L’Australia ha annunciato un nuovo obiettivo climatico di riduzione delle emissioni tra il 62 e il 70% entro il 2035 rispetto ai livelli del 2005, superando il precedente traguardo del 43% per il 2030. Il Primo Ministro Anthony Albanese lo ha definito «ambizioso ma realistico», ma esperti e ambientalisti lo giudicano insufficiente e al di sotto delle raccomandazioni scientifiche.
La Climate Change Authority (Cca) e lo stesso Tesoro federale avevano indicato come più appropriato un intervallo del 65–75%, e le organizzazioni ambientaliste parlano di occasione mancata in un momento cruciale della crisi climatica.
«Il nuovo piano climatico del governo Albanese è un affronto alle comunità del Pacifico e australiane che già subiscono gli impatti pericolosi del cambiamento climatico», ha denunciato Shiva Gounden di Greenpeace Australia Pacific, accusando il governo di mettere i profitti del carbone e del gas davanti alla sicurezza delle persone.
Il piano arriva nonostante finanziamenti pubblici per circa 7 miliardi di dollari australiani destinati alla transizione energetica, ma le scelte su gas e carbone ne minano la credibilità. Canberra ha infatti deciso di prolungare la vita di un grande progetto di gas naturale e non ha ancora fissato una data per l’uscita dalle centrali a carbone, creando incertezza sullo sviluppo delle rinnovabili.
Rimane inoltre aperta la questione della continua esportazione di combustibili fossili estratti in Australia verso Paesi con normative ambientali meno rigorose, sollevando il problema del cosiddetto “market substitution”, ossia la sostituzione delle emissioni a livello globale quando i combustibili vengono semplicemente bruciati altrove.
Anthony Albanesecambiamento climaticoclean energy finance corporationClimate Change Authorityemissionimarket substitutionMatt KeanNet Zero Fund
0 commenti