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COP27 e la finanza per la transizione

14 Nov 2022
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Secondo contributo di una serie di approfondimenti di Carbonsink, società impegnata sul campo nella conferenza sul clima in corso in Egitto. Solo i progressi sulla climate finance possono dare solidità a qualsiasi risoluzione emerga dai negoziati

Una delle tematiche chiave che i leader mondiali stanno affrontando in questi giorni alla COP27 è la definizione e il miglioramento degli strumenti di climate finance, ossia il sistema di finanziamenti locali, nazionali o transnazionali (attinti da fonti pubbliche e private) volti a sostenere azioni di mitigazione e adattamento per affrontare i cambiamenti climatici. Data l’importanza del supporto finanziario per l’implementazione dell’azione climatica, fare progressi sulla climate finance è necessario per dare solidità a qualsiasi risoluzione emerga dai negoziati. Il Protocollo di Kyoto e l’Accordo di Parigi richiedono l’assistenza finanziaria dei Paesi con economie più sviluppate verso le economie più vulnerabili. Molti sistemi e strutture sono stati creati per facilitare e aumentare questo flusso, ma ad oggi grandi sfide permangono sulle fonti di queste risorse, sull’architettura per veicolarle dove più necessario e sull’accordo politico per deciderne l’allocazione.

Secondo l’ultimo rapporto della Climate Policy Initiative (Cpi), i finanziamenti globali per il clima sono quasi raddoppiati nell’ultimo decennio, con un impegno cumulativo di 4,8 trilioni di dollari tra il 2011 e il 2020. Nonostante il progresso, Cpi stima che i flussi attuali non siano sufficienti a sostenere uno scenario di riscaldamento delle temperature globali entro l’1,5°C previsto dall’Accordo di Parigi. Per evitare i peggiori impatti del cambiamento climatico, si stima siano necessari almeno 4,3 trilioni di dollari di flussi finanziari annuali entro il 2030 . Nonostante la cifra possa sembrare smisurata, molti leader mondiali ed economisti che partecipano alla COP27, come John Kerry e Jeffrey Sachs, hanno sottolineato come, in realtà, se ci fosse più consenso politico, trovare il budget non sarebbe impossibile. La quantità di denaro che la finanza può mettere a disposizione per contrastare i cambiamenti climatici è infatti potenzialmente gigantesca. Il rapporto Banking on climate chaos ci ricorda, ad esempio, che dal 2015 al 2021 le 60 banche più grandi del mondo hanno speso 4.6 trilioni di dollari solamente in finanziamenti in combustibili fossili.

IL TOOLKIT DELLA FINANZA CLIMATICA

Per assicurare che la finanza climatica risponda alle necessità effettive, è fondamentale che ci sia coordinamento tra gli strumenti e gli attori che ne fanno uso, al fine di migliorare l’architettura stessa su cui questi flussi di capitale si muovono. Collaborazione tra pubblico e privato, incentivazione di investimenti strategici a lungo termine e definizione di sistemi che garantiscano il principio di “responsabilità comuni ma basate sulla capacità individuale” sono solo alcune delle priorità discusse in questi giorni alla COP27.

Il settore pubblico ha rappresentato il 51% dei finanziamenti climatici tracciati dalla Climate Policy Initiative per il 2019-2020, con 321 miliardi di dollari provenienti da Istituzioni Finanziarie per lo Sviluppo, fondi multilaterali e istituzioni finanziarie statali. Per quanto riguarda le promesse fatte dai Paesi nel contesto della COP15 di Copenaghen nel 2009, però, le ultime proiezioni Ocse indicano che i Paesi ricchi non raggiungeranno i 100 miliardi di dollari all’anno di finanziamenti promessi fino al 2023 a sostegno delle economie emergenti per gestire gli effetti dei cambiamenti climatici e passare alle energie rinnovabili. In questi giorni in Egitto sono iniziati i negoziati tecnici sulla definizione del nuovo obiettivo globale di finanza climatica in vigore dal 2025.

Nonostante questo ritardo, in questi giorni diversi Paesi hanno annunciato nuovi impegni economici per il clima, tra cui l’Italia con il nuovo fondo per il clima da 840 milioni di euro per lo sviluppo di tecnologie pulite e l’adattamento ai cambiamenti climatici nei Paesi in via di sviluppo. Qualche passo avanti è stato fatto per quanto riguarda i finanziamenti per strategie a supporto dei Paesi che subiscono gravi perdite e danni dovuti al cambiamento climatico, con investimenti da parte di Paesi come Austria, Belgio, Danimarca, Germania e Scozia. Anche istituzioni multilaterali hanno annunciato impegni climatici, come la Banca Europea per gli Investimenti, che ha promesso di dedicare più del 50% della propria capacità finanziaria a progetti per il clima entro il 2025, e  attivare investimenti climatici entro il 2030 per 1 trilione di dollari.

Un altro nodo significativo nell’infrastruttura della climate finance è l’uso del debito. Se il sostegno da parte della finanza internazionale per incentivare i Paesi in via di sviluppo ad attuare politiche per il clima è fondamentale, esso richiede una riduzione dei rischi legati agli investimenti e dei costi conseguenti. Secondo Cpi, nel decennio 2011-20 i finanziamenti concessionali (ossia a tassi inferiori a quelli di mercato) sono stati il 16% del totale dei finanziamenti per il clima, mentre il debito è rimasto il principale strumento di finanziamento per il clima. Se i finanziamenti a fondo perduto sono in aumento, con volumi quasi triplicati tra il 2011 e il 2020,  la loro quota relativa sul totale rimane inferiore al 5 per cento. I finanziamenti agevolati sono fondamentali per gestire i rischi e le incertezze legati alle tecnologie e ai mercati nascenti. Per questo motivo, si discute su come adattare l’infrastruttura della climate finance per renderla più accessibile ai Paesi in via di sviluppo, ad esempio inserendo strumenti come green bonds nei portafogli delle banche multilaterali per lo sviluppo, o sviluppare meccanismi più efficienti di results-based-finance.

La gestione dei rischi degli investimenti è cruciale anche per quanto riguarda i finanziamenti privati. Dati Ocse mostrano che la maggior parte degli investimenti privati per il clima è stata mobilitata in Paesi a medio reddito con profili di rischio bassi. Inoltre, nonostante gli investimenti del settore privato stiano aumentando (310 miliardi di dollari  per il 2019/20 secondo la Climate Policy Initiative) non viaggiano ancora alla scala e alla velocità necessarie per la transizione. Trovare una soluzione per abbassare i rischi e creare un contesto favorevole alla mobilitazione dei fondi privati è un altro punto sulle agende della COP27.

IL MERCATO VOLONTARIO DEL CARBONIO

Un altro strumento che sta già catalizzando finanziamenti verso Paesi in via di sviluppo è il mercato volontario dei crediti di carbonio, generati da progetti che riducono o rimuovono emissioni in atmosfera, con impatti positivi per il clima, le comunità e la biodiversità. Ieta stima che lo scambio di crediti di carbonio potrebbe ridurre i costi di implementazione dei Nationally Determined Contributions di oltre la metà, fino a 250 miliardi di dollari entro il 2030, facilitando la rimozione del 50% in più emissioni senza costi aggiuntivi. I mercati del carbonio sono uno strumento molto importante per raggiungere gli obiettivi climatici globali, in particolare nel breve e medio termine. Punto cruciale dei negoziati sul clima è il miglioramento dell’infrastruttura normativa e amministrativa del mercato del carbonio (l’ormai famoso Articolo 6 di Parigi) che permetta ai Paesi in via di sviluppo di generare e scambiare crediti di alta qualità, per raggiungere i propri obiettivi climatici e facilitare la transizione ad un’economia a basse emissioni.

Valentina Ortis
editor di Carbonsink

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