i messaggi della undicesima edizione
ESG.ICI 26, sale la credibilità “di sistema”
Scegliere le parole chiave di un assessment come ESG.ICI è un esercizio molto complesso, alla luce della vastità della survey e dei kpi esaminati, ma, per l’edizione 2026 che verrà presentata mercoledì alla ESG Business Conference, si può individuare un filo conduttore: “credibilità”.
In un periodo di grandi turbolenze come questo, c’era un doppio rischio per il progetto giunto al suo 11esimo anno di età: il primo era quello di un abbandono della nave, e quindi di una riduzione dei partecipanti; il secondo era quello di maggiore superficialità nell’approcciare l’assessment.
Il primo rischio è stato senz’altro annullato dal numero di ESG.ICI company, arrivate alla quota record di 109 (11 in più del 2025). Il secondo rischio sembra essere stato archiviato in base alle attività di verifica sui questionari svolte dall’Ufficio studi di ET.Group. Certo, rimangono domande critiche sulle quali le aziende cercano di arrampicarsi. Ma è emersa comunque una generale e convincente buona fede.
Del resto, il tema di questa edizione, “La nuova narrativa ESG”, parte dall’idea che le aziende stiano entrando in una nuova fase, in cui la sostenibilità non è più monopolizzata dalla compliance, ma si confronta con lo scomodo orizzonte del libero arbitrio. In cui occorre decidere in autonomia (senza la guida obbligata della norma), cosa è effettivamente strategico. In tale prospettiva, ha ancor meno senso immaginare la partecipazione a un assessment come ESG.ICI con l’intento di bluffare.
Da qui l’idea che la “credibilità”, a cominciare, appunto, da quella verso se stessi, sia stata protagonista.
I KPI DELLA CREDIBILITÀ
Ci sono anche segnali statistici a sostegno del progressivo esame di coscienza delle aziende partecipanti. Uno di quelli che più colpiscono riguarda le risposte alla domanda “L’azienda ha definito formalmente un proprio “purpose?”. Il tema dello “scopo” aziendale è cruciale nel concetto di ESG Identity, ma negli anni ha dimostrato due dinamiche in conflitto: da un lato, la voglia delle aziende di avere un purpose; dall’altro, la grandissima fatica a darsi un “purpose” degno di questo nome. Ebbene, quest’anno le aziende sembrano aver accettato la seconda dinamica, e aver preso atto che la questione “purpose” è una sfida più complessa del previsto: le risposte positive (nel campione delle società quotate) sono calate dal 41 al 37 per cento.
Una interpretazione simile si può fare per un altro scoglio concettuale: la domanda “La società conosce i propri azionisti Sri/ESG?”. Anche qui, nel campione delle società quotate, emerge la presa di consapevolezza della reale complessità della questione, e i “no” sono saliti dal 44,4 al 45,9 per cento. Insomma, crescono quelli che devono ammettere di non conoscere i propri investitori.
Un segnale di credibilità arriva anche da una nuova domanda contenuta nell’area straordinaria: “La società ha adottato un approccio trasparente nella comunicazione?”. Qui sono interessanti le percentuali di aziende che “confessano” le cose che non fanno: il 14% ammette di rendicontare e spiegare gli “aspetti di sostenibilità non adottati/sviluppati”; addirittura il 27% riporta “aspetti di sostenibilità su cui è cessata l’iniziativa aziendale e quindi non più portati avanti”.
ENTUSIASMO DI FRONTIERA
Il “raffreddamento” dei due casi precedenti (purpose e azionisti) non tragga in inganno: non è un abdicare all’entusiasmo con cui le società partecipanti svolgono l’assessment. Tanti quesiti di frontiera lo registrano. Tra questi, particolarmente significativa è la domanda “La società ha individuato/creato una figura specifica per le relazioni con gli stakeholder?”. C’è parecchia confusione, ma è interessante come, sempre nel campione società quotate, i no scendano a piombo (dal 40 al 33%) in un anno. Questo dimostra, quanto meno, l’intenzione di gestire in maniera più strutturata la questione stakeholder. Per quanto, come detto, il tema sia ancora maneggiato con una certa superficialità tecnica: appena il 24% delle quotate, per esempio, dichiara di avere “un meccanismo per monitorare i potenziali trade off tra gli interessi dei diversi stakeholder”.
Un’altra frontiera entusiastica è quella dell’intelligenza artificiale: balzano dal 44 al 54% le quotate che dichiarano di aver “avviato un modello di gestione dell’Al responsabile (Rai)”.
NON QUOTATE, SFIDA DI SISTEMA
Un altro aspetto rilevante di ESG.ICI 2026 è che comincia a essere un campione solido quello delle aziende non quotate (il 31% del totale). Certo, il ritardo in termini di processi e cultura di governance è tangibile, rispetto alle aziende che si misurano con i listini. Un esempio su tutti: il 47% delle non quotate non ha inserito gli Esg nei comunicati di bilancio (contro il 28% delle quotate).
Ma, in un’epoca in cui il sistema sta moltiplicando gli sforzi per arrivare a indicatori credibili della capacità competitiva della sostenibilità, va colto il segnale strutturale: il numero di aziende non quotate che si mettono in gioco con ESG.ICI sta crescendo in modo importante (+30% nel 2025).
Insomma, anche fuori dalla Borsa, le aziende cercano l’identità Esg. Ed è probabilmente la conferma più chiara di quanto la governance sostenibile sia un metro della credibilità di sistema.
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