ESG.PRIVATEMARKETS/ OSSERVATORIO ANTHILIA ED EXCELLERA
Pmi, il private debt spinge la governance
Nel dibattito Esg applicato ai private markets, il tema della governance continua a rappresentare uno dei principali punti di fragilità del sistema produttivo italiano. Non tanto per assenza di qualità industriale o competitività, quanto per la difficoltà delle Pmi nel trasformare struttura proprietaria, ruoli e processi decisionali e continuità manageriale in leve strategiche di crescita e accesso al capitale.
È questo uno degli elementi centrali che emerge dall’Osservatorio Pmi presentato da Anthilia Capital Partners e realizzato da Excellera. Lo studio, elaborato su un campione di 100 Pmi italiane e confrontato con un universo di circa 19mila società, analizza lo stato di salute delle imprese italiane attraverso dati di bilancio degli ultimi anni e interviste dirette a imprenditori e decision maker aziendali.
Anthilia Capital Partners è una Sgr specializzata anche nel private debt con oltre 2,3 miliardi di euro di patrimonio gestito e quasi 2 miliardi generati in emissioni a favore della crescita delle imprese italiane, opera per conto di investitori istituzionali e privati tra cui Fondo Europeo per gli Investimenti, Cassa Depositi e Prestiti e Fondo Italiano d’Investimento.
Il Pmi Growth Index (indica un sistema Pmi in crescita se maggiore di 50) elaborato dalla ricerca si attesta a 53 su 100 e restituisce l’immagine di un sistema produttivo in discreta salute. L’89% delle imprese guarda al futuro con fiducia e solo una su dieci esprime aspettative negative.
La ricerca distingue però tre macro-cluster: “Avanguardia” (17%), composto dalle aziende più performanti; “Evoluzione” (63%), formato da imprese solide ma orientate più alla continuità che alla crescita dimensionale; e “Fragilità” (20%), caratterizzato da marginalità ridotta e bassa produttività.
POCHI INVESTIMENTI “TRASFORMATIVI”
Il dato più significativo riguarda però la natura degli investimenti. Le Pmi continuano a privilegiare capex di mantenimento (orientati all’efficienza operativa e alla difesa dell’esistente) piuttosto che investimenti trasformativi capaci di modificare struttura, governance e competitività.
Alla domanda sulle priorità di investimento in assenza di vincoli di capitale, le imprese indicano digitalizzazione e Ict (34%), ammodernamento degli impianti (33%) e sviluppo commerciale e internazionalizzazione (30%). Restano invece marginali gli investimenti in acquisizioni strategiche (14%) e soprattutto nel rafforzamento della governance (10%).
LA GOVERNANCE COME RISCHIO STRUTTURALE
Il tema emerge ancora più chiaramente quando le imprese vengono interrogate direttamente sulla governance aziendale. Solo il 46% del campione considera rilevante il tema dell’assetto proprietario, della struttura decisionale e della continuità d’impresa, senza però collegarlo alla crescita o alla capacità di attrarre capitali.
Secondo la ricerca, questo disallineamento rappresenta uno dei principali rischi strutturali del sistema produttivo italiano. In assenza di un’evoluzione dei modelli di controllo e gestione, le imprese rischiano infatti di non riuscire a sostenere investimenti trasformativi né ad attrarre partner finanziari qualificati. La governance insufficiente viene così interpretata come una barriera endogena alla trasformazione.
PASSAGGIO GENERAZIONALE O DESERTIFICAZIONE
Il nodo governance si intreccia direttamente con quello del passaggio generazionale, che interessa circa il 50% delle aziende analizzate.
La mancata pianificazione della successione (attraverso managerializzazione, apertura a investitori o operazioni di M&A) espone molte imprese italiane a vari rischi a cominciare dal rischio acquisizione da parte di capitali internazionali. Nonostante la solidità industriale e il know-how accumulato negli anni, l’assenza di strutture di governance evolute rende infatti più vulnerabili molte Pmi.
Come ha commentato Giovanni Landi, presidente di Anthilia Capital Partners, l’Italia resta «il terzo esportatore al mondo di tecnologia e manifattura», ma molte imprese risultano «più aggredibili di quanto sembri» a causa di governance frammentate e costruite intorno alla figura del fondatore. Secondo Landi, quando il controllo passa all’esterno «il rischio è di trovarsi davanti a una forma silenziosa di desertificazione industriale».
IL RUOLO DEL PRIVATE DEBT NEGLI ESG
In questo contesto, il private debt assume un ruolo che va oltre il semplice finanziamento. Gli strumenti di finanza alternativa, come anche il private debt, possono accompagnare le Pmi in percorsi di trasformazione più strutturati, stimolando miglioramenti nella governance e una maggiore cultura Esg. Questo anche diminuendo il flusso del rubinetto dei finanziamenti, fino ad arrivare a chiuderalo, in assenza di impegno della Pmi nel migliorare o investire in governance.
Le fonti di finanziamento delle imprese restano infatti concentrate su autofinanziamento (56%) e credito bancario tradizionale (37%), mentre la finanza alternativa si ferma al 7%.
La ricerca evidenzia come il credito bancario tenda a sostenere soprattutto imprese già solide, concentrato sul finanziare il capitale circolante, favorendo il consolidamento più che il cambiamento. Al contrario, il private debt può supportare progetti trasformativi che richiedono capitale paziente, competenze specialistiche e un’evoluzione dei modelli di governance.
Fabrizio Guidoni
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