il peso "nascosto" sui conti pubblici
Biodiversità, quanto costa davvero?
Si moltiplicano le ricerche sulla correlazione tra perdita di biodiversità e perdita di valore economico-finanziario. L’ultimo di questi studi, pubblicato la scorsa settimana, ha “bucato” l’attenzione dei media internazionali, per la gravità delle conseguenze illustrate sul debito pubblico. La ricerca, condotta da economisti delle Università del Sussex, di Sheffield e di Heriot-Watt, ha presentato quello che è stato definito il primo modello al mondo di rating del credito sovrano corretto in base alla biodiversità. Secondo l’analisi, i mercati finanziari stanno sottovalutando i rischi economici legati alla perdita di biodiversità, esponendo potenzialmente i Paesi a crisi del debito sovrano e a un forte aumento dei costi di finanziamento.
I ricercatori affermano che gli attuali sistemi di rating non tengono conto del degrado ambientale, lasciando circa 83.000 miliardi di dollari di attività globali esposte al rischio di una valutazione errata.
Utilizzando una versione adattata della metodologia di rating di S&P Global, lo studio stima che anche un collasso parziale di ecosistemi chiave (tra cui gli impollinatori selvatici, la pesca marina e le foreste tropicali) potrebbe far aumentare di 162 miliardi di dollari gli interessi annuali sul debito sovrano a livello globale.
UNO STUDIO DELLA LSE
A marzo era stato pubblicato uno studio simile dalla London School of Economics and Political Science. Anche in quel caso si collegava la perdita di biodiversità e il declino degli ecosistemi ai maggiori costi di indebitamento del governo. La ricerca evidenziava che, quando l’ecosistema di un Paese soffre, è probabile che ciò abbia un impatto diretto sui suoi rendimenti obbligazionari e costi di indebitamento. Nel caso italiano, dei buoni ordinari del Tesoro (Bot) e dei buoni del tesoro poliennali (Btp).
I ricercatori hanno analizzato i dati di 53 economie avanzate ed emergenti tra il 2000 e il 2020, scoprendo che il degrado ambientale ha portato a un aumento medio di circa 25-70 punti base per le obbligazioni con scadenza a due e cinque anni.
LA BCE SUGLI EFFETTI IN CONTO CORRENTE
La spinta all’indagine sulla frontiera della biodiversità riguarda anche i costi a livello microeconomico. In particolare, qualche settimana fa, il working paper “The role of biodiversity risk in shaping bank lending decisions” firmato dalla Banca centrale europea, ha portato alla luce connessioni robuste tra gli effetti ambientali e quelli “bio”, i quali, combinati, si traducono in variazioni importanti nei costi dei finanziamenti. Anche se, purtroppo, ancora non nei volumi di credito concessi.
«Abbiamo dimostrato – scrivono le autrici Karoline Bax e Aida Ćehajić – che il rischio legato alla biodiversità incide in modo significativo sui prezzi nei mercati dei prestiti sindacati. Le imprese con una maggiore esposizione al rischio legato alla biodiversità devono affrontare spread creditizi notevolmente più elevati, mentre i dati relativi ai volumi dei prestiti sono meno evidenti. Questo andamento suggerisce che le banche tendano principalmente ad adeguare i margini di prezzo piuttosto che a limitare l’offerta di credito».
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