i paradossi aziendali nei carbon credits e tassonomia

Esg morto? Macché, spinge e rischia “effetto imbuto”

25 Mag 2026
Editoriali Companies & CSR Commenta Invia ad un amico
Il sistema produttivo sembra accelerare su fronti ad alta complessità. Ma sembrano mancare i supporti strutturali, anche per le pmi, a questa spinta Esg. Sono colli di bottiglia che creano distorsioni informative al ribasso. Di mercato. E, peggio, di fiducia

“L’incredibile storia di un mondo che investe miliardi in crediti di carbonio. Che ancora non esistono”. Si intitola più o meno così il report di Msci Carbon Markets pubblicato nei giorni scorsi, che evidenzia come il sistema imprenditoriale, nel 2025, abbia impegnato sui credits futuri più miliardi di quanti non ne abbia effettivamente investiti (cioè, più dei crediti effettivamente esistenti e acquisiti). Una situazione che evidenzia quanto le aziende abbiano ormai integrato gli Esg nelle proprie strategie, al punto da scommetterci più di quanto oggi il sistema riesca a sostenere.

Una situazione simile avviene con la Tassonomia Ue. Un recente report di Bloomberg riporta un dato significativo. Il Capex complessivo delle aziende soggette al Regolamento UE 2020/852 ha superato nel 2025 la cifra di 1 trillione di euro (e sono ancora dati parziali, precisa il report). Tale valore evidenzia l’impegno già messo a terra (capitali già investiti) da parte delle imprese. E rappresenta la scommessa sul futuro da parte del sistema imprenditoriale.

I COLLI DI BOTTIGLIA

Questa spinta delle aziende si confronta con pericolosi colli di bottiglia strutturali. Nel caso dei crediti di carbonio, la stessa Msci evidenzia come esista un problema di credibilità dei progetti green originanti i crediti. Nel caso della Tassonomia, è significativo che, se si guarda ai dati dei prodotti finanziari, sia davvero ancora minima la quota di fondi ed Etf europei che dichiarano l’esposizione ad asset tassonomici. E la stessa Tassonomia è stata ridimensionata anche nella nuova versione del Sfdr.

Un altro esempio viene dall’Asia. In base a un’analisi di Bain (vedi articolo in pubblicazione oggi alle 12.00), il mercato green nella regione ha oggi un valore stimato di circa 290 miliardi di dollari e si prevede che raggiungerà i 430 miliardi entro il 2030. Il problema è che questa crescita rischia di essere scomposta, non efficiente né efficace. Perché? «Non per mancanza di ambizione o di finanziamenti, ma perché i sistemi faticano a convertire il capitale disponibile in progetti realizzati». Infatti, i progetti infrastrutturali (su tutti, le reti per l’energia) richiedono tempi lunghi, assai più dei tempi necessari agli impianti industriali che quella energia vorrebbero utilizzare.

LA STRETTORIA PER LE PMI

Ci sono poi colli di bottiglia ancora non rilevati nelle statistiche, ma molto impattanti sul mondo delle piccole e medie imprese. Su tutti, le inefficienze nel monitoraggio e nella selezione dei fornitori da parte dei sistemi di procurement nelle grandi filiere. Sono sempre di più le aziende con forte identità Esg, capaci di garantire credibilità di risultati e impegni sostenibili oggi e nel futuro, le quali lamentano di non registrare un riconoscimento di questi sforzi da parte dei propri clienti b2b. E, questo, nonostante il capofiliera abbia magari preso impegno pubblico (con tanto di procurement policies) verso la propria filiera Esg.

IL PARADOSSO E IL GRANDE PERICOLO

Queste situazioni evidenziano l’ennesimo paradosso del modello Esg. E cioè che il pericolo non è quello di una retromarcia del sistema. Al contrario, il pericolo sembra quello che il sistema acceleri troppo rapidamente e che, senza un equilibrio interno, finisca per farsi male da solo.

I colli di bottiglia, infatti, rappresentano una doppia minaccia. In primo luogo, costituiscono un tangibile freno diretto alla piena messa a terra delle potenzialità sostenibili del sistema. Inoltre, c’è un effetto indiretto che ha la potenzialità di far deragliare l’intero percorso Esg: questi “tappi”, più o meno fisiologici, creano delle distorsioni informarive al ribasso del mercato. Le aziende scommettono su strumenti a bassa qualità ed alto rischio di scivolata. I capitali finiscono per planare su tipologie di progetti più facili e a visibilità immediata, ma probabilmente meno meritevoli di altri. Gli acquisti finiscono per premiare imprese meno impegnate rispetto a chi ha investito e crede nella sostenibilità.

Il possibile contraccolpo è quello di una progressiva revisione delle ambizioni.

O, peggio, di una trasformazione delle ambizioni in delusioni. E della fiducia in un diffuso senso di miscredenza. Con la conseguenza ultima di portare il sistema a una condizione di slealtà peggiore da quella da cui era partito.

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