tuttavia ancora tanti gli equivoci sulla competitività
Mimit, Libro Bianco con ESG Identity “politica”
C’è molto Esg nella nuova strategia industriale “Made in Italy 2030”, contenuta all’interno del “Libro Bianco” pubblicato la scorsa settimana dal ministero delle Imprese e del Made in Italy. Ma questo Esg non viene considerato in modo unitario, bensì è un “di fatto” scomposto in molteplici ambiti, e sembra mancare una visione unica di quanto la sostenibilità sia un fattore competitivo. Inoltre, emerge un equivoco pericoloso: il tracciato di fondo del lavoro è quello di individuare la strada più efficace per una “transizione green” che viene riconosciuta come fondamentale, ma per la quale occorre riuscire a ridurre al massimo i costi. Ergo, la transizione viene presentata come un fattore competitivo al contrario: è utile al sistema se raggiunta con il massimo risparmio di investimenti.
GLI ESG, SEPPUR NASCOSTI
Alla base, dunque, sembra esserci la consapevolezza che gli Esg (intesi proprio come insieme di elementi ambientali, sociali e di governance) siano un fattore portante per un sistema industriale da rilanciare. Per quanto l’acronimo venga utilizzato al minimo. «Il Made in Italy – ha commentato, in occasione della presentazione del Libro, il presidente del Cnel, Renato Brunetta – non è solo un’etichetta, un brand, ma è un ecosistema culturale, sociale e territoriale. Un ecosistema fatto di storia e di proiezioni, di ricchezza e di intelligenza. Intervenire su questo ecosistema vuol dire certamente politica industriale, ma forse politica industriale è un termine riduttivo. È politica di sviluppo, politica della qualità, politica della coesione sociale. L’obiettivo è avere più produttività, più salari, più coesione sociale, più reti interconnesse, più modernità, più cultura, più formazione, più occupazione dei giovani e delle donne».
L’ESG IDENTITY POLITICA
Nel capitolo “Visioni”, dopo la prospettiva di uno stato stratega, in grado di rispondere alla crescente domanda di politiche industriali, c’è il pagrafo “Crescita Felice”. Qui c’è una prospettiva molto coerente con una visione “politica” dell’ESG Identity: «Un punto di partenza importante per ogni politica industriale – si legge – è quello di un costante lavoro sulle radici sociali dell’impresa e sui concetti di appartenenza e accettazione dell’industria nel tessuto sociale e valoriale del Paese. Un aspetto importante se affrontato sul piano culturale ampio, che va ben oltre i criteri Esg di sostenibilità e responsabilità delle singole imprese, ma che attiene all’immagine pubblica del sistema industriale. La costruzione dell’immagine dell’industria nell’immaginario collettivo è un processo complesso e stratificato in cui si fondono elementi storici, sociali, organizzativi, produttivi, culturali, etico-valoriali, territoriali e ambientali».
L’EQUIVOCO SULLA TRANSIZIONE
Per contro, il Libro è un documento politico, che non sembra immune dai condizionamenti europei e internazionali. Per esempio, viene più volte rimarcato il progressivo allontanamento dagli Stati Uniti (aspetto impensabile anche solo pochi mesi fa). E, come detto, pur mettendo il concetto di transizione (sebbene principalmente quella green) tra i pilastri strategici, questa non passa come elemento competitivo. «Governare la transizione – è questo il taglio adottato – è un compito oneroso che richiede ingenti risorse e gradualità nell’attuazione, per evitare che una decarbonizzazione del sistema produttivo a tappe forzate porti a un crollo della competitività delle imprese o addirittura alla desertificazione industriale». Inoltre, vengono più volte imputati alle regole sulla sostenibilità di Bruxelles i cali della produttività industriale europea, in coerenza con la narrativa obbligata degli ultimi 15 mesi (dal rapporto Draghi).
Insomma, oltre 300 pagine di analisi che offrono molti spunti (interessante, per esempio, anche l’analisi e il ruolo riconosciuto ai distretti), e denotano una nuova chiave di lettura della politica economica pubblica, certo consapevole della necessità di una integrazione Esg nei propri driver. Tuttavia, il documento ha perso l’occasione di tornare a parlar chiaro sulla forza competitiva della sostenibilità.
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