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Sfdr 2.0: impact, approccio da rivedere
La revisione della Sfdr rappresenta probabilmente il passaggio più delicato e strategico dell’evoluzione della finanza sostenibile europea. Dopo una prima fase dominata dalla costruzione di framework di disclosure e trasparenza, il mercato sembra oggi trovarsi davanti a una domanda più profonda: la regolazione europea vuole semplicemente rendere più leggibili i prodotti finanziari sostenibili oppure vuole realmente incentivare la generazione di cambiamento sociale e ambientale?
PERSISTE IL RISCHIO COMPLIANCE
La Sfdr 2.0 nasce in un contesto di crescente tensione tra due esigenze: da un lato la necessità di semplificare un framework percepito come complesso e burocratico; dall’altro il bisogno di preservare la credibilità della finanza sostenibile evitando fenomeni di greenwashing o sustainability washing. Tuttavia, dal punto di vista dell’impact investing, il rischio principale è che il processo di revisione finisca per rafforzare logiche prevalentemente rendicontative e di compliance, senza creare veri incentivi allo sviluppo di prodotti capaci di generare cambiamenti misurabili.
La buona notizia all’interno della Sfdr 2.0 è che per la prima volta la regolamentazione riconosce il contesto impact investing e lo propone come opzione aggiuntiva selezionabile volontariamente per il nuovo Articolo 7, che prevede prodotti di investimento con allocazioni di risorse verso la transizione prettamente ambientale ed energetica, e per l’Articolo 9, ovvero il posizionamento per prodotti con obiettivi di sostenibilità. La notizia meno buona è che la Sfdr 2.0 è ancora lontana dall’abilitare reali logiche finanziarie propedeutiche alla generazione di impatto.
Analizziamo adesso alcuni degli aspetti cruciali della Sfdr 2.0 nei confronti delle logiche impact investing.
SIAMO SICURI DEI PAI?
Uno dei temi più rilevanti riguarda il possibile rafforzamento dei Kpi Pai obbligatori. La standardizzazione delle disclosure può certamente aumentare comparabilità e trasparenza, ma il mercato dell’impact investing è caratterizzato da strategie, asset class e obiettivi profondamente eterogenei. L’introduzione di indicatori minimi uniformi rischia quindi di produrre misurazioni non materiali o puramente formali. La vera questione non dovrebbe essere definire in modo rigido cosa misurare per tutti, ma piuttosto come misurare in modo rigoroso ciò che è realmente materiale per ciascuna strategia di investimento, e come tale strategia abilita un cambiamento sociale o ambientale.
Per questo motivo, uno degli aspetti che la Sfdr 2.0 dovrebbe rafforzare riguarda il passaggio da framework basati prevalentemente su input e output a logiche outcome-based. Oggi gran parte delle disclosure Esg e dei Pai tende a misurare allocazioni, esposizioni o processi adottati. L’impact investing, invece, richiede la capacità di dimostrare cambiamenti generati. In questo senso, il mercato potrebbe leggere positivamente una regolazione che premi la capacità dei prodotti finanziari di articolare una teoria del cambiamento e di misurare progressioni causali tra input, attività, output, outcome e impatti.
Da questo punto di vista, framework già consolidati nella comunità internazionale dell’impact investing, come l’approccio Abc di Impact Frontiers, potrebbero rappresentare un riferimento utile. La distinzione tra logiche “Avoid Harm”, “Benefit Stakeholders” e “Contribute to Solutions” permetterebbe di superare una classificazione troppo uniforme dei prodotti sostenibili e di distinguere chiaramente prodotti entry-level Esg da strategie realmente orientate all’impatto o alla transizione. La comparabilità tra prodotti dovrebbe quindi spostarsi dal “cosa viene misurato” al “come viene dimostrato il cambiamento”.
OLTRE I BENCHMARK CLIMATICI
Un altro aspetto della Sfdr 2.0 riguarda l’aderenza alle categorie Sfdr per prodotti che replicano benchmark climatici Pab o Ctb. L’utilizzo di benchmark climatici, seppur standardizzabile, non può costituire di per sé una garanzia automatica di sostenibilità complessiva del prodotto. La sostenibilità, soprattutto nell’impact investing, non può essere ridotta a mera compliance tecnica rispetto a benchmark climatici.
Allo stesso modo, il rafforzamento delle disclosure sull’engagement rappresenta una leva molto rilevante. L’impact investing, soprattutto nei private markets, si basa spesso su logiche di active ownership, coinvolgimento diretto e accompagnamento trasformativo delle imprese partecipate. Per questo motivo, il framework Sfdr dovrebbe distinguere maggiormente approcci di engagement attivo da strategie puramente passive. In particolare, per prodotti Articolo 9 e Articolo 7, sarebbe utile introdurre meccanismi che valorizzino il contributo trasformativo dell’investitore, anche attraverso logiche minime di holding period coerenti con processi reali di cambiamento ambientale e sociale.
SOCIAL TAXONOMY, LA GRANDE ASSENTE
Tuttavia, l’elemento chiave della critica alla normativa riguarda l’assenza di una vera dimensione sociale nel framework Sfdr. L’attuale evoluzione regolatoria continua a essere fortemente climate-driven, mentre la “just transition” rimane ancora marginale. Il mercato dell’impact investing potrebbe invece svilupparsi in modo molto più robusto se la categoria “Transition” in Articolo 7 integrasse esplicitamente la valutazione delle ricadute sociali dei processi di trasformazione ambientale. In questo senso, lo sviluppo di una Social Taxonomy europea potrebbe rappresentare una leva fondamentale per stimolare prodotti orientati alla generazione di valore sociale e non soltanto ambientale.
LA DISCLOSURE A LIVELLO DI ENTITY NON È LA CHIAVE
Elemento delicato risulta invece l’obbligo di disclosure previsto a livello di entity e a livello di prodotto. La Sfdr 2.0 cerca di ridurre gli obblighi di rendicontazione a livello di sgr: un eccessivo irrigidimento delle disclosure entity-level rischierebbe di entrare in conflitto con la natura stessa dei mercati finanziari, che richiedono diversificazione e flessibilità strategica. Ancora una volta, la priorità della Sfdr dovrebbe essere il rafforzamento della qualità della misurazione a livello di prodotto e non la proliferazione di vincoli uniformi a livello di entità. I futuri Rts dovrebbero quindi evolvere verso template più flessibili, capaci di incentivare la rappresentazione della creazione di valore sociale e ambientale e non soltanto la compilazione burocratica di schemi standardizzati.
TRASPARENZA SULLA NON–SOSTENIBILITÀ
Infine, una leva potenzialmente molto importante riguarda la comunicazione esplicita dei prodotti non sostenibili. Rendere obbligatoria per i prodotti Art. 6, ovvero quei prodotti al di fuori di contributi alla sostenibilità, una disclosure chiara sull’assenza di approcci Esg o sostenibili potrebbe produrre un effetto reputazionale significativo e incentivare il mercato a evolvere verso modelli più avanzati di integrazione della sostenibilità.
Nel complesso, se da una parte il mercato dell’impact investing potrebbe leggere positivamente una Sfdr 2.0 capace di ridare legittimità ad un contesto finora non considerato, l’evoluzione della normativa dovrebbe abbracciare una logica che va oltre la mera trasparenza e reporting, sviluppando sistemi di misurazione realmente orientati a incentivare la competitività all’insegna del valore sociale ed ambientale generato. L’eccesso di standardizzazione e compliance non ha finora dato effetti sperati, e il “reporting burden” ha prodotto logiche di ritrosia verso strategie di sostenibilità. È il momento che la normativa coniughi logiche dei mercati finanziari con l’opportunità di innovazione di strategie impact, all’insegna del valore sociale e ambientale generato, ed un orizzonte di lungo periodo in cui la redditività finanziaria si interseca perfettamente con il cambiamento positivo.
Leonardo Boni
Assistant Professor presso la School of Management
del Politecnico di Milano – Tiresia
L’articolo è stato precedentemente pubblicato sul portale di Social Impact Agenda per l’Italia che ne ha gentilmente concesso la ripresa su ETicaNews
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