SFDR 2.0 / PARLA Ophélie Mortier, Chief Sustainable Investment Officer
Mortier (Dpam): Sfdr 2.0 miglioramenti sì, ma restano zone d’ombra
La revisione del regolamento Sfdr era ampiamente considerata necessaria per superare le difficoltà operative emerse con la prima versione della normativa. La nuova proposta introduce alcuni miglioramenti, in particolare nel tentativo di semplificare la struttura del regolamento e chiarire la categorizzazione dei prodotti. Tuttavia, in questa intervista della serie dedicata a Sfdr 2.0, Ophélie Mortier, Chief Sustainable Investment Officer di Dpam, ha sottolineato come le aspettative non siano state pienamente soddisfatte, evidenziando la persistenza di alcune zone d’ombra. Tra i nodi irrisolti figurano il mancato pieno allineamento tra i diversi livelli normativi europei, le sovrapposizioni tra le nuove categorie di prodotto e l’assenza di un chiaro confronto sul passaggio dalle vecchie categorie a quelle nuove, che rende difficile spiegare la transizione ai clienti. «Anche l’uso del termine “articolo” è un errore – avverte la manager–, in quanto non risulta immediatamente comprensibile in termini di posizionamento sostenibile o di preferenze nell’investitore finale».
Ritiene fosse necessario modificare il Regolamento Sfdr?
La modifica al regolamento Sfdr è stata ampiamente considerata come necessaria. L’obiettivo era quello di affrontare le difficoltà nell’allineamento dei vari obblighi normativi imposti alle società (come la Csrd) e quelli imposti agli investitori. Il framework iniziale (Agenda per la finanza sostenibile della CE), sebbene ambizioso in termini di finanza sostenibile, si è rivelato complesso da attuare, con requisiti di rendicontazione talvolta ridondanti o poco chiari per gli operatori di mercato. Questa complessità ha contribuito a creare confusione sia per i gestori sia per i clienti finali e ha limitato la capacità del Regolamento di raggiungere pienamente i suoi obiettivi: finanziare la transizione, integrare i rischi di sostenibilità come rischi sistemici e contrastare il short-termism del mercato.
Il nuovo Regolamento, nella versione presentata, ha soddisfatto le aspettative? E quali elementi risultano eventualmente ancora mancanti?
La versione rivista del Regolamento apporta miglioramenti, ma non soddisfa tutte le aspettative. Tra gli aspetti positivi, si segnala la volontà di semplificare la struttura e chiarire la categorizzazione dei prodotti. Tuttavia, permangono diverse zone d’ombra, come se non fossero state tratte lezioni dagli errori del passato. Tra queste, ad esempio, il mancato pieno allineamento tra i diversi livelli normativi (Livello 1, Livello 2, revisione Mifid, ecc.), che può creare incertezze operative.
In merito alle categorie, l’assenza di un chiaro confronto sul passaggio dalle vecchie categorie (articoli 6, 8, 9) a quelle nuove (articoli 7, 8, 9), rende difficile spiegare la transizione ai clienti. Vi sono inoltre sovrapposizioni e mancanza di chiarezza tra le categorie Transition e Sustainable, il che può creare confusione. Anche l’uso del termine “articolo” è un errore, in quanto non risulta immediatamente comprensibile in termini di posizionamento sostenibile o di preferenze nell’ investitore finale. A ciò si aggiunge anche il fatto che la flessibilità consentita nella scelta dei Kpi può limitare la comparabilità tra le categorie di prodotti e aumentare il rischio di greenwashing.
Un altro tema riguarda le esclusioni: quelle previste dalla regola della categoria Transition (in particolare le esclusioni relative ai nuovi progetti su FF) escludono alcuni settori che sono tuttavia essenziali per la transizione, il che potrebbe limitare l’impatto reale della normativa.
Infine, i titoli di Stato rimangono in gran parte non trattati, anche se potrebbero essere una leva importante per il finanziamento sostenibile.
Le nuove categorie di prodotti incontrano l’interesse dei vostri clienti e sono in grado di rispondere alle loro preferenze di sostenibilità?
Il Regolamento Sfdr rivisto trasforma il framework di disclosure in un vero e proprio sistema di labeling, con tre categorie principali: Transition (articolo 7), ESG basic (articolo 8) e Sustainable (articolo 9).
È difficile valutare l’interesse dei clienti per queste nuove categorie nel contesto attuale. I recenti cambiamenti normativi, combinati con un contesto geopolitico incerto, hanno tendenzialmente distolto l’attenzione dei clienti da queste tematiche. Molti rimangono fedeli alle proprie convinzioni e ai criteri che li rappresentano, indipendentemente dalla classificazione ufficiale dei prodotti.
La categoria Transition, in particolare, si concentra sulla credibilità dei programmi di transizione delle aziende, ma la riduzione degli obblighi di rendicontazione rende più difficile valutarne l’autenticità. L’allineamento con la Tassonomia Europea, sebbene ambizioso, rimane complesso ed è spesso difficile collegare concretamente gli investimenti allineati alla Tassonomia a una transizione autentica.
Il nuovo sistema di categorizzazione favorisce la diffusione dei prodotti di impact investing? La disclosure richiesta è opportuna o rischia di escludere qualche strategia di impatto?
Il nuovo Regolamento riconosce esplicitamente l’impact investing come una pratica distinta, il che rappresenta un passo avanti. Tuttavia, l’obbligo di informativa, a seconda del suo rigore, potrebbe escludere alcune strategie di impatto che non soddisfano i criteri definiti.
Prevede che con il nuovo Regolamento il rischio di greenwashing venga realmente ridotto? Oppure permangono zone d’ombra?
La nuova normativa mira a ridurre il rischio di greenwashing, ma la flessibilità nella selezione dei Kpi e la diversità delle metodologie utilizzate dai gestori potrebbero, al contrario, mantenere alcune zone d’ombra. La mancanza di standard rigorosi e la possibilità di selezionare Kpi diversi da un prodotto all’altro complicano il confronto e la trasparenza per i clienti.
Alla luce delle nuove categorie, come prevede che si modificherà il mercato? Quanto impatterà la norma sulla vostra struttura dedicata alla finanza sostenibile?
La revisione della normativa dovrebbe avere un impatto globale sia sull’offerta di prodotti che sulle strutture organizzative nel settore della finanza sostenibile. Sebbene la portata esatta dei cambiamenti rimanga incerta in assenza di dati completi, le aziende di tutto il mondo potrebbero dover adeguare la loro gamma di prodotti sostenibili e riorganizzare i team per conformarsi ai nuovi standard di rendicontazione.
Cosa si attende in termini di costi per il gestore?
Il passaggio a una rendicontazione semplificata, come la riduzione del Pai a livello di entità e la razionalizzazione dei requisiti di informativa, dovrebbe portare nel tempo a una riduzione dei costi operativi. Tuttavia, la transizione iniziale richiederà investimenti per l’aggiornamento dei sistemi, la formazione del personale e il perfezionamento dei processi. In definitiva, questi cambiamenti potrebbero favorire un’integrazione Esg più efficace e significativa su scala globale, andando oltre la semplice compliance normativa di base.
L’articolo 12 prevede che gli operatori finanziari debbano garantire che l’utilizzo di dati forniti da data provider esterni si basi su accordi formalizzati e documentati, e lo stesso vale per le stime e le relative metodologie. Permane quindi la sfida del dato. Quali sono secondo lei gli aspetti più critici?
La qualità e l’affidabilità dei dati rimangono una sfida importante. Siamo convinti che i raw data forniti dalle aziende siano molto più rilevanti in termini di ricerca/analisi e di aspettative dei clienti (prove tangibili dell’impatto). Tuttavia, dal punto di vista normativo, le aziende sono meno incoraggiate a fornirli e i data provider non sono necessariamente coinvolti nel processo. Infatti, la direttiva sui rating riguarda solo i rating, non i raw data o le stime. È quindi essenziale che ogni parte interessata (aziende, data providers, manager) sia ritenuta responsabile per garantire la rilevanza e la trasparenza delle informazioni fornite.
Noemi Primini
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