Giornalista, il vecchio posto fisso è insostenibile
Per il giornalismo, il 2014 è stato un altro anno di ossa rotte, e di accelerazione del cambiamento del sistema editoriale italiano. Lo evidenzia la sesta edizione del rapporto sulla professione giornalistica in Italia, presentato ieri, 12 gennaio, da Lsdi – Libertà di Stampa Diritto all’Informazione, presso la Fnsi a Roma.
Di seguito, la prima parte dell’introduzione della ricerca:
«Il processo di progressiva contrazione del lavoro dipendente e la parallela crescita del peso del lavoro autonomo continuano ad essere i tratti salienti dell’ evoluzione della professione giornalistica in Italia, come mostrano i dati relativi al 2014 dell’Inpgi e degli altri istituti di categoria.
Il 2014 è stato un altro anno di profondo malessere, un anno che ha visto acutizzarsi la crisi della professione e dei suoi organismi e indebolirsi ulteriormente il ruolo di polarizzazione dei media tradizionali nel campo del lavoro subordinato.
I rapporti di lavoro in quotidiani, periodici e Rai, che nel 2000 rappresentavano il 76% del lavoro giornalistico dipendente (11.767 rapporti di lavoro su 15.476 complessivi), nel 2014 sono calati infatti al 59,5% (11.253 rapporti su 18.917). Mentre enti pubblici e privati e la pubblica amministrazione, che 15 anni fa contavano l’ 8,1% dei rapporti di lavoro subordinato, hanno raddoppiato il loro peso e rappresentano ora il 16,7% dei rapporti di lavoro.
Complessivamente i giornalisti attivi ‘’effettivi’’ nel 2014 erano 50.488 (32.631 autonomi ‘’puri’’ [iscritti solo all’ Inpgi2] e 17.857 dipendenti, di cui 7.903 iscritti anche all’ Inpgi2), su 105.634 iscritti all’ Ordine dei giornalisti (esclusi stranieri ed elenco speciale), pari al 47,8%: una percentuale lievemente superiore al 47,1% registrato alla fine del 2013.
Gli iscritti all’ Inpgi2 erano quindi complessivamente 40.534. Nel 2000 gli attivi ‘’effettivi’’ erano 21.373 (il 31,3% dei 68.253 iscritti all’ Ordine – esclusi stranieri ed elenco speciale -). Il numero degli attivi, in quindici anni, è cresciuto del 136%, mentre il numero degli iscritti all’ Ordine, nello stesso periodo, è salito del 54,8%.
L’ andamento dei nuovi iscritti (Inpgi1 e Inpgi2) mostra però un progressivo declino: dai 3.247 nuovi iscritti del 2000 si è passati ai 2.305 nuovi iscritti del 2014, con un decremento del 29%. In particolare, dal 2008 in poi i nuovi iscritti all’ Inpgi1 si sono più che dimezzati, passando da 1.379 a 604 (meno 56,2%), e quelli all’ Inpgi2 sono calati solo del 4,7%.
Nel 2014 il lavoro autonomo rappresentava dunque il 64,6% di tutti gli attivi, contro il 62,6% dell’ anno precedente (era il 59,5% del 2012, il 57,4% nel 2011 e il 55,7% nel 2010). Dai 4.788 iscritti del 1997 siamo passati alle 40.534 posizioni all’ Inpgi2 del 2014, con un incremento del 747%. Pur essendo sempre più diffuso però, questo segmento dell’ industria giornalistica presenta sempre una evidente fragilità , visto che sul piano della retribuzione produceva zero redditi per oltre quattro giornalisti autonomi su dieci (16.830 su 40.534, il 41,5% degli iscritti all’ Inpgi2).
Mentre fra i 23.704 giornalisti con un reddito sopra lo zero, sette su 10 dichiaravano introiti inferiori o pari a 10.000 euro annui e, complessivamente, si registrava un ulteriore – anche se lieve – calo della retribuzione media, scesa da 10.941 a 10.935 euro lordi annui. I redditi medi da lavoro autonomo nel 2014 restavano al 17,9% di quelli del lavoro dipendente, 5,6 volte inferiori (6,9 volte per i co.co.co e 4,7 volte per i liberi professionisti).
I 4.888 subordinati con entrate sopra gli 80.000 euro annui hanno ricavato 2,3 volte di più dei 23.704 autonomi con reddito superiore a zero messi insieme. Circa 603 milioni di euro, contro 260 milioni. Complessivamente il monte salari degli iscritti all’ Inpgi1 (17.575 posizioni) era di quasi un miliardo e 76 milioni di euro, contro i 260 milioni degli autonomi (23.704) con reddito superiore a zero.
Nel campo del lavoro dipendente, anche se, paradossalmente, i giornalisti iscritti all’ Inpgi1 continuano a crescere (+0,7%), quello che pesa concretamente è la diminuzione – a velocità sempre più preoccupante – dei rapporti di lavoro, con un meno 4,7% (era stato -4,1% nel 2013 rispetto al 2012), e quella (meno 3,7%) delle posizioni attive, cioè dei giornalisti attivi (che possono avere più rapporti di lavoro).
Le posizioni contributive salgono infatti da 27.710 nel 2013 a 27.891. Ma i rapporti di lavoro scendono da 19.840 a 18.917 (un livello analogo a quello del 2003, quando erano 18.465) e le posizioni attive calano da 18.547 a 17.857.
L’ andamento è ancora più negativo se si considera la situazione al 31 dicembre 2014, quando i rapporti di lavoro rilevati dall’ Istituto erano 15.891, con una diminuzione di ben 1.043 unità rispetto a quelli registrati nella stessa giornata del 2013 (16.934)».
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