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Greenwashing, più rischi con la transizione

28 Ott 2026
Notizie Companies & CSR Commenta Invia ad un amico
Il report evidenzia la crescita dei rischi di washing legati alle imprese che favoriscono la transizione energetica, con maggiori impatti su biodiversità ed ecosistemi e contestazioni sempre più gravi. In un quadro normativo frammentato, diventa centrale verificare la credibilità delle dichiarazioni ambientali

Il greenwashing non riguarda più soltanto le imprese ad alte emissioni o le dichiarazioni ambientali poco credibili. Con l’espansione della transizione energetica, il rischio si estende anche ai settori chiamati a sostenerla, dalla produzione di energie rinnovabili all’estrazione di minerali, fino alla finanza. È quanto emerge dal Greenwashing Report 2026 di RepRisk, secondo cui tra il 2022 e il 2026 gli episodi di rischio legati al greenwashing sono aumentati del 112 per cento. Nel periodo considerato, inoltre, le aziende coinvolte sono arrivate a 1.594, il 28% in più rispetto all’anno precedente.

LA TRANSIZIONE RIDISEGNA I RISCHI

La distribuzione del rischio tra i settori sta cambiando. Tra il 2022 e il 2026, oil & gas, utilities, mining ed energie alternative hanno aumentato la propria quota di aziende associate a episodi di greenwashing, mentre i servizi finanziari e l’alimentare hanno perso terreno. Il fenomeno riguarda anche le attività che contribuiscono alla decarbonizzazione: investimenti nelle rinnovabili, progetti infrastrutturali e iniziative legate ai minerali strategici possono generare impatti ambientali e sociali non coerenti con le dichiarazioni di sostenibilità. «La partecipazione alla transizione, quindi, non esclude l’esposizione al rischio: le dichiarazioni ambientali devono considerare anche gli effetti su biodiversità, territorio e risorse naturali», viene evidenziato nel report.

BIODIVERSITÀ AL CENTRO

Un altro elemento rilevante riguarda l’ampliamento delle questioni ambientali associate al greenwashing. Per la prima volta in cinque anni, nel 2026 gli impatti su ecosistemi e biodiversità hanno superato cambiamento climatico ed emissioni come tema più frequentemente collegato agli episodi di rischio analizzati da RepRisk. «Un cambiamento che riflette l’attenzione verso gli impatti complessivi delle attività economiche, oltre alla sola riduzione delle emissioni», analizzano gli autori. Inoltre, le differenze tra settori sono significative. Nelle energie alternative, tra il 2022 e il 2026, i collegamenti con episodi di rischio relativi a ecosistemi e biodiversità sono stati 116, contro 92 riferiti a clima ed emissioni. Anche nel settore minerario, nelle utilities e nei metalli industriali assumono rilievo gli impatti sulla biodiversità e l’inquinamento locale.

CONTESTAZIONI PIÙ GRAVI

Il report evidenzia anche un aumento della gravità delle contestazioni: quasi un episodio di greenwashing su quattro presenta accuse severe, rispetto a circa uno su sei nel 2022. Inoltre, nel 2026 tre quarti degli episodi hanno riguardato aziende già associate a rischi di greenwashing negli anni precedenti. Allo stesso tempo, nei settori mining ed energie alternative la maggioranza delle imprese coinvolte è comparsa per la prima volta nell’analisi, segnalando l’ingresso di nuovi soggetti nel perimetro di rischio. «Per investitori, banche e asset manager, la valutazione non può quindi limitarsi agli obiettivi climatici dichiarati o alla conformità normativa. Diventa rilevante verificare la coerenza tra impegni, attività finanziate e impatti effettivi, anche attraverso fonti indipendenti», evidenzia  il report.

NORMATIVE IN EVOLUZIONE

Il documento conclude con una riflessione sul quadro normativo collegato al greenwashing, sempre più frammentato. Nell’Unione europea, mentre la direttiva Green Claims è in stallo e le riforme Omnibus del 2026 hanno ridotto alcuni obblighi di rendicontazione e due diligence, la direttiva Empowering Consumers for the Green Transition, applicabile dal 27 settembre 2026, introduce regole più stringenti sulle dichiarazioni ambientali rivolte ai consumatori. A livello internazionale, gli approcci restano divergenti: il Regno Unito ha puntato sulla vigilanza finanziaria, mentre Svizzera, Asia-Pacifico e Paesi del Golfo stanno sviluppando quadri di riferimento legati agli standard internazionali di disclosure. Negli Stati Uniti, invece, l’incertezza sulle politiche federali si accompagna all’avanzamento di obblighi informativi a livello statale, oggetto di contenziosi. In questo contesto, conformità normativa e credibilità non coincidono: anche in presenza di obblighi informativi meno estesi, dichiarazioni ambientali incomplete o non supportate da evidenze possono esporre le imprese a critiche e rischi reputazionali.

Giulia Bandini

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