a 6 anni dal Regolamento Ue, cosa cambiare?
Se 50 sfumature di Tassonomia non bastano
Il prossimo 18 giugno saranno passati 6 anni dal Regolamento Tassonomia Ue (2020/852). Quel provvedimento aprì una epoca della sostenibilità, e segnò una strada su cui si sono in seguito incamminati molteplici sistemi nel mondo. Ma il cammino è stato meno lineare delle attese. E, soprattutto, non è ancora chiara la destinazione finale: quella tassonomia (l’approccio che ne sottintendeva la nascita) ha davvero supportato il sistema nella ricerca di investimenti sostenibili? Oppure si è rivelata fuorviante, una pista sbagliata destinata a essere corretta?
Lo spunto per parlarne è un interessante report di S&P Global Rating pubblicato nei giorni scorsi, in cui la società americana fa il punto sull’incidenza della tassonomia (delle tassonomie) nel mercato delle emissioni di debito.
Sul fronte obbligazionario e dei finanziamenti, il ruolo tassonomico, certamente, rimane determinate. Tanto che, negli ultimi anni le tassonomie regionali hanno visto una forte diffusione: oggi esistono almeno 50 tassonomie a livello globale, mentre altre sono in fase di sviluppo o in fase di progettazione. La moltiplicazione è stata tale che sono iniziate a emergere iniziative volte a migliorarne l’interoperabilità. In occasione della Cop30 del 2025, il Brasile ha guidato la proposta “Super-Taxonomy Initiative”, che mira a promuovere la comparabilità tra le tassonomie nazionali attraverso principi condivisi piuttosto che un unico standard globale.
IL FALLIMENTO NEGLI EET
Tuttavia, a fronte di questo ruolo sul fronte debito, la Tassonomia è ben lontana da affermarsi sul mercato dei fondi. Una analisi dell’ufficio studi di ET.Group, sviluppata sul database EET.monitor (una raccolta di circa 80mila European Esg Template emessi dai gestori per ognuno dei propri fondi) rivela dati molto chiari sulle difficoltà degli asset manager. Una difficoltà evidente non solo nel soddisfare i target tassonomici. Ma, addirittura, nel monitorarli.
L’analisi ha considerato alcune righe dei template rappresentative dell’esposizione (cioè, l’investimento da parte del prodotto finanziario) alle tipologie tassonomiche (vedi file allegato): Climate Change Mitigation, Climate Change Adaptation, Water, Circular economy, Pollution, Biodiversity, Transitional Activities, Enabling Atcivities.
Ebbene, in linea generale, la quota che monitora queste tipologie di esposizioni (cioè, ne compila i campi) si aggira attorno al 50% del campione di fondi. E, già questo, è un risultato ben lontano dalla sufficienza. Ma, la cosa più significativa, è che, di coloro che monitorano, la quasi totalità dichiara percentuali nulle di esposizione.
COMPLESSITÀ E IL NEMICO “TRANSIZIONE”
Esiste indubbiamente un problema di complessità di allineamento tra i prodotti finanziari e la tassonomia. Inoltre, negli ultimi 2-3 anni il concetto di sostenibilità si è evoluto dall’approccio statico tipico delle griglie tassonomiche (per cui vale l’assunto binario dentro/fuori) all’approccio dinamico delle valutazioni prospettiche, in cui un asset non è più bianco/nero, bensì va considerato per le potenzialità di sostenibilità future. Cioè, di contribuire alla transizione.
Questa situazione, unita alle controverse posizioni del mondo politico negli Stati Uniti e in Europa, ha attivato una fase di revisione e cancellazione. Non tutte le tassonomie previste, infatti, stanno procedendo. Il Regno Unito ha recentemente annunciato l’intenzione di cancellare la propria tassonomia, mentre nell’Ue sono in corso discussioni sul ruolo che la tassonomia svolge nella regolamentazione della finanza sostenibile, e il ruolo della tassonomia nella Sfdr 2.0 si è ridotto. Anche gli Stati Uniti hanno abbandonato i propri piani di sviluppo di una tassonomia e quella prevista dal Canada ha subito ritardi pluriennali e non è ancora stata pubblicata
LA SVOLTA DELLE SFUMATURE QUALITATIVE
Non è un caso, quindi, che nel mercato sia emersa la necessità di affiancare strumenti qualitativi alle rigide matrici quantitative della legge. Un esempio è proprio quello di S&P Global Rating, con lo strumento denominato “Sfumature di Green” (Shade of green). «Utilizziamo la nostra valutazione globale “Shades of Green” – spiega S&P – per analizzare le attività finanziarie; si tratta di un’analisi distinta dai pareri sull’allineamento alla tassonomia. Tale valutazione riflette il grado di allineamento di un’attività economica o di un investimento con un futuro a basse emissioni di carbonio e resiliente ai cambiamenti climatici». Le valutazioni di Shades of Green presentano un grado di gradazione maggiore rispetto alla tipica classificazione binaria (idoneo o non idoneo) delle tassonomie. «Molte soluzioni ambientali comportano compromessi rispetto ad altri obiettivi ambientali, che prendiamo in considerazione nell’assegnare una delle nostre tre tonalità di verde».
SEMPRE PIÙ FRAMEWORK OLTRE IL CLIMA
Un altro segnale del superamento della “Tassonomia unica” è quello della moltiplicazione di framework per settori specifici. Gli emittenti, si legge nel report di S&P Global Rating, ricorrono sempre più spesso a sotto-etichette per le emissioni sostenibili, quali “nature”, “blue”, ‘biodiversity’, “green enabling” e “Amazonia”, al fine di definire meglio l’orientamento ambientale dei propri finanziamenti.
«Sebbene possa volerci del tempo – scrive S&P – prima che le etichette tematiche prendano piede, le tendenze di fondo indicano un recente slancio nelle categorie ambientali non legate al clima. Rispetto al 2024, nel 2025 abbiamo registrato un aumento del 96% nelle categorie di progetti relativi all’agricoltura e alla silvicoltura, del 44% nella biodiversità, del 38% nella prevenzione dell’inquinamento e del 25% nel settore idrico. Ciò suggerisce che gli emittenti stiano allocando sempre più capitale verso una gamma più ampia di obiettivi ambientali, anche laddove le etichette tematiche non siano esplicitamente utilizzate».
UN OSTAGGIO DA LIBERARE
La sensazione, a sei anni dalla sua introduzione, è che la Tassonomia mantenga il suo ruolo di riferimento, di pietra miliare su cui costruire modelli di sostenibilità. Ma che sia rimasta imprigionata nella propria rigidità, e che, in questa immobilità, finisca per essere circondata dalle varie derivazioni di framework e approcci nati per seguire le esigenze del mercato.
La sua centralità è però confermata nell’essere “il” riferimento tecnico per il green bond standard europeo. E, proprio sull’Eugbs, probabilmente, si possono costruire le interpretazioni dell’evoluzione della Tassonomia.
Particolarmente significativo è che Icma abbia creato una task force per allineare i propri Green Bond Principle e le richieste tassonomiche di standard come l’Eugbs. L’obiettivo è capire come quest’ultimo standard, e quindi la sua intepretazione della tassonomia, possa «coinvolgere gli emittenti in uno sforzo unico, globale, coerente e dinamico volto a migliorare la trasparenza nella finanza verde».
L’Eugbs, insomma, può essere il campo di gioco in cui trasformare da statico in dinamico l’approccio della Tassonomia.
Per usare le parole di Aldo Romani, Head of Sustainable Finance e Finance Directorate della European Investment Bank (Eib), in un recente evento di Sustainable Fitch: «L’Eugbs non è un monolite, ma uno strumento flessibile e a geometria variabile che devono essere definti. Non dagli animal spirit, ma dagli human spirits».
Aldo RomaniEeteet.monitorEU TaxonomyEuGBsFitchicmaS&PShades of GreenTassonomia
