Il report della London School of Economics

Cambiamenti climatici, lotta di contenziosi

ET.Pro
16 Set 2021
Notizie SRI Finance Commenta Stampa Invia ad un amico
L'analisi dei 1841 casi globali punta a scattare una fotografia delle tendenze globali a utilizzare il contenzioso come mezzo per promuovere o ritardare un’azione efficace sul clima. I casi utilizzati come "strategia attivista" sono in aumento, contro i governi, ma anche contro le società

La lotta ai cambiamenti climatici passa sempre più per i contenziosi legali. A scattare una fotografia delle tendenze globali a utilizzare il contenzioso come mezzo per promuovere o ritardare un’azione efficace sui cambiamenti climatici è il report “Global trends in climate litigation: 2021 snapshot”, pubblicato da The Grantham Research Institute on Climate Change and the Environment della London School of Economics and Political Science (Lse). La ricerca mette in luce che, a livello globale, tra il 1986 e il 2014 sono stati depositati poco più di 800 casi correlati ai cambiamenti climatici, mentre solo negli ultimi sei anni ne sono stati avviati oltre mille. Il numero di casi è più che raddoppiato dal 2015 a oggi. Inoltre, dallo studio emerge che stanno aumentando i casi “strategici” che puntano a provocare cambiamenti sociali.

In particolare, il rapporto analizza i principali sviluppi globali nelle controversie sul clima nel periodo cha va da maggio 2020 a maggio 2021. La fonte principale dei dati è il database Climate Change Laws of the World (Cclw), gestito dal Grantham Research Institute on Climate Change and the Environment, che include casi depositati davanti a tribunali di 39 Paesi e 13 tribunali internazionali o regionali. Questi dati sono stati integrati anche dallo United States Climate Litigation Database, gestito dal Sabin Center for Climate Change Law.

I contenziosi del 2021

Dall’analisi dei database, a maggio 2021 sono risultati 1.841 casi di contenzioso sui cambiamenti climatici, in corso o conclusi, da tutto il mondo. Di questi, 1.387 sono stati depositati nei tribunali degli Stati Uniti, mentre i restanti 454 sono distribuiti negli altri Paesi e tribunali internazionali. E, per la prima volta, sono risultati casi depositati anche in Guyana e Taiwan, presso la Corte dei diritti dell’uomo dell’Africa orientale e la Corte europea dei diritti dell’uomo.

Nella maggior parte dei casi, il contenzioso è stato intentato contro i governi, in genere da società, organizzazioni non governative e individui, ma c’è un piccolo e significativo numero di casi rivolto alle aziende. In particolare, emerge che sta crescendo il numero di casi “strategici”, segno che il contenzioso climatico sta diventando molto popolare come “strategia attivista”. Tuttavia, il report sottolinea che sono in aumento anche le controversie che possono minare gli sforzi di mitigazione o adattamento, opponendosi all’azione per il clima o ritardando le politiche per il clima.

Secondo un’analisi quantitativa degli esiti di tutti i casi nel database Cclw, il 58% ha avuto esiti favorevoli all’azione per il cambiamento climatico, il 32% ha avuto esiti sfavorevoli e il 10% non ha avuto risultati con un impatto rilevabile sulla politica climatica. Infine, nel periodo preso in considerazione, è stato rilavato un numero senza precedenti di sentenze chiave con impatti potenzialmente di vasta portata. Questi casi sono stati decisi dai tribunali di Irlanda, Francia, Germania e Pakistan.

Il contenzioso come “strategia”

Il report ha rilevato quattro filoni di casi in cui i contenziosi sono stati utilizzati in modo strategico verso un obiettivo legato alla lotta ai cambiamenti climatici. In primis, il contenzioso sul clima è diventato uno strumento per far rispettare o rafforzare gli impegni sul clima assunti dai governi. Tra i casi rilevati, ne sono stati identificati 68 che sfidano l’inazione del governo o la mancanza di ambizione negli obiettivi e impegni climatici. Di questi, 37 possono essere descritti come casi di “mitigazione sistemica”. Tuttavia, gli autori hanno identificato anche un gruppo correlato di 13 casi che potrebbero compromettere le azioni del governo intraprese per rispettare gli impegni o gli obblighi in materia di clima, come l’introduzione di regolamenti climatici, o la mancata autorizzazione a progetti ad alta intensità di combustibili fossili.

Un altro filone rilevato è quello dei contenziosi che utilizzano i diritti umani come argomento nei casi sul clima. Sono stati rilevati 112 casi di questo tipo a livello globale. 93 di questi casi sono stati intentati contro i governi e 16 contro le imprese. In 25 di questi casi sono stati pronunciati giudizi positivi e in 32 giudizi negativi.

Il terzo trend individuato nel report è quello dei contenziosi contro i privati. Alcuni casi cercano di stabilire la responsabilità aziendali e chiedono miliardi di dollari di danni per pagare gli investimenti infrastrutturali per l’adattamento climatico. Un numero crescente di reclami, invece, si concentra su rischi finanziari, doveri fiduciari e due diligence aziendale, e colpiscono direttamente non solo le aziende, ma anche banche, fondi pensione, gestori patrimoniali, assicuratori e grandi rivenditori. In questi casi, negli argomenti utilizzati sono spesso incorporati i temi della disinformazione deliberata, del greenwashing, della mancata divulgazione e gestione del rischio di cambiamento climatico.

L’ultimo filone individuato riguarda i casi incentrati sull’adattamento ai cambiamenti climatici: oltre 180 casi a livello globale toccano questa questione. Di questi, 100 sono stati depositati negli Stati Uniti e 61 in Australia. Spesso i casi riguardano l’applicazione di principi e standard relativi all’adattamento ai cambiamenti climatici nella pianificazione e nelle valutazioni di impatto ambientale.

I contenziosi del futuro

Gli autori concludono l’analisi, mettendo in luce tre aree da tenere d’occhio in futuro: le controversie sulla catena del valore; i casi di sostegno del governo all’industria dei combustibili fossili; e i casi incentrati sulla distribuzione degli oneri associati all’azione climatica, che il report chiama i casi della “giusta transizione”.

Alessia Albertin

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