ET.INTERVISTA / Andrea Vallini, Sustainability & ESG Practice Leader

Renaissance: «Identità Esg, parte importante del vero valore»

17 Set 2026
Interviste ESG Governance Commenta Invia ad un amico
Il manager spiega perché la società di investimento ha alzato ancora l'asticella, valorizzando un posizionamento Esg che è «indiscutibilmente un fattore competitivo». «Se al momento dell'exit - aggiunge - lasciamo un'azienda migliore di come l'abbiamo trovata, allora abbiamo creato valore»

All’inizio dell’estate 2026, Renaissance Partners ha alzato nuovamente l’asticella Esg del mondo del private equity italiano. Il gruppo, che da anni ha adottato un approccio strutturale sui fattori ambientali, sociali e di governance, ha diffuso una nota al mercato per condividere alcuni aspetti concreti della propria strategia, «perché il posizionamento Esg è per noi un fattore competitivo», spiega in questa intervista Andrea Vallini, Operating Partner e Sustainability & ESG Practice Leader di Renaissance Partners. «Abbiamo raggiunto il 100% di investimenti sostenibili nei nuovi deal – continua – e questo dimostra come sostenibilità e performance finanziaria possano procedere insieme in modo credibile, misurabile e orientato all’execution». Nel contesto di questa strategia, Renaissance Partners ha inoltre lanciato il proprio primo veicolo di co-investimento Sfdr Article 9, tra i più grandi del suo genere in Italia, utilizzato proprio nell’ambito delle recenti operazioni concluse dal gruppo (Sicit, Lodestar, Reway). Infine, Renaissance ha spiegato che l’80% del capitale investito è oggi allocato in società collocate nel top 5% del benchmark EcoVadis, rispetto al 35% di dodici mesi prima. «Per noi questo benchmark è un linguaggio comune per le partecipate – commenta Vallini -. Non volevamo inseguire decine di rating differenti».

Il rilancio sugli Esg è una scelta di coraggio o di coerenza?
È una scelta di coerenza, ma anche di maturità verso alcuni temi di sostenibilità che si sono man mano affinati in questi ultimi anni. Negli ultimi cinque anni il dibattito Esg si è evoluto profondamente. All’inizio era percepito soprattutto come un insieme di obblighi, rating e rendicontazioni. Oggi sta diventando ciò che dovrebbe essere: uno strumento di gestione dell’impresa. Per noi, l’Esg non è mai stato un esercizio di comunicazione. È parte integrante del modo con cui analizziamo un’azienda, costruiamo il piano industriale, selezioniamo il management e misuriamo la creazione di valore.

L’effetto “moda” si è attenuato, ma è rimasta la sostanza. E la sostanza è che un’impresa più sostenibile è normalmente anche più resiliente, meglio governata, più attrattiva per clienti, banche, dipendenti e investitori.

Insomma, nessun arretramento, ma una spinta in avanti.
Certo, c’è stato qualche raffreddamento attorno, ma l’adozione di modelli di analisi Esg non è una moda. È un fenomeno strutturale. E per noi è l’evoluzione di una scelta strategica che si è rafforzata negli ultimi cinque anni. Questa scelta, peraltro, trova un allineamento con i nostri investitori, i quali hanno compreso la valenza degli Esg, e non sono arretrati nell’ultimo anno. Al contrario, ci chiedono sempre di più in termini di informazioni e risultati sul fronte della sostenibilità ambientale, sociale e di governance.

Noi distinguiamo il rumore mediatico dalla realtà industriale. Può esserci stato un rallentamento normativo o un dibattito politico più acceso, ma nella realtà delle imprese vediamo l’esatto contrario: maggiore attenzione ai consumi energetici, alla gestione della supply chain, alla sicurezza, alla governance, alla valorizzazione del capitale umano. Sono tutti elementi che incidono direttamente sulla competitività. Per questo non vediamo alcun arretramento della sostenibilità, ma un’evoluzione verso un approccio più concreto e meno ideologico.

La scelta di rendere pubblici i risultati Esg, punta perciò a rafforzare un posizionamento?
Esatto. Per noi il posizionamento Esg è indiscutibilmente un fattore competitivo. Sia in termini di posizionamento dell’azienda sia di rapporto con la comunità degli investitori. Rendere pubblici i risultati significa assumersi una responsabilità. Non raccontiamo intenzioni, ma risultati misurabili. Pensiamo che oggi il mercato premi la trasparenza più della comunicazione. Per questo preferiamo pubblicare indicatori concreti, obiettivi raggiunti e aree dove possiamo ancora migliorare.

È interessante la scelta di parametrarsi a EcoVadis, superando i rating delle major e anche la miriadi di rating locali. Qual è il motivo?
Non volevamo inseguire decine di rating differenti. Avevamo bisogno di un linguaggio comune per tutte le nostre partecipate. EcoVadis rappresenta oggi uno degli standard più riconosciuti a livello internazionale e soprattutto è molto utilizzato dalle grandi imprese industriali lungo le catene di fornitura. Questo ci permette non solo di misurare le aziende, ma anche di confrontarle e accompagnarle in un percorso di miglioramento continuo. L’obiettivo non è ottenere un punteggio elevato, ma utilizzare quel punteggio come leva di miglioramento operativo.

Come valuta l’evoluzione del Sfdr in merito ai private markets (e l’ipotesi di non applicarlo ai Fia da parte dei consiglio europeo)?
La regolamentazione è importante perché aumenta trasparenza e comparabilità. È naturale che, dopo i primi anni di applicazione, il legislatore stia valutando possibili semplificazioni. Qualunque sarà l’evoluzione normativa, la nostra strategia non cambia, perché nasce da una convinzione industriale e non da un obbligo regolamentare. Continueremo ad applicare gli stessi criteri di sostenibilità anche se il quadro regolatorio dovesse evolvere.

Quanto vale l’Esg per un azienda?
Per il nostro modo di analizzare le aziende, la sostenibilità è parte del posizionamento distintivo e competitivo. Se un’azienda vuole essere un’eccellenza nel proprio campo, deve però essere un’eccellenza anche nella sostenibilità. L’Esg non crea valore da solo. È la qualità della gestione che crea valore.

Ma l’Esg rappresenta una componente sempre più importante della qualità gestionale. Una buona governance riduce il rischio. Una gestione efficiente delle risorse migliora la redditività. Un’organizzazione che valorizza le persone attrae talenti migliori. Tutto questo, nel medio periodo, si riflette anche sul valore economico dell’impresa.

Quanto vale l’Esg per il gestore di fondi Renaissance Partners?
Abbiamo creato un ecosistema non solo nei singoli fondi, ma, dal 2021 abbiamo ragionato in ottica di sostenibilità trasversale. Il nostro obiettivo non è rendere sostenibile un singolo fondo, ma costruire un metodo di lavoro comune a tutte le partecipate. Negli anni abbiamo creato competenze interne, strumenti di misurazione e processi condivisi. Questo genera un effetto moltiplicatore, perché ogni nuova esperienza diventa patrimonio comune del gruppo e accelera il miglioramento delle altre aziende. In quest’ottica, va evidenziato che il gruppo ha strutturato oltre 300 milioni di euro di finanziamenti ESG-linked, con meccanismi di riduzione del costo del debito legati al raggiungimento di obiettivi di sostenibilità, e ulteriori 750 milioni di euro sono attualmente in fase di negoziazione nel corso del 2026.

Teme più il greenwashing o il greenhushing?
Di certo non facciamo greenwashing. Anzi, forse pubblicizziamo anche poco quello che siamo e quello che facciamo. Ma non è una scelta di greenhushing. Nella realtà, pensiamo principalmente all’impegno verso nostri investitori, che è quello di creare valore. Attenzione: “creare valore” significa che, quando usciamo da un investimento (exit) puntiamo a lasciare un’azienda che ha migliorato non solo ricavi ed ebitda, ma anche la sua organizzazione, in particolare con l’etica al centro della propria cultura e della propria governance.

Si può parlare di generare valore creando “identità ESG”?
Il nostro concetto di valore non è solo economico nel senso tradizionale dei bilanci. Bensì, ci riferiamo a un valore interno alle aziende. È un valore meno visibile nelle tabelle finanziarie o di bilancio, ma che si traduce in un enorme patrimonio intangibile, fatto dal senso appartenenza e soddisfazione delle persone interne o dei clienti; dal grado di coinvolgimento degli stakeholder e dei clienti; dall’allineamento culturale lungo la catena di fornitura. Per quanto ancora difficile da misurare in kpi, riteniamo che questa “identità Esg” rappresenti una parte importante del vero valore aziendale.

Crediamo che il vero patrimonio di un’impresa non sia rappresentato soltanto dagli impianti, dai brevetti o dai risultati economici. Esiste un capitale invisibile composto dalla cultura aziendale, dalla qualità della leadership, dalla fiducia dei clienti, dalla reputazione presso il mercato, dalla credibilità verso le banche e dall’orgoglio delle persone che vi lavorano.

È questo che definiamo identità Esg. È un patrimonio intangibile, difficile da rappresentare in un bilancio, ma che spesso determina la capacità di un’azienda di continuare a crescere nel tempo. Per noi l’Esg non rappresenta una quarta dimensione da aggiungere al business. È il modo con cui vogliamo fare business. Quando entriamo in una società non ci limitiamo a migliorarne i risultati economici. Rafforziamo la governance, investiamo sulle persone, acceleriamo l’innovazione, miglioriamo i processi industriali e rendiamo l’organizzazione più resiliente.

Se al momento dell’exit lasciamo un’azienda migliore di come l’abbiamo trovata, allora abbiamo creato valore. Ed è proprio questa, per Renaissance Partners, la vera definizione di sostenibilità.

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