SI CHIUDE LA SERIE DI INTERVISTE SULLA PROPOSTA DI REVISIONE

Sfdr 2.0, la parola a 18 gestori

28 Apr 2026
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La revisione della Sfdr segna un passaggio chiave per la finanza sostenibile europea. Dalle interviste a 18 asset manager è emerso un ampio consenso sulla necessità della riforma, pur in un contesto ancora complesso. Tra i punti ancora aperti i dati ESG, il greenwashing, l’impact investing e inclusione della difesa

La revisione della Sustainable Finance Disclosure Regulation (Sfdr) segna un momento cruciale per la finanza sostenibile europea. Dopo anni di applicazione caratterizzati da complessità interpretative, accuse di greenwashing e un utilizzo errato delle categorie che di fatto sono state considerate vere e proprie label, la Sfdr 2.0 rappresenta una risposta regolatoria importante, con l’obiettivo dichiarato di rendere più chiara e comparabile l’offerta di prodotti sostenibili.

Come è emerso dalla serie di interviste condotte da ETicaNews a 18 Asset Manager (tra cui Etica Sgr, Schroders Italy, BCC Risparmio & Previdenza, Raiffeisen Capital Management, BancoPosta Fondi Sgr, Lombard Odier Investment Managers, Amundi, Golding Capital Partners, Nordea Asset Management, Eurizon, Lbp Am, Patrizia, Allianz Global Investors, Carmignac, Impact Sgr, Dpam, Green Arrow Capital Sgr e Bnp Paribas Am) il quadro è ancora complesso, ma c’è un elemento che accomuna quasi tutti gli operatori: la convinzione che una revisione fosse fisiologica e necessaria, alla luce dei limiti concreti dell’impianto originario. In questo contesto, gli intervistati hanno evidenziato l’esigenza di maggiore semplificazione, chiarezza e uniformità, con un’attenzione particolare agli investitori retail.

Non perderti l’approfondimento dedicato alla proposta di revisione del Regolamento Sfdr all’interno di ESG Business Review n.15.

AMPIO CONSENSO PER LE NUOVE CATEGORIE

La riforma introduce tre categorie principali: Sustainable, Transition ed Esg Basics, superando la distinzione precedente tra articoli 8 e 9. Questo cambio strutturale viene accolto positivamente quasi all’unanimità.

Restano però divergenze sulle implicazioni pratiche: alcuni gestori chiedono criteri rigorosi per garantire credibilità, mentre altri giudicano troppo restrittiva la categoria Transition, temendo che penalizzi i settori ad alte emissioni in fase di trasformazione. Nei mercati privati, inoltre, la rigidità delle classificazioni può risultare poco adatta.

Le soglie quantitative (come il 70% di investimenti allineati) sono viste come un passo avanti verso la standardizzazione e la comparabilità tra prodotti, ma la loro efficacia dipenderà dalla trasparenza dei calcoli e dal coordinamento con altre normative europee.

MENO DISCLOSURE: VANTAGGI E LIMITI

La semplificazione della disclosure rappresenta un altro punto di convergenza. Molti gestori hanno sottolineato come l’eccesso di disclosure della prima Sfdr abbia generato costi operativi elevati senza tradursi in un reale beneficio informativo per il cliente finale. La semplificazione viene dunque letta come un modo per riportare il focus sulla qualità delle strategie di investimento, anziché sulla sola compliance.

Tuttavia, alcuni temono che troppa semplificazione possa ridurre informazioni significative, soprattutto nei mercati privati.

SI RIDUCE IL GREENWASHING

La nuova architettura normativa è vista come una risorsa in grado di ridurre il greenwashing, in quanto dovrebbe contribuire a limitare dichiarazioni vaghe e utilizzi impropri dei claim Esg. Ma il mercato resta prudente. L’effettiva riduzione del greenwashing dipenderà dai dettagli tecnici di secondo livello, dalla qualità dei dati Esg e dall’efficacia della vigilanza.

LA SFIDA DEI DATI ESG

La disponibilità e la qualità dei dati Esg rimangono sfide complesse e la proposta non riflette sufficientemente le attuali limitazioni dei dati, soprattutto considerando la portata ridotta della Csrd. Tra le criticità emerse la copertura disomogenea per asset class, settori e mercati geografici, la forte dipendenza dai data provider esterni, la mancanza di metodologie uniformi, l’uso massiccio di stime e i costi elevati. Alcuni operatori hanno inoltre sollevato il problema dei fornitori di dati Esg che, di fatto, restano fuori dal perimetro normativo europeo, con metodologie spesso opache.

DIFESA E ESG, L’ASPETTO PIÙ DIVISIVO

Il tema della difesa rappresenta il principale punto di disaccordo. Una parte dell’industria ritiene incompatibile l’inclusione di società legate agli armamenti all’interno di prodotti sostenibili e annuncia l’esclusione totale dai propri fondi. Altri operatori adottano un approccio intermedio, riconoscendo la necessità di distinguere tra armi vietate e altri ambiti, suggerendo l’istituzione di un registro europeo delle esclusioni. Infine, altri intervistati adottano posizioni più pragmatiche, sottolineando il rischio che alcune esclusioni potrebbero ridurre l’efficacia dell’engagement.

NODI APPLICATIVI DELL’IMPACT INVESTING

Il riconoscimento esplicito dell’impact investing è generalmente accolto in modo positivo. Anche su questo punto, tuttavia, emergono posizioni divergenti: da un lato, la possibilità di applicarlo sia ai prodotti di transizione sia a quelli sostenibili ne amplia coerentemente il perimetro; dall’altro, la scelta di configurarlo come “sottocategoria” e la potenziale sovrapposizione tra le due categorie sollevano perplessità.

LA SFIDA DELLE ALTRE NORME

Un ulteriore punto condiviso riguarda la necessità di coordinamento con altre normative. Buona parte degli intervistati richiama la necessità di tempistiche certe e chiarezza sui criteri di livello 2, per poter implementare le nuove disposizioni in modo efficace. Senza un allineamento coerente nei tempi e nei contenuti, la riforma rischia di generare nuove incongruenze.

Noemi Primini

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