News 13 Set 2017 CSR

ecco l'analisi di Systain in esclusiva per et

Il made in Italy che esporta danni Esg

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Il 74% del valore aggiunto lordo prodotto dalla filiera del tessile rimane in Italia, mentre le esternalità negative legate all’ambiente vanno all’estero per un valore pari al 76% totale. Emerge da uno studio esclusivo di Systain per ETicaNews

Il settore tessile italiano fa bene solo a noi. Da una parte, infatti, il nostro Paese gode di gran parte della ricchezza prodotta. Dall’altra, i danni ambientali e sociali causati da questa attività restano spesso relegati oltreconfine. Per la precisione, il 74% del valore aggiunto lordo prodotto da tutta la filiera che fa capo alle industrie nazionali resta in Italia, mentre le esternalità negative legate all’ambiente sono scaricate all’estero per un valore pari al 76% del totale. In ballo ci sono un sacco di soldi: complessivamente, il fatturato annuo di tessile, abbigliamento e prodotti in pelle registrato dalle aziende italiane si aggira intorno agli 81 miliardi di euro (dati 2015)

È questo, in estrema sintesi, il risultato più eclatante che emerge dall’analisi realizzata in esclusiva per  ETicaNews  da Systain Consulting, una società di consulenza tedesca che si occupa di gestione della sostenibilità, nata 18 anni fa e che oggi ha uffici ad Amburgo, Berlino, Istanbul e Shanghai. Uno studio articolato che è presentato qui per la prima volta e che sarà spiegato su questo sito nel corso di diverse puntate.

Utilizzando il modello “estell”, Systain ha analizzato l’intera catena di valore del settore. Dall’uso delle materie prime fino alla produzione realizzata da fornitori diretti, indiretti o dalle stesse industrie cui le aziende fanno capo. In questo modo, dunque, i consulenti della società tedesca sono arrivati a quantificare le varie esternalità negative e il valore prodotti dal settore tessile italiano in tutti i Paesi in cui è attivo.

LA RICCHEZZA RESTA IN ITALIA

Systain utilizza il modello input-output e il punto di partenza di tutta l’analisi è il fatturato dell’industria nel nostro Paese. Partendo da questo dato, si arriva a calcolare il valore aggiunto lordo globale. Questo viene ottenuto semplicemente sommando spese per il personale, tasse (al netto dei sussidi), spese per asset e profitti.

Ebbene, scorrendo questi numeri si scopre che tre quarti del valore aggiunto lordo si ferma in Italia. Oltre 60 miliardi di euro, infatti, restano nel nostro Paese (di questi, però, 33,7 miliardi non fanno capo alla produzione diretta, bensì alla filiera di riferimento).

Agli altri Stati rimangono le briciole, o poco più. In dettaglio, il resto della torta è spartito in questo modo. Alla Cina fa capo il 3,2% del valore aggiunto lordo, alla Germania il 2,6% e all’Africa l’1,6 per cento. Seguono, con valori più modesti, Francia (1,5%), Stati Uniti (1,3%), altri paesi di Asia e Pacifico, Spagna e Turchia (tutti con l’1,2%), il Medio Oriente e il Regno Unito (1,1% ciascuno). Gli altri si devono accontentare dello zero virgola (Russa 0,8%, altri Paesi europei 0,7%, Brasile 0,6%, Belgio 0,6%, India 0,6% e Romania 0,5%).

IN ASIA GLI IMPATTI AMBIENTALI MAGGIORI

Gli impatti ambientali considerati dal sistema “estell” di Systain sono quattro. Il primo prende in considerazione le emissioni di gas serra, soffermandosi su anidride carbonica, metano, ossido di azoto. Tra gli elementi analizzati ci sono poi quelli che più incidono sull’inquinamento atmosferico e dell’acqua, come gli ossidi di zolfo, di azoto, il particolato, i metalli pesanti e altro. Gli altri due parametri sono il consumo di acqua e l’uso della terra.

Da questa analisi particolareggiata ne emerge un quadro piuttosto chiaro. «Possiamo vedere che appena il 24% dei danni sono registrati in Italia, mentre Cina, i Paesi africani e il resto di Asia e Pacifico sono altamente colpiti dalle esternalità negative», scrivono i consulenti di Systain.

Guardando la mappa dei danni causati da questo punto di vista dal nostro settore tessile, infatti, si scopre che quelli che restano tra i nostri confini sono pari a circa 2,3 miliardi di euro, contro 7,448 che prendono la via dell’estero. In particolare, un miliardo e mezzo è in Cina (16% del totale), 1,1 miliardi negli altri Paesi di Asia e Pacifico (11%) e poco più di un altro miliardo di euro in Africa (escluso il Medio Oriente).

I DANNI CAUSATI PER OGNI EURO PRODOTTO

Ora, che il valore maggiore delle esternalità negative sia registrato in Italia è ovvio, visto che è qui che avviene la produzione diretta. Ma un’analisi più attenta è in grado di spiegare davvero come opera il tessile italiano nel mondo da questo punto di vista. E, di conseguenza, dove potrebbero nascondersi i maggiori rischi ambientali per un’azienda del nostro Paese che opera in un altro Stato.

Systain ha incrociato i dati relativi alle esternalità negative dei singoli Paesi con le informazioni relative alla produzione delle aziende italiane. Dividendo le esternalità negative per il valore aggiunto lordo, dunque, si scopre, per esempio, che per ogni euro di valore aggiunto prodotto in Italia si hanno 4 centesimi di costi per esternalità negative legate al tipo di attività. Un valore infinitamente più basso rispetto alla Cina, dove per ogni euro di valore aggiunto lordo ci sono 57 centesimi di esternalità negative. «I danni prodotti in questi Paesi fuori dall’Italia si hanno a causa della catena di produzione del settore tessile», spiegano i consulenti.

Andando avanti con gli esempi, nel resto dell’area Asia-Pacifico la situazione diventa addirittura paradossale. Per ogni euro di valore aggiunto lordo, infatti, i costi causati dal tessile italiano sono addirittura pari a 1,11 euro.

Altri casi critici sono sicuramente quelli dell’India (0,91 centesimi di costi), dell’America (0,88 centesimi, esclusi Usa, Canada, Brasile e Messico) o dell’Africa (0,79, escluso il Medio Oriente).

Livelli paragonabili all’Italia, si trovano invece nei Paesi occidentali, come Francia e Germania (6 e 7 centesimi). Sembra di capire, quindi, che il “lavoro sporco” nel senso letterale, ambientale, del termine, sia relegato quasi interamente in quei Paesi dove le leggi sono più blande e la controparte è più debole.

Marco Ratti

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