Fusione del ramo alimentare alla prova del divario Ue-Usa

Unilever resterà Esg dentro McCormick?

15 Mag 2026
Notizie Companies & CSR Commenta Invia ad un amico
Dopo l’annuncio dell'unione con la statunitense McCormick, i principali investitori responsabili di Unilever hanno chiesto garanzie formali che la nuova società alimentare combinata manterrà gli standard del gigante britannico in materia di approvvigionamento, tracciabilità, governance sostenibile e lotta alla deforestazione

Un accordo da 65 miliardi, e la conseguente l’unione di due colossi per formare una delle più grandi entità alimentari del mondo, ha messo in agitazione gli investitori sostenibili. Da un lato, infatti, c’è la britannica Unilever, nota per lo storico impegno sulla sostenibilità. Dall’altro, l’americana McCormick, che opera secondo le regole statunitensi e non è soggetta alle più stringenti regole di rendicontazione di sostenibilità europee. L’intesa, siglata a marzo, prevede l’unione della divisione alimentare Unilever con le attività di McCormick in un’unica azienda alimentare, sotto la supervisione di McCormick. Dopo l’annuncio, i principali investitori responsabili di Unilever hanno chiesto garanzie formali che la nuova società combinata manterrà gli standard del gigante britannico in materia di approvvigionamento, tracciabilità, governance sostenibile e lotta alla deforestazione.

Si tratta della seconda più grande transazione alimentare mai conclusa fino ad oggi, che porterà McCormick a gestire un’azienda grande quasi il doppio delle sue dimensioni attuali, con una catena di approvvigionamento globale più complessa e ampia, e con una maggiore esposizione all’agricoltura su piccola scala e alle materie prime agricole. Le catene di approvvigionamento delle aziende alimentari spesso comportano rischi Esg diretti, in particolare per quanto riguarda la protezione delle foreste, la conversione dei terreni, i materiali di imballaggio, la tracciabilità delle materie prime e i diritti umani dei lavoratori. Per tutti questi motivi, l’accordo è sotto i riflettori dell’intero settore della finanza sostenibile come banco di prova per verificare se gli standard Esg sono in grado di sopravvivere a grandi ristrutturazioni aziendali.

LE RICHIESTE DEGLI INVESTITORI

Unilever sarà il più grande investitore nella nuova società, con una partecipazione vicina al 10% e quattro consiglieri di amministrazione. Questo vuol dire che gli altri azionisti avranno quote più piccole e una capacità limitata di influenzare direttamente il consiglio di amministrazione. Per questo, gli investitori Esg chiedono fin da ora garanzie formali che McCormick sarà in grado di gestire la nuova catena di approvvigionamento senza indebolire gli standard adottati da Unilever: obiettivi chiari, policy di approvvigionamento trasparenti, meccanismi di reclamo credibili e sistemi di tracciabilità affidabili. Il gigante statunitense, infatti, è classificato come “a medio rischio” in termini di sostenibilità dalla società di rating Esg Morningstar-Sustainalytics.

L’agenzia Reuters ha raccolto le dichiarazioni di alcuni degli investitori, preoccupati per il futuro della governance sostenibile che hanno supportato finora. «Cercheremo rassicurazioni sull’intenzione della società combinata di sostenere e sviluppare le migliori pratiche per quanto riguarda l’approvvigionamento di materie prime senza deforestazione», ha affermato Vemund Olsen, analista senior presso il gestore patrimoniale norvegese Storebrand, uno dei primi 100 investitori in Unilever. Anche un portavoce della tedesca Union Investment, uno dei primi 40 investitori in entrambe le società, ha detto che cercherà trasparenza su come la nuova società «integra le pratiche sostenibili andando avanti». Cailin Dendas, coordinatore senior presso il gruppo di azionisti As You Sow, ha sottolineato che «se Unilever-McCormick decide di voltare le spalle alla sostenibilità, ciò potrebbe creare un rischio significativo per gli azionisti e la nuova entità».

IL DIVARIO UE-USA

L’unione dei due colossi mette in luce anche un’altra questione spinosa: il divario tra le regole di disclosure europee e quelle statunitensi. Mentre l’Unione europea continua a spingere le aziende verso una disclosure più strutturata, i requisiti statunitensi rimangono più limitati. Secondo le regole statunitensi, McCormick, con sede in Maryland, non è tenuta a divulgare le stesse informazioni dettagliate sulla sostenibilità che Unilever, con sede nel Regno Unito, deve affrontare in Europa. Il rapporto di sostenibilità della società statunitense, ad esempio, non include un impegno esplicito a livello aziendale contro la deforestazione e fornisce meno dettagli sulla tracciabilità, l’audit e la certificazione.

Certo, anche per le multinazionali con operazioni europee significative c’è l’aspettativa che si adeguino alle regole di rendicontazione della sostenibilità dell’Ue, ma la conformità può richiedere anni. Nel periodo di transizione, quindi, gli standard di disclosure dipendono in gran parte dalla volontà della direzione aziendale. Tuttavia, eventuali impegni presi pubblicamente dalla società, la supervisione del consiglio di amministrazione e la pressione degli investitori possono giocare un ruolo significativo nel garantire una maggior qualità di disclosure.

Alessia Albertin

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