analisi di Common Wealth

Londra, fondi passivi “rifugio” dell’oil&gas

28 Apr 2022
Notizie ESG Market Commenta Invia ad un amico
I fondi passivi stanno aumentando sempre più la quota di fund ownership nelle società quotate nel Regno Unito e dominano soprattutto nel settore dei combustibili fossili. Il rischio è che diventino i «detentori di ultima istanza» delle società oil&gas, facilitando loro l'accesso al capitale e ostacolando la transizione climatica

I fondi passivi potrebbero minacciare la transizione climatica del Regno Unito. A lanciare l’allarme è il think tank Common Wealth nel paper “The Passive Revolution”. Secondo il gruppo di esperti di finanza, i fondi passivi sono sulla buona strada per superare, nel giro di qualche anno, i fondi gestiti attivamente nell’industria dei combustibili fossili del Regno Unito. E avvertono che l’ascesa di quello che il think tank chiama il capitalismo dei gestori patrimoniali, esplorata in un precedente report, avrà implicazioni non solo sul modo in cui le aziende sono governate, ma anche su come la società risponderà alle grandi sfide come la crisi climatica.

In questo documento, il gruppo di analisti esplora il rischio che la costante crescita di strategie di investimento passive nel Regno Unito possa creare «un’inerzia di stewardship» e di minacciare la transizione climatica del Paese. Nello specifico, Common Wealth punta il dito contro gli indici e soprattutto le società che li forniscono: fintanto che negli indici seguiti dai fondi passivi saranno incluse società attive nel settore dei combustibili fossili, infatti, i mutual fund e gli Etf rischiano di favorire l’accesso ai capitali alle società di oil&gas. Per contribuire a sostenere la transizione verso un’economia decarbonizzata, quindi, gli analisti sostengono che i fondi passivi dovrebbero rafforzare le loro attività di gestione e monitoraggio degli indici di riferimento.

L’ASCESA DEGLI ETF

Dalla ricerca emerge che oggi i fondi di investimento costituiscono una quota di fund ownership significativa nelle società quotate in Borsa del Regno Unito. Inoltre, il paper rileva che, dal 2010 in poi, il divario tra le strategie di investimento passivo e le tradizionali strategie di gestione attiva si è rapidamente ridotto. La quota di azionariato dei mutual fund e degli Etf nelle società dell’indice Ftse All-Share è passata da meno dell’1% nel dicembre 2001 al 2% nel 2012 e al 12% alla fine dell’anno scorso. A guidare la conquista di posizioni di dominio all’interno della struttura azionaria britannica degli investimenti passivi, scrivono gli analisti, è stato un piccolo gruppo di giganti della gestione patrimoniale, tra i quali spiccano Blackrock, Vanguard e State Street.

Il settore in cui questo successo è più pronunciato è proprio quello dei combustibili fossili, l’unico in cui al momento i fondi passivi rappresentano oltre il 40% di tutta la proprietà riconducibile ai fondi. Nello specifico, la ricerca ha rilevato una ownership passiva del 45% di tutte le quote di combustibili fossili detenute dall’industria dei fondi, rispetto alla media del 33% riscontrata in tutti gli altri settori. Questa sproporzione nel settore oil e gas è dovuta in parte anche al fatto che, negli ultimi anni, i fondi a gestione attiva hanno progressivamente iniziato a ridurre sempre più i loro investimenti nel settore fossile, in virtù di una maggiore sensibilità e pressione pubblica verso la transizione ecologica e climatica, mentre quelli passivi hanno continuato a espandere la loro partecipazione.

IL RUOLO DEGLI INDICI

A conclusione del paper, Common Wealth sottolinea l’importanza, in questo contesto, del ruolo dei fornitori di indici. E mette in luce come il ruolo delle società che forniscono indici per i fondi di investimento passivi sia non solo relativamente sottovalutato, ma anche poco regolato. Una mancanza criticata dagli autori del paper soprattutto in virtù della grande e crescente influenza che queste società hanno sulle modalità di allocazione del capitale nell’economia globale. Solo tre aziende, Msci, S&P Dow Jones e Ftse Russell, scrivono gli esperti, dominano il business degli indici, assorbendo oltre tre quarti di tutti i ricavi del settore.

Il think tank conclude l’analisi rimarcando che, fintanto che i fornitori di indici continueranno a includere le società dell’industria oil & gas nella costruzione degli indici, i fondi passivi che li imitano rischiano di diventare i «detentori di ultima istanza» a cui si rivolgono i settori ad alta intensità di emissioni per reperire investimenti. In questo modo, i fondi passivi finiranno per facilitare l’accesso al capitale alle società ad alto impatto ambientale escluse dai fondi attivi, aiutandole a mantenere il loro valore azionario e ostacolando la transizione ecologica e climatica del Paese.

Alessia Albertin

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