SFDR 2.0 / PARLA Dario Mangilli, Head of Sustainable Investing

Mangilli (Impact Sgr): «Sfdr 2.0, l’impact investing diventa strutturato»

21 Apr 2026
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Sfdr 2.0 punta a semplificare le categorie e rafforzare la coerenza tra obiettivi dichiarati e strategie di investimento. Secondo il manager il riconoscimento esplicito dell’impact investing come format fondato su intenzionalità, teoria del cambiamento e misurazione può favorire la diffusione delle strategie a impatto

La revisione del regolamento Sfdr riapre il dibattito sull’efficacia delle regole europee nel convogliare capitali verso investimenti sostenibili. Se la prima versione ha introdotto standard di trasparenza e rendicontazione, non è però riuscita a rendere le informazioni davvero comprensibili agli investitori finali. La proposta di Sfdr 2.0 punta a semplificare le categorie e rafforzare la coerenza tra obiettivi dichiarati e strategie di investimento. Un passaggio rilevante riguarda anche il riconoscimento esplicito dell’impact investing: «L’inquadramento dell’impact investing come processo di investimento strutturato, fondato su intenzionalità, teoria del cambiamento e misurazione, va nella giusta direzione», spiega Dario Mangilli, Head of Sustainable Investing di Impact Sgr, sottolineando in questa intervista della serie dedicata al nuovo Regolamento, come la nuova impostazione possa favorire la diffusione delle strategie a impatto, attraverso prodotti liquidi e diversificati, e quindi accessibili ad un pubblico ampio di risparmiatori, senza minarne il rigore. Secondo il manager, il punto chiave resta la coerenza tra gli obiettivi dichiarati ex ante e la loro effettiva realizzazione nel tempo attraverso limiti formali di investimento, a livello di singolo titolo e di portafoglio.

Ritiene fosse necessario modificare il Regolamento Sfdr?

La Sfdr ha avuto l’indubbio merito di contribuire a un cambio di paradigma culturale nell’approccio alla finanza sostenibile, trasformando principi generali in obblighi concreti di standardizzazione, trasparenza e rendicontazione. Tuttavia, le categorie concepite per migliorare la trasparenza sul grado di sostenibilità dei prodotti sono rimaste accessibili solo a un pubblico specialistico, spesso anche all’interno delle stesse società di gestione.

Se l’obiettivo principale della Sfdr era rendere più semplice per gli investitori finali comprendere l’effettivo grado di sostenibilità dei prodotti, questo obiettivo è stato purtroppo mancato. La categoria dei prodotti Articolo 8, in particolare, è diventata un contenitore estremamente eterogeneo, raccogliendo prodotti con livelli molto diversi di integrazione dei fattori di sostenibilità.

Oggi ci troviamo in un contesto di crescente opposizione politica nei confronti del quadro normativo sulla finanza sostenibile. Credo però che la lente più rilevante per valutare la Sfdr sia un’altra: il suo impatto effettivo sui flussi di investimento sostenibili (in primis verso tecnologie pulite e a basse emissioni) e gli incentivi addizionali per i produttori di prodotti d’investimento ad accrescerne il contenuto di sostenibilità, perché più richiesti dagli investitori finali.

Purtroppo, studi accademici recenti hanno dimostrato l’assenza di evidenze significative di un impatto positivo rispetto a entrambi gli obiettivi. In particolare, è emerso che gli investitori finali non hanno interagito in modo sostanziale con le nuove informazioni rese disponibili dalla Sfdr, ritenute eccessivamente complesse. Riscontri potenzialmente molto positivi, invece, sono emersi nei trial rispetto all’ipotetica implementazione di un sistema di classificazione a semaforo: rosso per i prodotti poco sostenibili, verde per quelli più sostenibili. Inevitabilmente, un sistema simile richiede una standardizzazione rigorosa delle definizioni per classificare gli investimenti in modo coerente tra prodotti e asset class; ma questa direzione ci sembra promettente per rendere tangibili gli effetti della regolamentazione sui flussi d’investimento, che rimangono, a mio avviso, la stella polare, nel valutare l’efficacia normativa.

Per migliorare bisogna guardare senza attenuanti agli errori e da lì ripartire. La Sfdr 2.0 sembra muoversi in questa direzione.

Ritiene che la Sfdr 2.0 possa rendere più trasparente ed effettiva l’integrazione degli Esg nelle strategie del gestore?

Al di là degli aspetti più tecnici e delle modifiche al quadro di disclosure obbligatorio, mi sembra che diverse criticità della Sfdr 1.0 vengano affrontate in modo significativo: categorie di prodotto più chiare, un sistema di salvaguardia semplificato basato sulle esclusioni, regole più coerenti sulla denominazione dei fondi e, per la prima volta, un riconoscimento esplicito dell’impact investing come approccio strutturato alla costruzione e gestione del portafoglio, piuttosto che come asset class a sé stante.

Ritiene che possa essere un fattore di razionalizzazione e spinta del mercato?

Sì, decisamente. Il banco di prova ultimo è l’accessibilità delle informazioni che la Sfdr 2.0 garantirà ai risparmiatori finali. Se il nuovo sistema di classificazione avesse presa, potrebbe innescare quel circolo virtuoso che la Sfdr 1.0 non è stata in grado di attivare: definizioni universalmente accettate per l’effettivo grado di sostenibilità degli investimenti, da cui derivano classificazioni intuitive dei prodotti finanziari in funzione del loro contenuto di sostenibilità; una spinta crescente da parte dei risparmiatori per avere in portafoglio una quota significativa di prodotti realmente sostenibili; e infine, fabbriche prodotto e distributori che ricevono dal mercato incentivi concreti ad accrescere l’effettivo livello di sostenibilità della propria gamma, per aumentare le masse in gestione (l’obiettivo ultimo di chi si occupa di risparmio gestito).

Il nuovo regolamento riconosce per la prima volta, in modo esplicito, l’impact investing come una pratica distinta. Il nuovo sistema di categorizzazione favorisce la diffusione di questi prodotti? La disclosure richiesta è opportuna o rischia di escludere qualche strategia di impatto?

L’inquadramento dell’impact investing come processo di investimento strutturato, fondato su intenzionalità, teoria del cambiamento e misurazione, va, a nostro avviso, nella giusta direzione. La sua applicabilità sia ai prodotti di transizione (Articolo 7) che ai prodotti sostenibili (Articolo 9) ne amplia il perimetro in modo coerente, favorendo la diffusione dell’impact investing con il rigore e la robustezza necessari.

L’aspetto fondamentale, secondo noi, rimane la coerenza tra gli obiettivi d’impatto dichiarati ex ante nella politica d’investimento e il loro perseguimento nel continuo attraverso aggiustamenti alla composizione dei portafogli, imposto soprattutto attraverso limiti di investimento vincolanti (analoghi a quelli finanziari e di rischio tradizionali) sia a livello di singolo titolo che di portafoglio complessivo.

Ritiene che i criteri proposti per i prodotti di transizione (Articolo 7), considerando anche l’allineamento ai benchmark Ctb e Pab, favoriranno gli investimenti in società che hanno realmente bisogno di una transizione?

Credo di sì. Applicare le esclusioni Ctb e Pab, valutare la traiettoria di decarbonizzazione degli emittenti nel tempo, utilizzare la Tassonomia ambientale e i piani di transizione per esaminare in modo approfondito gli effettivi sforzi di transizione: sono tutti elementi concreti che caratterizzano i prodotti Articolo 7 e che è giusto incentivare.

Secondo Copernicus Climate Change Service, il superamento della soglia dei +1,5°C fissata dall’Accordo di Parigi è ora atteso per il 2029: tredici anni prima rispetto alle proiezioni del 2015. È fondamentale che il nuovo quadro regolamentare sostenga e acceleri gli investimenti in transizione energetica con la stessa urgenza che questi dati impongono.

Ritiene che la disclosure “alleggerita” possa agevolare il cliente finale nella scelta consapevole dei prodotti?

Decisamente sì. Il nuovo sistema di classificazione va nella giusta direzione. Scegliere prodotti finanziari autenticamente sostenibili e che contribuiscono in modo concreto e misurabile a obiettivi d’impatto dovrebbe diventare tanto semplice quanto scegliere prodotti biologici al supermercato.

Noemi Primini

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