SFDR 2.0 / PARLA Héléna Charrier, Head of SRI Solutions

Charrier (Lbp Am): Sfdr 2.0 ridisegna il mercato dei fondi sostenibili

31 Mar 2026
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Secondo la manager, con il nuovo regolamento molti fondi articolo 8 dovranno rafforzare i criteri Esg o essere riclassificati. La riforma potrebbe favorire la finanza di transizione, con l’obiettivo di allineare gran parte degli asset a emissioni nette zero entro il 2030

Con le nuova categorie previste da Sfdr 2.0 si attende una ridefinizione del mercato dei fondi sostenibili, con una maggiore chiarezza per gli investitori su cosa significhi investire in prodotti Sustainable, Transition o Esg Basics. Ne è convita Héléna Charrier, Head of SRI Solutions di Lbp AmM, che in questa intervista, della serie dedicata al nuovo Regolamento, sottolinea come «una quota significativa dei prodotti articolo 8 dovrà rafforzare i propri criteri Esg o essere riclassificata come non Esg». La nuova proposta potrebbe favorire la crescita della finanza di transizione, rispondendo alla domanda crescente di asset owner impegnati in percorsi di decarbonizzazione. «Vogliamo sostenere e partecipare a questo cambiamento – aggiunge Charrier -, allineando l’80% del nostro patrimonio a un percorso di zero emissioni nette entro il 2030».

Ritiene fosse necessario modificare il Regolamento Sfdr?

L’Sfdr va apprezzato per aver sostenuto la crescita della finanza sostenibile in Europa, in un contesto di crescente consapevolezza sull’importanza di un sistema finanziario che favorisca la transizione energetica e la mitigazione dei cambiamenti climatici nell’economia reale, oltre a fornire agli investitori informazioni utili per compiere scelte informate.

Tuttavia, il quadro normativo presentava alcuni difetti. In primo luogo è stato spesso utilizzato impropriamente dagli operatori come strumento di classificazione, nonostante le categorie non stabilissero standard minimi di rendimento e si basassero su termini generici come “investimenti sostenibili”, portando all’adozione di metodi di implementazione molto divergenti da parte degli operatori di mercato. In secondo luogo, le informazioni fornite agli investitori risultavano complesse e di difficile comprensione per gli investitori e presentavano solo un collegamento limitato con le disposizioni relative alle preferenze sostenibili degli investitori, con conseguente limitata diffusione nel segmento retail.

Quali sono le aree di miglioramento più evidenti? E quali quelle che possono comportare più difficoltà?

A nostro avviso, le più ovvie aree di miglioramento sono quattro: la definizione delle categorie di prodotti, poiché esiste un ampio consenso sull’interesse di un approccio basato su tre categorie (sostenibile, di transizione e generico/Esg di base); il rendere obbligatorio l’uso di tali categorie per i fondi che desiderano promuovere le caratteristiche Esg; l’esclusione delle attività significativamente dannose sulla base degli standard esistenti, come le linee guida Esma sulla denominazione dei fondi o i label nazionali; la semplificazione dell’informativa sui prodotti.

Le aree più critiche sono invece tre: la definizione di criteri significativi, ma flessibili, per ciascuna categoria di prodotti; la migliore armonizzazione delle preferenze di sostenibilità Mifid e Idd con il Regolamento Sfdr, in particolare alla luce del disallineamento relativo alla copertura dei prodotti; la necessità di fornire linee guida su come considerare i derivati dal punto di vista Esg.

Ritiene che l’Sfdr 2.0 possa rendere più trasparente ed effettiva l’integrazione degli Esg nelle strategie del gestore?

Se affronta efficacemente i punti sopra menzionati, sì, certamente. Definire categorie significative con criteri pratici obbligatori per i prodotti Esg contribuirà sicuramente a creare un linguaggio comune a livello Ue per i prodotti Esg, aumentare la comparabilità dei prodotti e, in ultima analisi, ottenere una comprensione comune e più approfondita da parte degli investitori finali.

Ritiene che possa essere un fattore di razionalizzazione e spinta del mercato?

Sì. Nonostante i contraccolpi politici nei confronti dell’Esg, recenti sondaggi dimostrano che gli investitori, soprattutto retail, continuano a preferire gli investimenti Esg e sono ancora propensi a investire in modo responsabile.

Con l’Sfdr 2.0, alcuni prodotti articolo 8 che non garantivano un’efficace integrazione dei fattori di sostenibilità, probabilmente non potranno continuare a promuovere le caratteristiche Esg. Una revisione delle direttive europee Mifid e Idd relative alle preferenze di sostenibilità degli investitori permetterebbe di identificare efficacemente il profilo di sostenibilità degli investitori, aiutandoli, attraverso i loro consulenti, a identificare i prodotti che meglio si adattano alle loro preferenze.

Pertanto, una revisione congiunta e ben concepita di Sfdr, Mifid e Idd consentirebbe di escludere i prodotti non sostenibili e porterebbe a una razionalizzazione del mercato, consentendo al contempo agli investitori di investire in modo efficace e coerente con le loro preferenze Esg, favorendo in ultima analisi la crescita del mercato responsabile (nonostante una riduzione a breve termine degli aum dell’articolo 8).

Alla luce delle nuove categorie, come prevede che si modificherà il mercato? La vostra attuale offerta subirà modifiche?

Vediamo due cambiamenti significativi. In primo luogo, una quota significativa dei prodotti articolo 8 dovrà rafforzare i propri criteri Esg o essere riclassificata come non Esg. Siamo fiduciosi che i nostri fondi articolo 8 raggiungeranno la categoria “Esg basics”, poiché applichiamo internamente requisiti minimi coerenti con la proposta della Commissione europea. Ciò significa che meno del 10% dovrebbe essere riclassificato come non Esg. In secondo luogo, ci attendiamo una crescita significativa della finanza di transizione, guidata da un lato dalla crescente domanda da parte dei proprietari di asset di tali prodotti in linea con i loro impegni di transizione o di azzeramento delle emissioni nette e, dall’altro, dalla pianificazione della transizione aziendale che è supportata, in alcune regioni, da un quadro politico chiaro e dalla maturità e dall’efficacia in termini di costi di alcuni segmenti dell’energia pulita. Vogliamo sostenere e persino partecipare a questo cambiamento, ed è proprio per questo che ci siamo impegnati ad allineare l’80% del patrimonio totale gestito da Lbp Am a un percorso di zero emissioni nette entro il 2030.

Ritiene che la disclosure “alleggerita” possa agevolare il cliente finale nella scelta consapevole dei prodotti?

Sì. A livello di prodotto, le nuove categorie Esg dovrebbero contribuire a chiarire cosa significa investire in un prodotto “sostenibile”, “di transizione” o “Esg basics”. L’informativa consentirebbe di comprendere le specificità dei prodotti, ma gli investitori non sarebbero più i soli responsabili della valutazione della sostenibilità di un prodotto.

A livello di società, a nostro avviso è fondamentale continuare a fornire informazioni sulla gestione dei rischi Esg. I requisiti dovrebbero essere rafforzati, dato che il mercato ormai è maturo. Le società dovrebbero specificare come gestiscono i rischi climatici e di biodiversità in linea con la normativa Ue sul clima e l’accordo di Kumning-Montreal, e come tengono conto dei rischi legati ai diritti umani, in particolare delle violazioni delle norme internazionali.

Le esclusioni minime obbligatorie previste possono tralasciare qualche occasione di investimento?

Certo, questo può creare un rischio nel breve termine se una società esclusa registra buoni risultati. Tuttavia, studi recenti dimostrano che non vi è alcun impatto significativo nel lungo termine, che è l’orizzonte di investimento sui mercati azionari. Noi di Lbp Am riteniamo inoltre che queste esclusioni rafforzino la gestione del rischio, in particolare i rischi di transizione e reputazionali.

Siamo inoltre favorevoli alla definizione di standard comuni per i prodotti responsabili relativi a settori e società controversi. I portafogli globali e i fondi indicizzati possono scegliere indici che integrano queste esclusioni, come il Pab (Paris-Aligned Benchmark) e il Ctb (Climate Transition Benchmark).

All’interno nuova proposta del Regolamento Sfdr l’unica esclusione relativa agli investimenti nel settore della difesa è legata al fatto che i prodotti classificati articolo 7, 8 e 9 non sarebbero in grado di finanziare armi vietate nella maggior parte degli Stati membri, come le armi chimiche e biologiche. Quali erano le sue attese sul tema della difesa?

Riteniamo che il settore della difesa e alcuni fondi Esg possano essere compatibili, se sono in atto garanzie sufficienti.

L’esclusione delle armi proibite è un primo passo necessario, ma non è sufficiente per affrontare i rischi legati ai diritti umani specificamente connessi a questo settore. Per affrontarli in modo efficace, le esclusioni obbligatorie dovrebbero essere accompagnate da specifici requisiti relativi alle politiche di due diligence delle aziende del settore della difesa, al fine di garantire che siano in linea con le Linee guida dell’OCSE per le imprese multinazionali e i Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani.

Noemi Primini

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