Grandi inquinatori in tribunale
Litigation Esg, l’anno dei David contro Golia
Le litigation climatiche sono in deciso aumento da almeno un paio d’anni. Negli ultimi mesi, però, sta emergendo un trend che vede l’Europa come l’arena delle battaglie legali e le multinazionali più inquinanti come i principali bersagli, con l’obiettivo di far ritenere i grandi emettitori responsabili in tribunale per il loro ruolo nella crisi climatica in corso. I dati sembrano confermare la nascita di un movimento: secondo il Grantham Institute, quasi tremila casi climatici si stanno facendo strada nei tribunali di tutto il mondo e il 20% dei 226 nuovi casi presentati nel 2024 sono contro aziende private.
Ad aprire le porte a una potenziale ondata di cause di questo tipo è stata la sentenza di uno storico caso conclusosi l’anno scorso, “Lliuya vs Rwe”. Nel 2015, il contadino e guida alpina peruviano Saúl Luciano Lliuya ha denunciato la società energetica tedesca Rwe in un tribunale civile in Germania per aver contribuito al riscaldamento climatico globale che sta minacciando la sua casa e la sua cittadina nelle Ande. Dopo 10 anni di procedimenti, il 28 maggio 2025, il tribunale regionale superiore di Hamm, in Germania, ha respinto il caso senza possibilità di ulteriori ricorsi, sulla base del fatto che non c’erano prove sufficienti per stabilire il rischio di alluvione lamentato dal querelante. Tuttavia, la storica sentenza ha anche stabilito che è legalmente possibile dimostrare il nesso di causalità tra le emissioni di una specifica azienda e gli impatti climatici del mondo reale e che quindi i maggiori emettitori possono in linea di principio essere ritenuti responsabili nei procedimenti civili per i danni climatici all’estero, in proporzione alla loro quota di emissioni (Leggi l’articolo “Clima: assolta Rwe, ma ogni azienda è condannabile”).
Gli esperti sono concordi nell’affermare che questa decisione stabilisce un precedente potenzialmente significativo per le future cause climatiche per chiedere agli inquinatori un risarcimento.
A questa sentenza si è poi unito il parere consultivo unanime della Corte internazionale di giustizia, pubblicato nel luglio 2025, sugli obblighi degli Stati in materia di cambiamenti climatici. La più alta corte delle Nazioni Unite ha affermato che 1,5°C è un obiettivo vincolante per gli Stati e ha stabilito che gli obblighi di agire sono fondati non solo su trattati come l’Accordo di Parigi, ma anche sulla legge sui diritti umani. Sebbene i pareri consultivi non siano giuridicamente vincolanti, sono generalmente considerati una posizione autorevole sulla legge e spesso considerati dai tribunali e citati nelle sentenze.
Insieme, la sentenza di maggio e il parere consultivo di luglio hanno aumentato la probabilità che le grandi aziende inquinanti affrontino azioni legali nel prossimo futuro. Il 2026, quindi, potrebbe essere l’anno delle litigation climatiche alla “David contro Golia”, dove gli “underdog”, come i contadini che vivono nel Sud del mondo, sostenuti dalle organizzazione attiviste per l’ambiente e i diritti umani, sfidano in tribunale i giganti dell’industria per il loro contributo ai cambiamenti climatici che oggi flagellano in particolare i Paesi in via di sviluppo.
I CASI IN ARRIVO
Tra i casi di questo genere che potrebbero affollare i tribunali quest’anno c’è la causa presentata il 1° marzo 2024 dall’agricoltore belga Hugues Falys, con le ong Fian, Greenpeace e Ligue des droits humains, contro TotalEnergies in Belgio, in cui si chiede al tribunale che il gigante francese dei combustibili fossili sia ritenuto responsabile dei disastri climatici che hanno devastato la fattoria e decimato i raccolti del querelante. Il caso rappresenta la prima volta in Belgio che un cittadino porta una multinazionale in tribunale per una controversia sul clima e ha riscosso molto interesse, anche perché, in caso di vittoria, la sentenza creerebbe un enorme precedente legale e aprirebbe la porta per altri contenziosi contro altre società di combustibili fossili, in tutta Europa e non solo. La sentenza è attesa nella prima metà del 2026 (leggi l’articolo “Clima, contadino belga fa causa a Total”).
Un altro caso, sempre contro una major e sempre in Europa, riguarda 103 filippini che a ottobre 2025 hanno fatto causa contro Shell in un tribunale civile del Regno Unito, chiedendo un risarcimento per i decessi e i danni subiti quando il super tifone Odette ha colpito il loro Paese nel 2021. La causa argomenta che Shell è tra i maggiori inquinatori al mondo e quindi responsabile del riscaldamento globale che ha intensificato la tempesta, che ha ucciso più di 400 persone e distrutto circa 425mila case, causando danni per 915 milioni di dollari.
Un’altra causa che si inserisce in questo filone arriva di nuovo in Germania dal Pakistan, che nell’estate del 2022 è stato flagellato da devastanti inondazioni che hanno ucciso più di 1.700 persone e causato danni per oltre 30 miliardi di dollari. A dicembre dell’anno scorso, un gruppo di 39 agricoltori pakistani, con il sostegno del Centro europeo per i diritti costituzionali e umani e di altre ong, ha intentato una causa contro due società tedesche, l’azienda energetica Rwe e il gigante dei materiali da costruzione Heidelberg, sostenendo che i due super-inquinatori sono in parte responsabili delle condizioni meteorologiche estreme che hanno causato le inondazioni e chiedendo un risarcimento per i danni subiti.
Infine, a dicembre 2025 un tribunale della Svizzera ha dato il via libera per procedere a una causa intentata da quattro pescatori indonesiani contro la società svizzera di cemento Holcim. I querelanti sostengono che le loro case sull’isola di Pari subiscono inondazioni più spesso e più intensamente a causa dell’innalzamento del livello del mare, a cui le emissioni di Holcim avrebbero contribuito, e chiedono quindi un risarcimento, il sostegno finanziario dell’azienda per costruire difese contro le inondazioni e l’impegno della società a ridurre le proprie emissioni di carbonio.
Alessia Albertin
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