ESG.PRIVATEMARKETS/ Il report "Eu Responsible Start-up Practice Barometer"
Venture decisivo per gli Esg delle start-up
Nel venture capital europeo l’Esg è sempre più presente nel linguaggio delle start-up, ma molto meno nei sistemi di misurazione. È questa la principale evidenza che emerge dal primo European Responsible Start-up Practice Barometer, realizzato dal Polimi Graduate School of Management insieme alla coalizione accademica Innova Europe, su un campione di 433 start-up europee.
Il dato di partenza è apparentemente incoraggiante: il 93% delle start-up dichiara di integrare pratiche responsabili e l’81% ha avviato azioni concrete in almeno uno dei quattro ambiti considerati, ovvero ambiente, sociale, governance e civico. Ma quando si passa dalla dichiarazione alla misurazione, il quadro cambia: solo il 28% utilizza Kpi per monitorare l’impatto delle proprie iniziative.
Per l’ecosistema dei private investors questo divario non è un dettaglio tecnico. Nei mercati privati, dove la creazione di valore dipende dalla capacità di strutturare governance, processi e metriche fin dalle prime fasi di crescita, l’assenza di sistemi di monitoraggio limita la trasformazione dell’Esg in leva strategica.
Il Barometer mostra che le start-up tendono a intervenire soprattutto sull’ambito sociale (quasi 4 su 5), seguito dalla governance (78%) e dall’ambiente (67%). Più debole il pilastro “civico”, che include iniziative verso comunità e territori, considerato prioritario solo dal 51% delle imprese analizzate. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, queste pratiche non sono ancora integrate in una logica di performance misurabile.
Il punto critico riguarda infatti la capacità di tradurre l’impegno in indicatori strutturati. Il monitoraggio cresce con la maturità dell’impresa: il 64% delle start-up in fase di espansione misura i propri Kpi, contro il 27% di quelle in fase di prototipazione. Anche alcuni settori naturalmente orientati all’impatto (come energia e inclusione sociale) presentano percentuali di monitoraggio superiori alla media, ma comunque lontane da una piena sistematicità.
Le ragioni del gap sono in parte strutturali: mancanza di risorse finanziarie, carenza di tempo, competenze limitate. Ma il report evidenzia un elemento che riguarda direttamente venture capital e investitori istituzionali: la pressione degli stakeholder cambia radicalmente il comportamento delle start-up. La quota di imprese che monitora l’impatto raddoppia (40% contro 17%) quando clienti, investitori o incubatori pongono domande strutturate sulle pratiche Esg.
Il dato diventa ancora più significativo nei cosiddetti round di finanziamento Series A: l’83% delle start-up riceve richieste specifiche sulle pratiche responsabili, in particolare da investitori a impatto, investitori tradizionali e clienti. Questo suggerisce che l’Esg, nel venture capital, tende a diventare realmente operativo quando entra nei criteri di selezione, valutazione e negoziazione.
Per i private investors la questione non è solo reputazionale. In assenza di metriche condivise e sistemi di reporting, diventa più complesso valutare rischi, comparare opportunità e preparare eventuali exit verso investitori più strutturati o mercati regolamentati. La fotografia restituita dal Barometer non indica un arretramento dell’attenzione alla sostenibilità, ma una fase di transizione: le start-up europee riconoscono il valore delle pratiche responsabili, ma non le considerano ancora priorità strategica in contesti di risorse limitate. In questo passaggio, il ruolo di venture capital, incubatori e investitori istituzionali appare determinante nel rendere strutturale ciò che oggi è spesso episodico.
Per l’ecosistema dei mercati privati europei il tema non è tanto, quindi, se l’Esg sia presente nelle start-up, ma se e come venga integrato in modo misurabile nei modelli di crescita.
Fabrizio Guidoni
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