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McKinsey: chi paga il clima a livello retail?

10 Giu 2022
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La società di consulenza fotografa gli ostacoli che il settore dovrà affrontare: il costo elevato della decarbonizzazione, l’incertezza sul percorso da seguire, la necessità di tagliare le emissioni di Scope 1, 2, 3, reperire i finanziamenti. Il paper spiega come il retail può prepararsi alla sfida lavorando con tutti gli stakeholder

Il progresso verso la decarbonizzazione globale entro il 2050 necessita della mobilitazione di ogni industria, compreso il settore del retail che si è mosso in ritardo. Nel 2016, solo una piccola manciata di grandi rivenditori aveva un obiettivo basato sulla scienza per ridurre le emissioni di carbonio. Cinque anni dopo, più di 65 rivenditori globali hanno fissato science-based target. Tuttavia, fissare gli obiettivi non basta: per recuperare il tempo perso, il settore deve sviluppare una strategia climatica che includa un percorso da seguire e le fonti di finanziamento per sostenerla. È questo il quadro da cui prende le mosse l’analisi “Climate sustainability in retail: Who will pay?” di McKinsey & Company.

Nell’articolo, la società di consulenza analizza gli ostacoli che il settore dovrà affrontare, dal costo elevato degli impegni climatici all’incertezza sul percorso da seguire; dalla necessità di calcolare e tagliare non solo le proprie emissioni dirette e indirette, ma anche quelle della loro vasta catena di approvvigionamento, al reperire i finanziamenti. Nella fotografia scattata da McKinsey emerge anche la questione del costo della decarbonizzazione, che sarà sostenuto da diversi stakeholder lungo tutta la catena del valore: fornitori, lavoratori, settore pubblico, investitori e consumatori. Un’ulteriore difficoltà è data dalla tempistica degli investimenti, che sarà misurata in decenni anziché in trimestri o esercizi finanziari. Infine, nel documento si spiega come il retail può prepararsi al meglio alla sfida.

LE SFIDE

Il primo, e non facile, passo che il settore del retail deve compiere è comprendere il costo totale della decarbonizzazione del proprio business. Un passaggio che prevede il calcolo delle emissioni di Scope 1, 2 e 3, cioè anche quelle generate lungo la catena del valore e non sotto il controllo diretto del rivenditore. Perciò la riduzione di queste emissioni prevede un lavoro per aumentare la consapevolezza e gli sforzi sostenibili sia a monte con i fornitori sia a valle con i consumatori. McKinsey & Company sottolinea che le emissioni di Scope 3 costituiscono circa l’80% dell’impronta di carbonio totale di molte aziende del settore e fino al 98% del retail per la casa e la moda. Nell’articolo vengono descritti diversi esempi concreti di best practice messe in campo da alcuni grandi player del settore.

Il secondo step è capire in che modo la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio inciderà su ciascun tipo di stakeholder. Per la società di consulenza, i venditori saranno il punto di partenza per la maggior parte degli sforzi di engagement. Anche qui vengono riportati alcuni esempi di fornitori con marchi forti che stanno già assumendo impegni pubblici di sostenibilità piuttosto audaci. Ma McKinsey mette in luce che molti venditori, soprattutto quelli più piccoli e con margini già ridotti, non saranno in grado di sostenere da soli i costi della decarbonizzazione e di materiali più green. Nell’analisi si osserva che i governi e le autorità di regolamentazione in futuro potrebbero diventare una fonte di finanziamenti per gli sforzi di sostenibilità del commercio al dettaglio attraverso gli incentivi, sovvenzioni e appalti pubblici. Gli investitori, invece, saranno chiamati a svolgere un duplice ruolo nella transizione: in primis chiedendo una strategia Esg ai retail nel loro portafoglio; e accettando rendimenti più bassi nel breve e medio termine per consentire al settore di attingere a finanziamenti più economici per gli sforzi di decarbonizzazione.

L’analisi si concentra nello specifico su un attore chiave: il consumatore. Un importante pezzo del puzzle della transizione sostenibile, infatti, è la volontà dei clienti di pagare per i prodotti green. La società di consulenza riporta che, stando alle ricerche di mercato, gli acquirenti sono disposti a pagare fino al 60% in più per i prodotti ecologici. Questo si riscontra soprattutto nei giovani della Generazione Z e nelle persone a reddito più alto. Tuttavia, McKinsey evidenzia anche che si tratta di intenzioni dichiarate: manca la conferma definitiva che i consumatori pagheranno effettivamente di più per la sostenibilità. Nonostante l’incertezza sulla disponibilità a pagare, si stima che la transizione farà crescere la domanda di prodotti e servizi a basse emissioni.

COME PREPARARSI

La società di consulenza analizza anche una serie di azioni che il retail può intraprendere per prepararsi. La prima è di incorporare la sostenibilità nelle ricerche sui consumatori, per avere il polso dell’evolversi delle loro sensibilità e aspettative e per capire quanto sarebbero disposti a pagare per prodotti sostenibili. La seconda prevede di sviluppare e testare nuovi prodotti green, utilizzando materiali e una supply chain a basse emissioni di carbonio. La terza azione richiede di creare trasparenza sulle emissioni dei prodotti, collaborando con i fornitori, creando banche dati e rendendo le informazioni disponibili per i clienti.

Il retail dovrebbe anche includere la decarbonizzazione in tutte le discussioni sugli appalti e coinvolgere gli investitori chiave nella strategia di transizione e nella sua pianificazione. Inoltre, al commercio al dettaglio sarebbe utile unirsi agli sforzi del settore pubblico, partecipando ai progetti pilota e alla realizzazione delle politiche di decarbonizzazione. Infine, l’ultima azione suggerita da McKinsey è di sviluppare e guidare partnership a livello di settore per avere l’influenza necessaria per convincere i fornitori verso la transizione green.

Alessia Albertin

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