltre il monito di esperti Onu: «Il mancato intervento da parte delle istituzioni finanziarie per impedire o mitigare i propri rapporti commerciali con determinati produttori di armi potrebbe passare dall’essere direttamente collegato alle violazioni dei diritti umani al contribuire alle stesse, con ripercussioni in termini di complicità in potenziali crimini atroci».
Nonostante questi rischi, l’iniziativa indica come l’Unwg abbia osservato che la maggior parte delle aziende operanti nel settore della difesa continui a non svolgere alcuna attività di due diligence di base in materia di diritti umani e nemmeno “rafforzata”, per quanto riguarda la produzione e il trasferimento di armi. Per gli autori, «ciò dovrebbe preoccupare notevolmente gli investitori che intendono investire capitali in questo settore, considerando le loro responsabilità nell’evitare di causare o contribuire a violazioni dei diritti umani, nonché i potenziali impatti negativi sui rendimenti e le conseguenze per la violazione dei doveri fiduciari».
Da qui la proposta dell’iniziativa di sviluppare principi condivisi che aiutino gli investitori a valutare prodotti, condotta aziendale, rischi di uso e mis‑use delle tecnologie, e allineamento con norme internazionali. Il documento chiarisce che l’iniziativa non cercherà di «conciliare l’inconciliabile», data la diversità delle prospettive degli investitori, ma sostiene la possibilità per gli investitori di investire in modo responsabile in società legate alla difesa all’interno di un quadro adeguato.
I PROSSIMI PASSI
La timeline prevede l’attuale fase di consultazione, che terminerà verso aprile, e la successiva pubblicazione dei principi finali.
Alessandro Fenili
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