cop17 - Bce introduce la giornata della biodiversità
«Consumiamo natura e lo chiamiamo reddito»
È un piacere aprire la Giornata dedicata alla finanza e alla biodiversità della COP17.
Il tema di questa COP è «Taking Action for Nature».
Abbiamo parlato abbastanza a lungo della necessità di agire. Ora dobbiamo passare all’azione.
Quattro anni fa, la comunità internazionale ha adottato il Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal, definendo un percorso per vivere in armonia con la natura entro il 2050.
La destinazione è stabilita. Il percorso è chiaro. Ma i progressi sono rimasti limitati. E la natura non è rimasta ferma. Ha continuato a deteriorarsi. Dobbiamo quindi accelerare.
Progressi tangibili richiedono un passaggio dagli obiettivi all’attuazione, dalla consapevolezza al coinvolgimento, dall’ambizione agli investimenti.
La COP17 deve aiutarci ad accelerare questo percorso. E la finanza ha un ruolo centrale da svolgere. Non dovrebbe sorprendere: senza investimenti non può esserci transizione.
Ma dobbiamo impostare correttamente gli aspetti economici. Proteggere e ripristinare la natura non significa semplicemente sostenere una spesa. Significa investire: nel capitale naturale da cui dipendono le nostre economie, nella resilienza e nella prosperità futura.
Ecco perché la Giornata dedicata alla finanza e alla biodiversità è importante.
Quando gli ecosistemi cedono, l’economia è a rischio
Vorrei partire da una domanda fondamentale: perché la natura è così importante per l’economia?
Siamo portati a considerare strade, ponti e reti elettriche come risorse fondamentali che costituiscono le basi di un’economia moderna.
Ma esiste un’altra forma di infrastruttura che spesso diamo per scontata: il capitale naturale.
La natura fornisce servizi senza i quali ampie parti delle nostre economie non potrebbero funzionare. L’acqua mantiene operative le nostre fabbriche e le nostre aziende agricole, i terreni sani sostengono i nostri sistemi alimentari, le foreste e le zone umide regolano la siccità e le alluvioni, gli oceani assorbono calore e carbonio.
La Banca mondiale stima che fino alla metà del PIL mondiale dipenda dalla biodiversità, dal capitale naturale e dai servizi ecosistemici.
La nostra analisi mostra che il 72% delle imprese dell’area dell’euro dipende da almeno un servizio ecosistemico. Inoltre, il 75% dei prestiti alle imprese nell’area dell’euro è destinato ad aziende che dipendono fortemente da almeno un servizio ecosistemico.
Il messaggio è chiaro: la natura non è un elemento marginale dell’attività economica. Ne è un fondamento.
Eppure, mentre parliamo, le basi delle nostre economie si stanno impoverendo a un ritmo allarmante. Quando gli ecosistemi si deteriorano, le imprese devono affrontare costi più elevati, una produttività inferiore e interruzioni nelle catene di approvvigionamento.
Per troppo tempo abbiamo trattato la natura come se fosse gratuita e inesauribile. Non è né l’una né l’altra cosa.
Abbiamo scambiato l’esaurimento del capitale naturale per prosperità economica.
Abbiamo contabilizzato la produzione.
Abbiamo contabilizzato il reddito.
Ma raramente, se non mai, abbiamo contabilizzato i terreni impoveriti, i sistemi idrici sottoposti a stress, le foreste indebolite o gli ecosistemi perduti per generare quella produzione.
In termini economici, abbiamo consumato il nostro capitale chiamandolo reddito.
La natura ci sta già presentando il conto. L’impoverimento del capitale naturale sta già interrompendo la produzione, danneggiando le catene di approvvigionamento e aumentando i costi. Le conseguenze si stanno già propagando dagli ecosistemi alle imprese, dalle imprese ai bilanci e dai bilanci al sistema finanziario.
Non si tratta di una futura tragedia all’orizzonte. È una realtà economica che si sta manifestando intorno a noi.
Ecco perché agire per la natura non è soltanto un imperativo ambientale.
È una necessità economica e finanziaria, perché la nostra prosperità futura dipende direttamente da essa.
L’acqua, la risorsa naturale alla base dell’attività economica
L’acqua è forse l’esempio più evidente di ciò che accade quando non teniamo conto del capitale naturale. Per troppo tempo abbiamo consentito alle nostre economie di funzionare come se la disponibilità affidabile di acqua pulita fosse un fattore produttivo illimitato. Ma un’economia non può negoziare con un fiume prosciugato, una falda acquifera esaurita o un ecosistema compromesso. Quando preleviamo acqua più velocemente di quanto possa essere reintegrata, non stiamo creando prosperità.
Ci stiamo ingannando e stiamo tradendo le generazioni future, consumando il capitale da cui dipende la prosperità futura.
Pensiamo alle condizioni di siccità in tutta Europa, aggravate dalle temperature elevate di questa estate: grandi fiumi come il Reno, la Loira, il Po e il Danubio hanno raggiunto livelli eccezionalmente bassi, costringendo, tra le altre cose, alla chiusura di centrali nucleari strategiche, oltre a incidere negativamente sull’energia idroelettrica e a interrompere le catene di approvvigionamento.
La siccità ha contribuito anche alla gravità degli incendi boschivi. Non sono scorci di un rischio lontano, ma segnali evidenti del fatto che gli ecosistemi vengono già spinti oltre i propri limiti, con conseguenze che si ripercuotono sulle persone e sull’economia.
Purtroppo, la nostra analisi suggerisce che le potenziali conseguenze potrebbero essere molto più ampie. Una ricerca condotta con la partecipazione della BCE, della London School of Economics e dell’Università di Oxford ha rilevato che un evento di siccità con una probabilità di verificarsi una volta ogni cento anni potrebbe mettere a rischio fino al 24% della produzione economica dell’area dell’euro.
Chiaramente, la scarsità d’acqua rappresenta soltanto metà del problema. Anche un eccesso d’acqua può essere altrettanto problematico.
Quasi il 12% della produzione economica dell’area dell’euro è esposto a rischi dovuti a una protezione insufficiente dalle alluvioni. I recenti eventi catastrofici in Nepal e a Bangkok ricordano drammaticamente le devastanti conseguenze umane, oltre alla distruzione delle infrastrutture e delle attività economiche.
C’è poi una terza dimensione da considerare: l’inquinamento dell’acqua. Si pensi, per esempio, alle PFAS. Note come «sostanze chimiche eterne», queste sostanze inquinanti sono presenti in un’ampia gamma di prodotti di uso quotidiano, dai tessuti agli utensili da cucina, fino alle batterie e agli imballaggi alimentari. Come suggerisce il nome, persistono per un periodo estremamente lungo e, quando si disperdono nell’ambiente, possono risultare molto dannose per la salute umana e per interi ecosistemi, comportando anche costi economici considerevoli.
La Commissione europea stima che, se gli attuali livelli di inquinamento da PFAS in Europa dovessero persistere fino al 2050, il costo per la società potrebbe raggiungere i 440 miliardi di euro nel periodo considerato. Il solo trattamento delle acque inquinate potrebbe costare oltre 1.000 miliardi di euro.
La sfida economica legata all’acqua riguarda tutte le sue dimensioni: troppo poca, troppa, troppo calda o troppo inquinata.
Gli effetti variano a seconda delle regioni e dei settori: l’agricoltura in alcune aree, il manifatturiero in altre e la produzione energetica altrove. Quando gli impatti diventano sufficientemente diffusi o persistenti, possono finire per incidere sulla crescita e sull’inflazione.
La natura: la nostra prima linea di difesa contro la crisi climatica
L’esempio dell’acqua rivela anche un altro aspetto: clima e natura non possono essere separati.
Gli ecosistemi sani rappresentano la nostra prima linea di difesa contro il riscaldamento globale e gli eventi meteorologici estremi a esso associati.
L’Europa è il continente che si riscalda più rapidamente. Dalla metà degli anni Novanta, le temperature sono aumentate di circa 0,56 gradi Celsius per decennio, più del doppio della media globale.
Anche quest’estate ha registrato temperature record, dopo il 2025, che è stato il terzo anno più caldo mai registrato, e il 2024, il più caldo di sempre, almeno finora.
L’interazione tra temperatura, ciclo dell’acqua e qualità del suolo dimostra perché le crisi climatica e della natura debbano essere affrontate come un’unica questione interconnessa.
E forse è proprio nell’oceano che questo risulta più evidente. L’oceano è uno dei più grandi ammortizzatori del nostro pianeta. Ha assorbito circa il 90% del calore in eccesso dovuto al riscaldamento globale e circa il 30% delle emissioni globali di anidride carbonica. Si tratta di una capacità straordinaria. Ma straordinario non significa illimitato.
Anche la barriera più resistente ha i suoi limiti.
E questi limiti non sono più teorici: li stiamo già superando. Sette dei nove limiti planetari sono già stati oltrepassati. Ci stiamo allontanando sempre più dallo spazio operativo sicuro da cui dipendono le nostre economie e le nostre società.
In altre parole, stiamo consumando le riserve che ci proteggono dalle perturbazioni economiche e dagli shock climatici proprio nel momento in cui questi shock si stanno intensificando.
La natura: un investimento nella resilienza economica e nella prosperità
Riconoscere la natura come infrastruttura economica comporta un’altra importante implicazione.
Se il deterioramento della natura può indebolire le nostre economie, conservarla e ripristinarla può rafforzarle. Questo è particolarmente importante oggi, in un momento in cui il mantenimento della prosperità, della resilienza e della sicurezza economica è al centro del dibattito politico.
La protezione della natura viene spesso presentata come qualcosa che avviene a scapito della competitività. Ma questa impostazione capovolge il problema. Nel tentativo di rafforzare la prosperità e la sicurezza economica, la natura dovrebbe essere considerata parte della soluzione, anziché un elemento di un’agenda ambientale separata e spesso trascurata. La sicurezza economica dipende dalla sicurezza ecologica.
Approvvigionamenti idrici sicuri, sistemi alimentari resilienti, ecosistemi funzionanti e sistemi energetici affidabili sono risorse strategiche che riducono la vulnerabilità alle future perturbazioni.
Dovremmo quindi smettere di considerare gli investimenti nella natura come una richiesta concorrente rispetto alla prosperità e alla resilienza economica. Si tratta di investimenti nella capacità produttiva che rende possibile una prosperità duratura.
Semplicemente, non può esserci una prosperità duratura su fondamenta naturali in fase di collasso.
Non possiamo impoverire la natura e aspettarci che le nostre economie prosperino.
Pertanto, conservare e ripristinare la natura non è semplicemente una spesa. È un investimento.
Possiamo investire oggi nella conservazione e nel ripristino del capitale naturale. Oppure possiamo pagare costi sempre maggiori in futuro, attraverso interruzioni della produzione, adattamento, ricostruzione e perdita di capacità economica.
In ogni caso, la natura imporrà l’aggiustamento necessario. La questione è se saremo noi a gestirlo oppure se lasceremo che ci venga imposto.
Dalla consapevolezza all’azione
Che cosa significa tutto questo per le banche centrali e le autorità di vigilanza bancaria?
I rischi legati alla natura sono globali e sistemici. Non si fermano alle frontiere e nessuna singola giurisdizione può affrontarli da sola. La cooperazione internazionale è quindi più indispensabile che mai. L’attuale frammentazione geopolitica mette a grave rischio la cooperazione globale.
È incoraggiante constatare che il Network for Greening the Financial System (NGFS) dimostra come la cooperazione internazionale sia viva e possa produrre risultati.
Riunendo 152 banche centrali e autorità di vigilanza di oltre 95 Paesi, insieme a 24 osservatori, l’NGFS ha prodotto nel tempo diversi rapporti che ci hanno aiutato a sviluppare metodologie comuni per i quadri di valutazione dei rischi, la vigilanza e i rischi giuridici. Una raccolta di buone pratiche pubblicata di recente comprende 35 esempi di come i membri valutano gli effetti dei rischi fisici e di transizione legati alla natura, oltre a sei casi di studio dettagliati.
In altre parole, il lavoro dell’NGFS ha contribuito a gettare le basi per l’azione di numerose banche centrali e autorità di vigilanza che stanno ora integrando i rischi legati alla natura nelle proprie attività fondamentali.
Ma l’NGFS non può farlo da solo. I rischi finanziari legati alla natura devono rimanere saldamente nell’agenda finanziaria internazionale, anche presso il Comitato di Basilea, il Consiglio per la stabilità finanziaria e il Fondo monetario internazionale.
Alla BCE, questo passaggio dalla consapevolezza all’azione è già in fase avanzata.
Poiché il deterioramento della natura può incidere sulla stabilità dei prezzi, sulla stabilità finanziaria e sulla sicurezza e solidità delle banche, i rischi legati alla natura stanno diventando sempre più parte integrante del nostro lavoro quotidiano.
Nell’ambito della vigilanza bancaria, ci aspettiamo che le banche individuino e gestiscano non soltanto i rischi climatici rilevanti, ma anche quelli legati alla natura, per garantire che rimangano sicure e solide. La nostra raccolta di buone pratiche, aggiornata di recente, mostra che le banche stanno facendo sempre più proprio questo, con circa un terzo delle pratiche specificamente riferite alla natura.
Si consideri, per esempio, la stabilità dei prezzi. Abbiamo rilevato che gli aumenti dei prezzi alimentari successivi a ondate di calore estreme e siccità costituiscono un rischio al rialzo per la stabilità dei prezzi. Per questo motivo, i rischi legati alla natura sono stati esplicitamente inclusi nelle nostre valutazioni e comunicazioni di politica monetaria negli ultimi trimestri.
La natura non sta entrando nell’ambito dell’attività delle banche centrali perché queste ultime stanno diventando responsabili delle politiche ambientali. Al contrario: siamo, e rimarremo, soggetti che recepiscono le politiche climatiche e relative alla natura.
La natura sta diventando una questione rilevante per le banche centrali perché le conseguenze del suo deterioramento incidono sul nostro mandato.
Conclusione
Vorrei concludere.
Sono trascorsi quattro anni dall’adozione del quadro di Kunming-Montreal. La natura non ha aspettato.
Abbiamo sviluppato quadri di riferimento, metodologie e strumenti. Ma, mentre la nostra comprensione è migliorata, la crisi ecologica sottostante ha continuato ad aggravarsi.
Oggi, il 75% degli ecosistemi terrestri e il 66% di quelli oceanici sono stati danneggiati, degradati o modificati. L’umanità consuma risorse naturali a una velocità circa 1,7 volte superiore a quella con cui gli ecosistemi riescono a rigenerarle.
La sfida non consiste più semplicemente nel raggiungere la destinazione. Consiste nell’arrivarci abbastanza rapidamente, prima che la strada per raggiungerla scompaia.
Per riuscirci saranno necessari investimenti su una scala senza precedenti.
Proteggere e ripristinare le infrastrutture naturali da cui dipende l’attività economica richiederà di mobilitare flussi di capitale privato significativamente maggiori verso investimenti a favore della natura, affiancandoli ai finanziamenti pubblici.
Ma più ritardiamo il ripristino del capitale naturale, più questo diventa costoso e difficile.
E questo mi riporta allo scopo dell’evento di oggi.
Vorrei lasciarvi tre domande fondamentali, che spero possano risuonare nel corso di questa Giornata dedicata alla finanza e alla biodiversità.
Primo: come possiamo mobilitare finanziamenti pubblici e privati nella misura necessaria per trasformare gli obiettivi di Kunming-Montreal in realtà?
Secondo: come possono governi, istituzioni finanziarie, organizzazioni internazionali e altri soggetti interessati collaborare per trasformare le opportunità a favore della natura, che non sono ancora finanziabili in termini bancari, in investimenti capaci di attrarre capitali?
E terzo: in che modo politiche, investimenti e partenariati possono contribuire a mobilitare finanziamenti per progetti che generano beni pubblici senza flussi di ricavi diretti?
Kunming-Montreal ha stabilito la destinazione.
La COP17 deve ora accelerare il percorso.
Trasformare la consapevolezza in azione.
Trasformare gli obiettivi in risultati tangibili.
Trasformare l’ambizione in investimenti.
Perché la natura non aspetta. E neppure la finanza può aspettare.
Frank Elderson,
membro del Comitato esecutivo della Bce
e vicepresidente del Consiglio di vigilanza della Bce