Deloitte Legal: direttiva Empowering oltre la comunicazione

15 Giu 2026
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«La Direttiva (UE) 2024/825 “Empowering Consumers for the Green Transition” rappresenta un punto di svolta nel panorama normativo europeo sulla sostenibilità. Modificando la Direttiva 2005/29/CE sulle pratiche commerciali sleali e la Direttiva 2011/83/UE sui diritti dei consumatori, essa introduce un nuovo paradigma: la comunicazione ambientale e sociale delle imprese, nel momento in cui è chiamata a soggiacere a regole rafforzate di compliance, rappresenta una preziosa occasione per ripensare non solo la comunicazione, ma anche la strategia delle imprese in materia di sostenibilità». Così Francesco Paolo Bello, Managing Partner di Deloitte Legal e Stefano Pareglio, Presidente di Deloitte Climate & Sustainability, analizzano gli effetti della nuova Direttiva europea Empowering su Voices, la piattaforma che ospita commenti a firma degli esperti Deloitte.

«La Direttiva – scrivono Bello e Pareglio – è già stata recepita in alcuni Stati membri dell’Unione Europea, tra cui l’Italia. Nel nostro Paese, il recepimento è avvenuto con il decreto legislativo 30/2026 che non ha modificato il quadro sanzionatorio vigente, stabilito in particolare dal Codice del Consumo».

In tale contesto, a fronte di una condotta di greenwashing, è possibile incorrere in sanzioni amministrative, applicate dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm), che possono arrivare fino a 10 milioni di euro e sono previste per pratiche commerciali scorrette e pubblicità ingannevole, come disciplinato dal Codice del Consumo (decreto legislativo 206/2005). L’Agcm può altresì vietare la vendita di prodotti e/o la diffusione dei materiali promozionali.

Sono inoltre previste sanzioni civili, qualora il greenwashing integri anche concorrenza sleale ai sensi dell’articolo 2598 del codice civile, e sanzioni penali, che scattano quando il greenwashing integra reati quali frode in commercio, indebita percezione o truffa aggravata in relazione a fondi pubblici, o false comunicazioni sociali che alterano la percezione economico-finanziaria dell’impresa. Con ogni evidenza, la non conformità alla Direttiva Empowering espone altresì le aziende a un significativo impatto reputazionale.

«Il passaggio – spiegano gli esperti – da un’affermazione generica a una specifica, come richiesto dalla Direttiva e dal suo recepimento, non è un mero esercizio linguistico, stilistico o semantico: richiede un’accurata analisi dei dati relativi alle performance dichiarate (attuali e prospettiche), una solida validazione scientifica, una metodologia trasparente e verificata e la costituzione di un adeguato dossier documentale».

Per molte aziende, prosegue la nota,  si tratta certamente di un momento di riflessione, per comprendere se raccogliere la sfida della sostenibilità e, di conseguenza, come gestire la comunicazione in un’ottica strategica affinché, al di là della compliance, si possa costruire un rapporto di fiducia con i consumatori in merito all’evoluzione del modello di business. È qui che entra in gioco il concetto di empowerment. Le aziende sono infatti chiamate a comprendere a fondo i requisiti normativi, a integrarli nei processi decisionali e a trasformarli in elementi di differenziazione sul mercato.

 

e.

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