un fenomeno che costringe al cambio di narrativa
Se il non profit chiede “show me the money”
Dalle macerie del terremoto 2025, emerge un altro fenomeno con potenzialità importanti nello sviluppo degli Esg. Anche le organizzazioni non profit cambiano la propria strategia di azione e abbracciano la prospettiva “show me the money”.
Un segnale forte in questo senso lo ha lanciato l’organizzazione olandese Follow This, per decenni un riferimento nelle assemblee delle grandi compagnie petrolifere, nelle quali aggregava gli investitori attorno al proprio obiettivo di costringere le big oil ad agire per un pianeta più pulito. Complice il generale raffreddamento per le battaglie di bandiera Esg dello scorso anno, qualche mese fa Follow This aveva addirittura annunciato uno stop alle proprie battaglie assembleari.
Nei giorni scorsi, invece, l’organizzazione non profit si è ripresentata ancora più battagliera per le assemblee di Bp e Shell. Ritrovando un importante supporto degli investitori alle proprie mozioni. Il motivo è che Follow This ha abbandonato la protesta Esg fine a se stessa, e l’ha integrata con obiettivi business. Le mozioni, infatti, chiedono alle due major, che di recente hanno ridotto i propri impegni su sostenibilità e diversificazione in rinnovabili, di rivelare come creeranno valore se la domanda globale di petrolio e gas diminuirà. In particolare, Follow This chiede di rendere pubbliche relazioni che coprano almeno 10 anni, dettagliando le spese in conto capitale, i piani di produzione, le proiezioni del flusso di cassa libero e le strategie a lungo termine in scenari di calo della domanda di petrolio e gas.
Nei fatti, appunto, Follow This prende consapevolezza che la strada per spingere gli Esg è quella di dimostrarsi uno strumento necessario alla creazione di valore: show me the money.
IL SEGNALE PER LE AZIENDE
Questo fenomeno dice molto alle aziende. Le informazioni Esg potranno magari essere ancora differenziate a seconda dello stakeholder, ma dovrà essere chiaro il messaggio univoco e trasversale: le strategie di sostenibilità sono improntate prima di tutto a migliorare il business. Da qui la necessità di una completa integrazione tra narrativa e identità ESG (vedi articolo Narrativa Esg, la grande occasione del 2026).
Le strategie di comunicazione attuali, tuttavia, appaiono ancora distanti da questo approccio. Sembra che le informazioni di sostenibilità continuino a essere trattate come corpo estraneo, cioè come un qualcosa di aggiuntivo al normale flusso informativo. Come tale, un qualcosa di riducibile, se non eliminabile.
L’ALLARME DI EFRAG
Una prova di tale equivoco è l’analisi costi-benefici svolta da Efrag sulla proposta di revisione degli Esrs, i nuovi standard di rendicontazione della sostenibilità, su cui la mannaia Omnibus ha imposto una riduzione tra il 60 e il 70% dei dati obbligatori (vedi articolo Nuovi Esrs, la finanza smentisce l’azienda). Dall’analisi emerge un conflitto molto interessante. Se, da un lato, il mondo aziendale ha accolto positivamente il taglio degli oneri di trasparenza e rendicontazione, dall’altro lato, il mondo degli investitori ha convintamente bocciato tale direzione. In sostanza, gli interlocutori delle aziende denunciano la prospettiva di un vulnus informativo, di informazioni incomplete e inutili da parte delle imprese.
Gli investitori, insomma, sembrano avere ben chiaro (e anche più chiaro delle aziende stesse) che la sostenibilità non è un “di più”, un qualcosa di prettamente valoriale, ma è un fattore integrato nell’identità dell’azienda. E, come tale, concorre in modo decisivo a definirne il valore. Ridurre le informazioni su questi aspetti ha lo stesso significato di ridurre le informazioni nella relazione d’esercizio.
Ebbene, per tornare alla reazione gioiosa delle aziende di fronte a Omnibus, quale imprenditore razionale sarebbe a proprio agio (o, addirittura, festeggerebbe) di fronte a investitori che lo tacciano di mancare in trasparenza e credibilità sul proprio valore?
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