Quelli che il carbone: una matrice che lega aziende e investitori

ET.Pro
1 Mar 2021
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A cinque anni dall’Accordo di Parigi sul clima, il supporto della finanza globale al settore del carbone non è affatto diminuito e, ad oggi, ammonta a più di mille miliardi di dollari. È quanto emerge dalla ricerca pubblicata da Urgewald, Re:Common e altre 27 Ong internazionali, la prima in assoluto che tenta di analizzare l’esposizione di banche commerciali e investitori nei confronti dell’industria del carbone. La ricerca, aggiornata a gennaio 2021, esamina i flussi finanziari destinati alle 934 società del settore del carbone presenti sulla Global Coal Exit List.

La ricerca presenta una matrice incrociata tra le aziende della Global Coal List e i soggetti che le supportano con investimenti azionari o prestiti e contratti assicurativi

A questo possibile è possibile accedere alla matrice della ricerca.

A questo indirizzo è possibile scaricare la Global Coal List.

Parzialmente in controtendenza, si legge in una nota di Greenpeace, i dati sulla finanza italiana: l’esposizione al carbone dei principali attori quali UniCredit, Assicurazioni Generali e Intesa Sanpaolo inizia a diminuire, dopo aver toccato il suo apice nel 2019. La posizione di avanguardia spetta a Unicredit che, di recente, ha deciso di adottare una politica che entro il 2028 dovrebbe progressivamente azzerare qualsiasi finanziamento a progetti e società coinvolte nel business del carbone.

Generali, si legge nella nota, prosegue nel suo disinvestimento dall’industria carbonifera, sulla scia degli impegni presi nel 2018. Una fuoriuscita dal settore che procede tuttavia troppo a rilento, perché gli investimenti nel settore ammontano ancora a più di 200 milioni di dollari, di cui il 10% in Čez e Pge, società che stanno ostacolando la transizione energetica rispettivamente in Repubblica Ceca e Polonia. Nonostante la ricerca si focalizzi solamente sugli investimenti, bisogna anche tenere in considerazione i contratti assicurativi ancora in essere stipulati dal Leone di Trieste con le due società, che aggravano ulteriormente la sua posizione.

Sorprendentemente, tra il 2019 e il 2020, Intesa Sanpaolo ha diminuito i prestiti al carbone di circa il 70%, nonostante una delle policy settoriali più deboli in Europa.

Se la Conferenza sul clima di Glasgow del 2020, conclude il comunicato di Greenpeace, si fosse tenuta regolarmente (è stata rinviata al 2021 per l’emergenza pandemica) avrebbe visto la finanza globale tra i principali imputati per la crisi climatica in corso. Il 17% degli oltre mille miliardi investiti è imputabile ai colossi statunitensi Vanguard e BlackRock e, tra azioni e bond, gli Stati Uniti pesano per più della metà degli investimenti globali, circa 602 miliardi di dollari. Anche le banche commerciali non hanno fatto certo di meglio e, nel biennio successivo al report Ipcc del 2018 hanno erogato 315 miliardi di dollari all’industria del carbone. In prima fila tre istituti di credito giapponesi: Mizuho (22 mld), Sumitomo Mitsui (21 mld), Mistubishi UFJ (18 mld).

 

 

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