Qualche giorno fa l’allarme greenwashing ha coinvolto anche l’Asvis, l’alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile. Ovvero uno degli organismi più attivi e conosciuti, anche grazie all’attività del suo portavoce Enrico Giovannini. «Una pennellata di verde – si legge in un articolo sul sito Asvis – a prodotti e servizi: una strategia di marketing di successo, che però non affronta i veri problemi dello sviluppo sostenibile. Il futuro è fatto di scelte complesse: non possiamo sfuggire rimpiangendo il passato».
La presa di posizione è particolarmente significativa perché Asvis, fino a oggi, ha agito da moltiplicatore dei messaggi di sostenibilità , puntando giustamente sulla strategia del volume più che della qualità . In primo luogo, si è posta il traguardo che del tema, in modo più specifico degli Sdgs, si cominciasse a parlare in senso allargato e diffuso. Della serie, la cosa importante è parlarne. In secondo luogo, ha spinto per aggregare il maggior numero di forze e realtà disposte a schierarsi sul fronte degli obiettivi sostenibili.
Il risultato quantitativo è stato senz’altro raggiunto.
Adesso, però, inizia evidentemente a emergere la sensazione che sia necessaria la fase due. Quella della qualità . Quella in cui non basta parlarne, perché ormai tutti ne parlano. Ma, al contrario, occorre forse porre un freno, appunto, al senso comune di greenwashing.
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