ricerca di natwest sul mercato obbligazionario
Senza “transition” aziende fuori dai bond fund
Le aziende che non riusciranno a ridurre in modo credibile e duraturo la propria carbon footprint rischiano di essere progressivamente escluse dalle strategie di investimento dei fondi obbligazionari che puntano alla transizione energetica. Un cambiamento di approccio nelle scelte di allocazione degli investitori istituzionali emerge dalla ricerca “Unlocking transition finance: what transition funds want from debt issuers” condotta da NatWest Group, che ha preso in esame 60 fondi obbligazionari con obiettivi di transizione.
Come riportato da Bloomberg, lo studio indica come un numero crescente di operatori sia disposto a escludere gli emittenti con obiettivi poco ambiziosi o scarsamente trasparenti nella riduzione delle proprie emissioni. Per le imprese diventa essenziale presentare un percorso di transizione chiaro, supportato da evidenze e obiettivi verificabili, al fine di mantenere l’accesso a questa fonte di finanziamento. La raccolta di capitali resta centrale. Le analisi di Blackstone indicano che la domanda di capitale destinato alla transizione supera oggi l’offerta disponibile. I 2.300 miliardi mobilitati nel 2024 rappresentano un record storico, ma restano lontani dai 10mila miliardi di dollari l’anno, che secondo alcune stime sono necessari nel prossimo ventennio per sostenere la decarbonizzazione globale.
Negli ultimi anni, la crescente la mole di dati da raccogliere e gestire unita ai crescenti standard di normativi ha sicuramente messo alla prova le imprese. Il report evidenzia, in questo scenario, l’assenza di una definizione universalmente condivisa di strategia di transizione, elemento che genera ancora incertezza tra gli emittenti nella strutturazione degli strumenti di debito e nelle informative richieste dal mercato. Una standardizzazione e razionalizzazione delle metriche, sia in termini quantitativi sia qualitativi, si rende quindi necessaria per ampliare la transizione e facilitare la raccolta di risorse necessaria metterla in pratica. NatWest indica linee guida suddivise in 4 step.
1) Prima di tutto indicare target di riduzione delle emissioni credibili allineati con gli Accordi di Parigi o percorsi compatibili.
2) Una volta definitivi gli obiettivi finali individuare tempistiche e milestone intermedie supportate da fattibilità finanziaria.
3) Il tutto deve essere supportato da solide attività di governance, reporting e disclosure integrate nei processi aziendali.
4) Per ultimo, identificazione e gestione di eventuali di fattori interni ed esterni all’impresa che potrebbero avere effetti sul raggiungimento degli obiettivi.
Per i gestori, si legge nel report, conta più la sostanza delle attività e iniziative della società emittente rispetto l’etichetta del titolo. Come osserva Kate McGrat, ESG senior investment manager di Aberdeen Investments, «è preferibile acquistare un’obbligazione tradizionale emessa da un’azienda realmente “verde” piuttosto che un green bond di un operatore ad alta intensità di emissioni». In ogni caso resta il vincolo della redditività, «pochi investitori sono disposti a sacrificare il rendimento finanziario per sostenere la transizione climatica» rileva Ritchie Thomson, Senior Responsible Investment Associate di Aegon Asset Management. La sfida, per imprese e mercati, sarà dunque conciliare credibilità ambientale e performance economica in un contesto in cui la selettività del capitale è destinata ad aumentare.
Matteo Russo
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