pubblicato il compendio aggiornato per gestione rischi Esg
Bce, banche impreparate al disordine-natura
I rischi nature-related sono «probabilmente sottovalutati» nel sistema bancario. Sebbene le banche abbiano migliorato le proprie pratiche di gestione dei rischi cimatici e ambientali, la misurazione è ancora in una fase iniziale. La riflessione arriva da un intervento nel blog della Banca centrale europea di Frank Elderson, executive board member della Bce, pubblicato per annunciare la pubblicazione del compendio aggiornato di buone pratiche per la gestione dei rischi climatici e ambientali e per gli stress test. Come segnalato nella Rassegna Stampa aumentata Esg, l’obiettivo della guida (“Good practices for climate e nature risk management”) è di supportare le banche dell’Eurozona a colmare le lacune nei propri sistemi di gestione del rischio. Il compendio era stato originariamente pubblicato nel 2022 e la Bce ha deciso di aggiornare questo rapporto sulle buone pratiche per riflettere i progressi compiuti dagli enti significativi dal 2022, considerando anche che le Linee guida dell’Eba sulla gestione dei rischi Esg sono dal gennaio 2026 applicabili. «La maggior parte delle buone pratiche di recente aggiunta riguarda proprio i rischi legati alla natura», si legge nella pubblicazione che si prefigge di «fornire un contributo significativo in questo ambito, dato che le metodologie e gli approcci sono ancora agli albori». Altre aggiunte significative riguardano la pianificazione prudenziale della transizione, i rischi fisici e la gestione dei rischi reputazionali e di contenzioso.
VERSO UNA TRANSIZIONE DISORDINATA
A inizio anno la Bce aveva già avvertito che «le conseguenze economiche e finanziarie dei cambiamenti climatici e del degrado della natura continuano ad aumentare», annunciando che avrebbe intensificato la propria attività concentrandosi su aree prioritarie quali la transizione verso un’economia verde, la gestione dei crescenti impatti fisici dei cambiamenti climatici sull’economia e sul sistema finanziario, nonché l’impatto dei rischi legati alla natura e del degrado degli ecosistemi.
Nel suo nuovo intervento, Elderson ha analogamente avvertito che «ci stiamo dirigendo verso uno scenario di transizione disordinata con maggiore incertezza», rendendo fondamentale per le banche diventare «resilienti e preparate a una serie di possibili scenari, tra cui una transizione più rapida e con rischi fisici più elevati».
UN SUPPORTO AGLI ISTITUTI DI MINORI DIMENSIONI
Le buone pratiche indicate non hanno alcun effetto giuridicamente vincolante e non stabiliscono nuovi requisiti giuridici o normativi. «Un istituto – spiega Elderson – può essere pienamente conforme al quadro normativo applicabile senza attuare alcuno degli esempi specifici illustrati nella presente relazione, a condizione che abbia adottato altre misure e prassi più adeguate al proprio profilo di rischio, al proprio modello di business e alle proprie circostanze specifiche». Mirano invece a fornire una serie di esempi, illustrativi e non esaustivi, dai quali le banche possano trarre ispirazione per sviluppare solide capacità di gestione dei rischi legati al clima e alla natura, alla luce delle Linee guida dell’Autorità bancaria europea (Eba) sulla gestione dei rischi ambientali, sociali e di governance (Esg) e sull’analisi degli scenari ambientali, nonché della Guida della Bce sui rischi legati al clima e alla natura».
L’aggiornamento inoltre pone particolare attenzione a fornire esempi concreti che, attraverso approcci con vari gradi di diversificazione, potrebbero essere di supporto agli istituti di minori dimensioni. Tra questi figurano gli approcci Icaap (Sezione 4.6), gli strumenti e le informazioni relativi ai rischi legati ai cambiamenti climatici (Capitolo 5) e gli approcci, le informazioni e gli strumenti per la quantificazione dei rischi fisici (Sezioni 4.6.7 e 3.5.1).
BUONE PRATICHE “NATURE-RELATED”
Il compendio presta particolare attenzione alle aree in cui le banche incontrano tipicamente difficoltà, tra cui la quantificazione del rischio fisico, la pianificazione prudenziale della transizione, l’analisi di scenario e i rischi legati alla natura. In particolare, la guida dedica circa un terzo delle nuove buone pratiche ai rischi legati alla natura, un’area in cui gli approcci sono ancora agli albori.
«Sebbene la maggior parte delle banche abbia effettuato valutazioni di materialità, circa due terzi di esse non le collegano ancora in modo sistematico alle azioni di gestione del rischio», spiega Elderson. Le banche hanno ampliato la gamma di strumenti di gestione del rischio, estendendola oltre i criteri di esclusione fino al coinvolgimento dei clienti e, in alcuni casi, agli approcci quantitativi. Tuttavia, «solo poche banche hanno definito indicatori chiave di rischio legati alla natura. Laddove tali indicatori esistono, vengono spesso utilizzati esclusivamente a fini di monitoraggio, senza limiti o soglie che determinino l’intervento della direzione».
Su questo fronte il compendio non si limita a fornire un’istantanea di ciò che stanno facendo i pionieri, ma illustra, passo dopo passo, i diversi modi in cui le banche possono monitorare, gestire e mitigare i rischi di credito legati alla natura a cui sono maggiormente esposte. Tra le buone pratiche evidenziate, l’uso di un coinvolgimento proattivo dei clienti in aree quali la raccolta di dati e il coinvolgimento su esposizioni specifiche. Così come l’integrazione dei rischi legati alla natura nei processi interni di valutazione dell’adeguatezza patrimoniale delle banche e l’uso di strumenti e set di dati disponibili al pubblico per aiutare le banche a passare da valutazioni qualitative ad approcci quantitativi.
INGAGGIO PER IL LUNGO PERIODO
Più in generale, le buone pratiche adottate dalle banche nell’ambito della pianificazione prudenziale della transizione riguardano soluzioni volte ad accompagnare e ingaggiare le aziende. Per esempio, sviluppare prodotti e strategie di finanziamento della transizione per consentire alle aziende, attive in settori in cui è difficile ridurre le emissioni, di passare a tecnologie a basse emissioni di carbonio, anziché abbandonare i rapporti con i clienti in questi settori. Oppure nei settori ad alto rischio fisico, si propone di usare strategie di coinvolgimento attivo con i clienti aziendali (focalizzandosi per esempio sugli impatti sui collaterali), invece di applicare prezzi più elevati per intere regioni o ritirarsi del tutto da alcune esposizioni settoriali.
Nel suo intervento Elderson ha inoltre posto l’attenzione sui benefici in chiave competitiva di un approccio lungimirante. «Dopo aver individuato alcune tecnologie di transizione, come le energie rinnovabili, come settore strategico in espansione, alcune banche si rendono conto che il ritmo dei cambiamenti tecnologici e dei modelli di business comporta che alcuni progetti non raggiungano immediatamente i propri obiettivi di redditività», afferma Elderson, facendo notare poi come alcune banche sono quindi disposte ad accettare margini inferiori nel breve termine, investendo al contempo in competenze interne, infrastrutture di dati e relazioni con i clienti in un’ottica di lungo periodo. «Ciò – aggiunge – consente alle banche di consolidare una posizione di forza in un mercato in crescita, sostenendo così la redditività a lungo termine».
Elena Bonanni
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