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Private equity, l’Esg pesa di più nella due diligence

10 Set 2026
Notizie ESG Governance Commenta Invia ad un amico
L’integrazione dei criteri Esg è ormai consolidata nel private equity italiano. Cresce il controllo degli standard nella due diligence, mentre gli operatori prevedono una sostanziale stabilità dell’attenzione ai fattori ambientali, sociali e di governance nei prossimi cinque anni

L’Esg sembra entrare in una nuova fase nel private equity italiano. Non più un tema emergente destinato necessariamente a guadagnare ulteriore spazio, ma un insieme di criteri ormai integrati nei processi di investimento, dalla selezione delle opportunità alla gestione delle società in portafoglio. Tanto che gli operatori ritengono oggi i fattori ambientali, sociali e di governance più importanti rispetto a cinque anni fa, ma non si aspettano un ulteriore aumento significativo della loro rilevanza nel prossimo futuro.

È quanto emerge dalla quarantottesima edizione della Italy Private Equity Confidence Survey, l’indagine semestrale condotta da Deloitte Private in collaborazione con Aifi (Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt) e l’Osservatorio Pem (Private Equity Monitor) di LIUC Business School.

ESG, CRESCE IL PRESIDIO NELLA DUE DILIGENCE

Il dato più significativo riguarda l’ingresso dell’Esg nei processi che precedono l’investimento. Il 27,9% degli operatori indica come strategia adottata il controllo del rispetto di standard Esg minimi durante la fase di due diligence, una quota cresciuta di 5,3 punti percentuali.

L’attenzione non si esaurisce però prima del closing. Il 23% degli operatori punta sull’implementazione di politiche e piani Esg nelle società in portafoglio, anche se la percentuale registra una diminuzione di 3,1 punti rispetto alla precedente rilevazione.

Un ulteriore 17,2% valuta già durante la due diligence le opportunità di creazione di valore legate all’Esg, mentre il 14,8% dichiara di favorire l’Esg value creation nelle partecipate. Più contenuta, al 7,4%, è invece la quota di operatori che limita la ricerca delle opportunità di investimento ai soli settori considerati Esg-friendly.

DALLA CRESCITA ALLA STABILIZZAZIONE

La survey restituisce così l’immagine di un mercato nel quale l’Esg è diventato parte dei processi di investimento. Rispetto a cinque anni fa, gli operatori attribuiscono infatti maggiore importanza ai fattori ambientali, sociali e di governance nella due diligence.

La prospettiva cambia però guardando ai prossimi cinque anni. Secondo l’indagine, non è atteso un ulteriore aumento significativo della loro importanza: nel private equity gli operatori prevedono piuttosto una sostanziale stabilità dell’attenzione riservata ai fattori Esg.

Un’indicazione che può essere letta insieme alla crescente presenza dell’Esg nelle diverse fasi dell’investimento: dalla verifica degli standard minimi alla ricerca delle opportunità di value creation fino agli interventi sulle società partecipate.

L’ESG TRA I TREND DEL PRIVATE EQUITY

L’utilizzo dei parametri Esg nella selezione degli investimenti viene indicato dal 9,8% degli operatori tra i principali trend attesi nel mercato del private equity e venture capital.

A pesare maggiormente sulle prospettive del settore sono altri fattori. Il 21,8% indica l’allungamento dell’holding period medio come il trend più significativo, seguito dalla difficoltà di utilizzare l’Ipo come strategia di exit, al 13,2%, e dalla divergenza di prezzo tra venditore e acquirente, al 12,6%. Acquista rilievo anche la ripresa dell’attività di fundraising, indicata dall’11,5% degli intervistati.

L’Esg si colloca quindi all’interno di un quadro nel quale gli operatori devono contemporaneamente confrontarsi con tempi di detenzione più lunghi, difficoltà nelle exit e distanza nelle valutazioni tra compratori e venditori.

IL RATING ESG NON DIFFERENZIA I FONDI

Essere entrato nei processi di investimento non significa però che l’Esg sia diventato il principale elemento sul quale i fondi competono tra loro.

Quando viene chiesto agli operatori quali siano i fattori di differenziazione determinanti nella scelta di un fondo, prezzo e condizioni rimangono al primo posto con il 41,7%, nonostante una diminuzione di 15,1 punti percentuali. Cresce nettamente l’expertise settoriale, che raggiunge il 20,8%, con un incremento di 9,4 punti, mentre la reputazione si mantiene anch’essa al 20,8%.

Network, velocità e flessibilità raccolgono ciascuno l’8,3% delle indicazioni. Il rating Esg risulta invece marginale come principale asset di differenziazione.

È forse proprio questo uno degli elementi che meglio descrive la fase raggiunta dall’Esg nel private equity italiano: i criteri ambientali, sociali e di governance trovano spazio nella due diligence e nella gestione delle partecipate, mentre il mercato non sembra considerarli, da soli, un fattore decisivo di differenziazione tra i fondi.

Fabrizio Guidoni

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