vincoli più stringenti per i fondi esg

Sfdr 2.0, rischi divestment da 9 mld per l’oil

5 Mar 2026
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Uno studio di 3 ong tedesche ha analizzato il possibile riassetto delle strategie di investimento necessario per conformarsi alle disposizioni sulle esclusioni contenute nella proposta di Sfdr 2.0, processo già iniziato lo scorso anno con la piena applicazione delle nuove naming rules Esma

L’aggiornamento della Sfdr proposto dalla Commissione Europea potrebbe portare i fondi attualmente classificati come articolo 8 e articolo 9 a ridurre le partecipazioni in società legate ai combustibili fossili per un valore di 9 miliardi di euro. Come riportato da Responsible Investor, il dato emerge dalla ricerca “Finally fossil-free? – What the Esma Naming Guidelines and the Proposed SFDR Revision Can Do to Curb Greenwashing in ESG Funds” sviluppata dalle ong finanziarie tedesche Urgewald, Finanzwende e Facing Finance, che ha stimato gli impatti sull’industria del risparmio gestito sostenibile causati da recenti e futuri cambiamenti normativi.

Le nuove naming rules dell’Esma, diventate vincolanti da maggio 2025 anche per i prodotti finanziari esistenti, hanno imposto criteri comuni di esclusione per i fondi che utilizzano chiari riferimenti alla sostenibilità nel proprio nome. Le società di gestione si sono mosse in due direzioni opposte. I fondi che non intendevano applicare le esclusioni hanno optato per il cambio di nome, mentre quelli hanno scelto la conformità hanno dovuto ridurre sensibilmente le proprie posizioni nel settore dei combustibili fossili, stimate in complessivi 3,3 miliardi di euro. Altri 11,4 miliardi sono invece rimasti in portafoglio presso fondi che hanno modificato la denominazione per sottrarsi ai vincoli.

Con l’arrivo della Sfdr 2.0 si assisterà molto probabilmente a un ulteriore step. Le esclusioni più stringenti riguarderanno i fondi delle categorie “Sustainable”, investimenti allineati ad alti standard ambientali e sociali, o “Transition”, asset che finanziano la transizione verso la neutralità carbonica. Impostazione che mira a combattere il greenwashing, sostituendo la distinzione tra articoli 8 e 9 con definizioni basate sul contributo attivo. Per questa due tipologie di prodotti, i nuovi requisiti prevedono inoltre l’obbligo di cedere le partecipazioni in aziende che sviluppano nuovi progetti fossili o che non dispongono di un piano di uscita dall’utilizzo di carbone termico. I fondi classificati come “Esg Basics”, gli ex articolo 8, godranno invece di maggiore autonomia nella scelta delle strategie di investimento, essendo tenuti a escludere dai portafogli solamente le società della filiera del carbone. Per quanto riguarda le masse interessate, lo studio stima che i fondi “Sustainable” e “Transition” dovrebbero rispettivamente dismettere ulteriori 2,7 miliardi e 2,3 miliardi di euro in titoli fossili. I fondi “ESG Basics” sarebbero chiamati a cedere 3,9 miliardi in società del carbone, ma potrebbero mantenere oltre 100 miliardi investiti in imprese che operano con idrocarburi o che non hanno obiettivi di riduzione delle proprie emissioni allineati all’Accordo di Parigi.

Secondo le ong, le nuove esclusioni contribuiranno a ridurre il rischio di greenwashing per i fondi “Sustainable” e “Transition”. Al contrario gli “ESG Basics” potrebbero rimanere privi di solidi criteri sotto questo aspetto. Sono state inoltre riscontrate incertezze e discrepanze applicative delle linee guida Esma. Ne è un esempio Rwe, multinazionale tedesca del settore energia, non presa in considerazione da alcuni filtri sul carbone perché brucia internamente il minerale che estrae senza generare ricavi dalla vendita. Ambiguità interpretative riguardano anche la valutazione di violazioni dell’Un Global Compact e la classificazione di attività indirette collegate ai combustibili fossili, come trasporti e consulenza. Il quadro normativo presenta quindi ancora lacune che potrebbero portare alcune aziende ad essere escluse da alcuni investitori e non da altri.

Matteo Russo

 

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