ANALISI deGLI EFFETTI SUL COMPORTAMENTO DEGLI INVESTITORI
Nber: Sfdr non è servito a nulla
Il Regolamento Sfdr, concepito per fornire agli investitori informazioni aggiuntive sulla sostenibilità degli investimenti e limitare il greenwashing, ha avuto un impatto minimo nell’influenzare il comportamento degli investitori e dei fondi comuni. Infatti, l’introduzione del Regolamento non ha determinato né maggiori flussi verso i fondi articolo 8 e articolo 9, né ha modificato in modo significativo la sostenibilità dei loro portafogli.
È la conclusione di un nuovo studio pubblicato dal National Bureau of Economic Research (Nber) dal titolo The effects of regulating greenwashing: evidence from Europe’s Fustainable Finance Disclosure Regulation (Sfdr) che ha analizzato gli effetti del Regolamento Sfdr 2088, nella sua formulazione attuale, sui flussi dei fondi comuni di investimento e sulla sostenibilità dei loro investimenti.
Secondo gli autori, l’effetto trascurabile del Regolamento Sfdr sui flussi suggerisce che le disclosure non abbiano fornito agli investitori informazioni nuove o realmente utili, come se «gli investitori fossero già consapevoli di quali fondi fossero sostenibili prima dell’entrata in vigore dell’Sfdr». Dall’indagine, infatti, è emerso che anche prima dell’introduzione dell’Sfdr, i fondi che sarebbero poi stati classificati fondi articolo 9 registravano flussi più elevati rispetto ai fondi articolo 8, e anche i fondi articolo 8 registravano flussi più elevati rispetto ai fondi articolo 6.
Inoltre, osservando le composizioni di portafoglio, non si sono osservate particolari variazioni sulle scelte di investimento sostenibile da parte dei fondi.
Il limitato impatto sulla sostenibilità dei fondi implica che, o il greenwashing non era particolarmente diffuso prima dell’introduzione dell’Sfdr, oppure che l’Sfdr non si è dimostrato efficace nel contrastarlo.
Altro aspetto importante emerso riguarda il fatto che molti investitori erano in difficoltà nel comprendere la disclusure Sfdr, pertanto, sottolineato gli autori, «l’impatto del Regolamento potrebbe potenzialmente aumentare rendendo le informazioni più intuitive per gli investitori».
L’analisi ha utilizzato i dati dei fondi comuni europei, inclusi gli Etf, considerando la loro classificazione Sfdr (articolo 6, 8 e 9), i flussi e le composizioni di portafoglio mensili presenti nel database Morningstar. Successivamente, mediante un approccio difference‑in‑differences, è stato valutato se la disclosure Sfdr sia stata in grado di influenzare, o meno, i flussi verso i fondi articolo 8 e 9.
ANALISI SUI FLUSSI
Come anticipato, l’introduzione dell’Sfdr non ha avuto alcun effetto sui flussi dei fondi comuni al momento della sua entrata in vigore, nel marzo 2021.
Alla stessa conclusione si giunge anche nell’analisi dei flussi dopo la riclassificazione dei fondi. Il caso più rilevante si è verificato alla fine del 2022, quando fondi con diverse centinaia di miliardi di euro in gestione si sono declassati da articolo 9 ad articolo 8, in previsione di requisiti di disclosure più stringenti. Anche in questo caso, sono stati riscontrati effetti minimi sui flussi dei fondi comuni, suggerendo che le disclosure abbiano avuto un impatto limitato.
ANALISI SUI PORTAFOGLI
Oltre all’analisi dei flussi, gli autori hanno esaminato le scelte di investimento dei fondi, valutando i potenziali effetti sia dell’annuncio sia dell’entrata in vigore dell’Sfdr sul loro profilo di sostenibilità . L’analisi si concentra su indicatori ampiamente utilizzati, quali le carbon emissions portfolio-weighted, gli environmental rating di Refinitiv e i carbon risk score di Morningstar.
Dai risultati non è emersa alcuna variazione significativa né a seguito dell’introduzione della normativa, né dopo la riclassificazione dei fondi.
«L’assenza di cambiamenti significativi in questi indicatori di sostenibilità suggerisce che i miglioramenti osservati riflettono probabilmente una tendenza in atto in tutto il mercato alla riduzione delle emissioni finanziate piuttosto che un impatto specifico dell’Sfdr stesso».
SFDR NON HA AGGIUNTO NUOVE INFORMAZIONI
La seconda parte del paper ha cercato di analizzare i motivi per cui la disclosure Sfdr abbia avuto un impatto limitato sul comportamento dei fondi e degli investitori. Non si tratta di mancanza di interesse verso la sostenibilità : i fondi etichettati come sostenibili e i fondi Esg registrano infatti flussi più elevati.
Il motivo era piuttosto che le classificazioni Sfdr non aggiungevano nuove informazioni. I dati del report evidenziano che prima dell’introduzione dell’Sfdr, l’86% dei fondi articolo 9 aveva già un mandato di sostenibilità , rispetto allo 0,3% dei fondi articolo 6. Inoltre, i fondi articolo 9 avevano una probabilità cinque volte maggiore di ottenere il rating di sostenibilità più elevato di Morningstar (il 5 Globe Rating) rispetto ai fondi Articolo 6.
CATEGORIE POCO COMPRENSIBILI
Oltre all’indagine sopra evidenziata, gli autori hanno avviato un sondaggio con investitori europei, nei Paesi in cui il Sfdr era applicato, dal quale è emerso che molti hanno avuto difficoltà a interpretare le disclosure Sfdr. Le informazioni sulla Sfdr infatti non erano ben comprese e solo il 23,5% dei 1.465 investitori finali aveva una conoscenza di base della regolamentazione (Tabella A2).
Ad esempio, molti fondi sui loro siti web e nei loro prospetti informativi si limitano a indicare se si tratta di fondi di cui all’articolo 6, 8 o 9, senza fornire alcuna descrizione o fornendone una molto succinta. Gli investitori potrebbero non comprendere le differenze tra i fondi di cui agli articoli 6, 8 e 9.
Ecco perchè una maggiore chiarezza avrebbe potuto aumentare in modo significativo l’efficacia della normativa.
Lo studio ha inoltre riscontrato una significativa mancanza di conoscenza anche tra i rispondenti che dichiaravano di avere familiarità con l’Sfdr. Solo il 42,3% ha correttamente identificato i fondi articolo 9 come quelli con la più alta classificazione di sostenibilità (Tabella A5). La comprensione del sistema di classificazione rimane limitata, con un 36,1% che dichiara di essere incerto.
Il problema, quindi, non sarebbe tanto l’idea della regolamentazione, quanto il modo in cui le informazioni vengono presentate. Una disclosure troppo tecnica o frammentata rischia di non essere assimilata dal pubblico, vanificando l’obiettivo di contrastare il greenwashing.
Noemi Primini
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