ESG.PRIVATEMARKETS/ ANALISI DELLO STUDIO Uría Menéndez
Il dilemma difesa nel private equity Esg
Dopo aver creato molti tensione nel mondo dei mercati pubblici (vedi Armi con Esg? Consultazione di Eiris), il settore della difesa entra al centro anche delle strategie di investimento del private equity. E con esso si riapre una domanda che la finanza sostenibile fatica ad affrontare anche nel mondo dei private markets: può un fondo di private equity che vuole essere Esg-compliant investire in un’industria il cui prodotto finale è progettato per fare la guerra?
Il tema è stato messo in evidenza dall’analisi «Inversión de fondos de private equity en el sector de la defensa: claves jurídicas y evolución regulatoria», firmata da Javier Tortuero, avvocato dell’area M&A e Private Equity dello studio legale Uría Menéndez di Madrid. Il documento ricostruisce con un approccio tecnico-giuridico le condizioni alle quali il capitale privato entra oggi nel comparto militare, con tutta la conoscenza di chi opera dall’interno del mercato.
Lo studio sottolinea che il principio per cui per anni la difesa è stata esclusa in modo sistematico dalle politiche di investimento responsabile, si sta incrinando. Prima sui mercati pubblici, con la revisione dei benchmark climatici dell’Unione Europea che ha tolto l’automatismo dell’esclusione per alcune categorie del settore difesa. Ora, in modo sempre più strutturato, nel mondo del private equity. Il deterioramento del contesto geopolitico, il conflitto in Ucraina, il riarmo europeo e la spinta istituzionale verso l’autonomia strategica hanno ridisegnato le priorità. Non è stata tanto una riflessione maturata all’interno del mondo Esg quanto il clima di guerra , e la minaccia di essa, a cambiare le regole.
L’analisi dello studio Uría Menéndez descrive il meccanismo di questa apertura. Il focus si sposta dalla mera appartenenza di un’azienda al settore difesa verso un’analisi più dettagliata della condotta delle imprese, della natura specifica dei prodotti e della solidità dei sistemi di governance. Rimangono strutturalmente escluse le attività legate alle cosiddette controversial weapons, come mine antiuomo, bombe a grappolo, armi biologiche e chimiche, vietate dal diritto internazionale. Si apre invece uno spazio nuovo per le tecnologie a doppio uso: cybersicurezza, intelligenza artificiale, elettronica avanzata, sistemi spaziali. Prodotti e know-how con applicazioni sia civili sia militari, che presentano minori barriere etiche, maggiore diversificazione dei ricavi e migliori prospettive di disinvestimento. Sono diventati il principale punto di ingresso per i fondi di private equity con politiche Esg più restrittive.
Molti limited partner (LP), ovvero i grandi investitori istituzionali che alimentano i fondi di private equity, stanno aggiornando le proprie policy interne in questa direzione, condizionando l’esposizione al settore a processi rafforzati di due diligence Esg e a impegni contrattuali specifici di trasparenza e controllo.
Il report ricorda che sul piano europeo, il Libro Bianco sull’Industria della Difesa, il programma European Defence Fund e il futuro European Defence Investment Programme stanno costruendo un sistema di incentivi per attrarre capitali privati verso il comparto. La Banca Europea per gli Investimenti sta rivedendo le proprie politiche di esclusione.
Ed è in questo contesto che il quadro si complica. L’analisi di Tortuero mostra come, all’interno delle operazioni di private equity in difesa, l’Esg stia diventando sempre più esplicitamente uno strumento di ingegneria finanziaria piuttosto che un vincolo etico. La gestione responsabile dei fattori ambientali, sociali e di governance viene descritta come un elemento dell’equity story, intesa come la narrativa che il fondo costruisce per giustificare il valore dell’investimento, e come condizione per massimizzare il numero di potenziali acquirenti in fase di exit. La compliance Esg, in altre parole, interessa perché aumenta il valore dell’asset al momento della cessione, non (o non soltanto) perché orienta il capitale verso il bene comune.
Questo è il nodo irrisolto che il dibattito attuale all’interno del mondo del private equity fatica ad affrontare apertamente. I criteri Esg nascono per correggere le esternalità negative che il mercato, da solo, non prezza. La guerra, con le sue vittime, le sue distruzioni, i suoi effetti sui sistemi sociali e ambientali, è la variabile esterna negativa per antonomasia.
Dire che investire nella difesa di una democrazia è diverso da investire nell’arsenale di un regime autoritario è vero, e l’analisi di Uría Menéndez lo argomenta con attenzione. Ma non è sufficiente. La sua analisi ci ricorda che l’Esg non può diventare uno strumento plastico, ridefinibile a ogni nuova urgenza geopolitica senza perdere credibilità e funzione. E il rischio concreto, osservando la dinamica in corso prima nei mercati pubblici ed ora nel private equity, secondo l’esperto è esattamente questo: che «sostenibile» diventi un’etichetta adattabile a qualsiasi settore purché si trovi al centro degli interessi strategici del momento.
Fabrizio Guidoni
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