sfdr 2.0 / parla Roberto Grossi, Direttore Generale

Grossi (Etica Sgr): «Le armi restano incompatibili con la sostenibilità»

27 Gen 2026
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In questa intervista, che apre la serie dedicata alla revisione del Regolamento, il manager evidenzia l'esistenza di zone d'ombra. In particolare «la proposta attuale non affronta in modo adeguato il nodo centrale, ossia la compatibilità tra investimenti in armamenti e sostenibilità»

La proposta di revisione del Regolamento Sfdr arriva in un momento decisivo per il percorso della finanza sostenibile in Europa. Accanto all’obiettivo di rendere le informazioni Esg affidabili, comparabili e di qualità nel contrasto al greenwashing, si aprono interrogativi sulla solidità complessiva del quadro regolamentare e sulle conseguenze delle semplificazioni in discussione. Ne parla in questa intervista Roberto Grossi, Direttore Generale di Etica Sgr, che inaugura una serie di colloqui con gli asset manager, in merito alle evoluzioni del Regolamento. Il manager si sofferma in particolare sulle aspettative “mancate” legate alle esclusioni degli investimenti nel settore della difesa, tema distintivo e fortemente identitario della società di gestione. «La proposta attuale non affronta in modo adeguato il nodo centrale, ossia la compatibilità stessa tra investimenti in armamenti e sostenibilità – sostiene Grossi -. Dal nostro punto di vista, investire nel settore della difesa non può conciliarsi in alcun modo con la sostenibilità».

Ritiene fosse necessario modificare il Regolamento Sfdr?

L’Sfdr ha rappresentato senza dubbio un passaggio rilevante nel percorso dell’Unione europea verso una maggiore trasparenza in materia di sostenibilità dei prodotti finanziari, ponendo per la prima volta un quadro di riferimento comune per il mercato. Allo stesso tempo, l’esperienza applicativa ha evidenziato limiti e ambiguità, sia nella chiarezza delle definizioni sia nel coordinamento con gli altri strumenti normativi europei in ambito Esg. In tale contesto si colloca il riesame avviato dalla Commissione europea, finalizzato a rafforzare la comparabilità delle informazioni e a ridurre il rischio di interpretazioni eterogenee. Resta tuttavia essenziale che ogni intervento di semplificazione non comporti un indebolimento della qualità e della completezza dell’informativa, a presidio dell’interesse primario della tutela degli investitori. Il percorso è ancora in evoluzione e richiederà un’attenta valutazione degli impatti concreti sulle dinamiche di mercato e sulle scelte di investimento.

Prevede che con il nuovo Regolamento il rischio di greenwashing venga realmente ridotto? Oppure permangono zone d’ombra?

La finalità dell’Sfdr (ossia normare in modo rigoroso la disclosure di sostenibilità) rimane oggi imprescindibile e rappresenta un ambito dal quale il mercato non può più sottrarsi. La sfida sarà quindi quella di trovare un equilibrio tra maggiore chiarezza regolamentare, tutela dell’investitore e credibilità complessiva del framework europeo sulla finanza sostenibile. Al contempo, ci sono alcune zone d’ombra che a nostro giudizio meritano attenzione. In particolare, l’eventuale eliminazione dei Principal Adverse Impacts (Pai) e il superamento del principio del Do No Significant Harm (Dnsh) rischiano di indebolire l’approccio complessivo e integrato alla sostenibilità che l’Sfdr aveva inizialmente voluto promuovere. In questo contesto, la disponibilità di informazioni Esg affidabili, comparabili e di qualità continuerà a rappresentare un fattore determinante per un effettivo contenimento del rischio di greenwashing.

Ritiene che la disclosure “alleggerita” possa agevolare il cliente finale nella scelta consapevole dei prodotti?

L’orientamento verso documenti più sintetici, modelli standardizzati e un linguaggio più accessibile può contribuire ad agevolare una comprensione più immediata del profilo di sostenibilità di un prodotto finanziario, in particolare per gli investitori retail. Resta tuttavia fondamentale che i processi di semplificazione non si traducano in una riduzione delle informazioni rilevanti né in un indebolimento della capacità dell’investitore di valutare in modo adeguato le caratteristiche e i rischi di sostenibilità dei prodotti. Sarà quindi essenziale verificare, nella fase applicativa, che le nuove modalità di comunicazione garantiscano un livello adeguato di completezza e chiarezza.

All’interno della nuova proposta del Regolamento Sfdr l’unica esclusione relativa agli investimenti nel settore della difesa è legata al fatto che i prodotti classificati articolo 7, 8 e 9 non sarebbero in grado di finanziare armi vietate nella maggior parte degli Stati membri, come le armi chimiche e biologiche. Quali erano le sue attese sul tema della difesa?

Le nostre attese erano orientate verso un’impostazione decisamente più stringente sul tema dell’industria degli armamenti. La proposta attuale, pur prevedendo l’esclusione delle società coinvolte nella produzione di armi vietate nella maggior parte degli Stati membri, non affronta in modo adeguato il nodo centrale, ossia la compatibilità stessa tra investimenti in armamenti e sostenibilità. Tutte le altre tipologie di armi non sono espressamente vietate e quindi sono consentite, pur trovando regolamentazione e limitazione in diversi altri trattati e convenzioni.

Consentire che prodotti classificati come sostenibili possano presentare esposizioni alle armi implica il rischio concreto che i risparmiatori investano i loro soldi in attività che considerano incompatibili con una scelta di investimento realmente sostenibile, svuotando così di significato il concetto stesso di sostenibilità, anche sul piano culturale. Dal nostro punto di vista, investire nel settore della difesa non può conciliarsi in alcun modo con la sostenibilità: la finanza Esg europea, nata per indirizzare i capitali verso ambiente, coesione sociale e governance responsabile, rischia in questo modo di estendere i propri confini fino a snaturarsi e includere, tra gli investimenti possibili, comparti che generano effetti diametralmente opposti. Non è un’anomalia temporanea, ma un fenomeno strutturale che prova a ridefinire cosa possa essere “sostenibile”, con implicazioni etiche, politiche e geopolitiche di grande portata. Siamo profondamente delusi e anche preoccupati da questo cambio di paradigma operato dall’Unione Europea. La nostra visione è radicalmente diversa: per noi la finanza deve essere motore di un cambiamento reale e duraturo, con uno sguardo rivolto al medio-lungo periodo. Per questo motivo continueremo a escludere in modo netto dai nostri fondi ogni investimento in aziende legate sia alle armi convenzionali sia a quelle controverse, andando oltre il semplice rispetto dei divieti previsti dai trattati internazionali.

Noemi Primini

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