Georgeson's AGM season review 2021

Say on climate, le italiane non “parlano”

ET.Pro
22 Set 2021
Companies & CSR Commenta Stampa Invia ad un amico
In calo le proposte contestate e più trasparenza sul "CEO Pay Ratio" per le aziende italiane. Mentre il cambiamento climatico diventa protagonista in Europa grazie ai "Say on Climate", ma resta ancora silenzioso per le società di Piazza Affari

Per le società di Piazza Affari dell’indice Ftse Mib la stagione assembleare 2021 registra un calo nel numero di proposte contestate rispetto al 2020. Sono solo 39, infatti, le proposte che in totale hanno ricevuto più del 10% di voti contrari rispetto alle 56 del 2020 (-23.45%). Un trend che procede di pari passo con l’andamento delle raccomandazioni di voto dei principali proxy advisors, con Iss (Institutional Shareholder Services) che ha proposto un voto negativo su 30 proposte del Board, contro le 45 del 2020, e Glass Lewis che ha portato avanti raccomandazioni negative su 32 proposte del Board, contro le 47 del 2020. Un mirroring tra raccomandazioni e voto degli azionisti che non desta alcuna sorpresa ma che riafferma l’influenza dei proxy advisors nel guidare le scelte di voto. Lo rileva Georgeson sottolineando come questi dati confermino «l’importanza per le società di fare un adeguato e proattivo engagement non solo con gli azionisti, ma anche con i proxy advisors».

“Say on Pay” le più contestate

Anche nel 2021, le risoluzioni relative alla remunerazione rimangono la categoria più rappresentata di proposte contestate in Europa. E le società quotate in Piazza Affari confermano questo trend per il settimo anno consecutivo, piazzandosi in testa a Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Francia per numero di proposte contestate su politiche di remunerazione e relazioni di remunerazione. In particolare, le società italiane hanno registrato un lieve aumento del numero delle proposte contestate riguardanti le politiche di remunerazione (47% nel 2021 rispetto al 44% nel 2020). Nel campione di società prese a riferimento, UniCredit e Interpump risultano essere quelle con il livello più basso di voti a favore per la politica di remunerazione, rispettivamente del 54.4% e 55.6%. Diverso andamento invece per le relazioni sulla remunerazione, che vedono una diminuzione nel numero di proposte contestate (39% nel 2021 rispetto al 48% nel 2020), con Azimut Holding e Interpump che registrano il livello più basso di voti a favore (rispettivamente del 54.3% e 58.6%). Andamenti che, per le società citate, appaiono essere anche in questo caso totalmente supportati dai proxy advisors principali.

Maggiore trasparenza sui “CEO Pay Ratio”

Il 78.8% delle società italiane del campione preso a riferimento ha iniziato a rendicontare pubblicamente il proprio ceo pay ratio, il rapporto tra remunerazione maturata dall’amministratore delegato e remunerazione mediana di un dipendente. Nello specifico, 14 società riportano direttamente il proprio ceo pay ratio mentre 12 società riportano le informazioni necessarie per calcolarlo. Si tratta di un segnale positivo in un percorso di graduale trasparenza che accende i riflettori su questo complesso indicatore.

 “Say on Climate” non in Italia

Secondo Georgeson, «il 2021 è stato l’anno durante il quale cambiamento climatico e sostenibilità sono stati protagonisti in Europa». Gli analisti Georgeson riportano che sono almeno 15 le società europee che nel 2021 hanno presentato delibere consultive sulle proprie strategie di azione sul cambiamento climatico, dando la possibilità agli azionisti di esprimersi in merito alla strategia climatica prevista dal management per affrontare le sfide emergenti. Un trend positivo per le “Say on Climate”, che hanno registrato un alto tasso di approvazione da parte degli azionisti, ma che, in questi primi round, non vedono nessuna società italiana tra le protagoniste. Non mancano inoltre, rileva Georgeson, le preoccupazioni che il voto degli azionisti sulle strategie climatiche «possa portare all’approvazione automatica di strategie climatiche inadeguate e che possa trasferire la responsabilità della strategia di azione sul cambiamento climatico dal board agli azionisti» con un rischio di una potenziale de-responsabilizzazione del board stesso. E se, al di là delle preoccupazioni, le “Say on Climate” si confermano una novità nel panorama assembleare che sembra essere solo all’inizio della sua ascesa, aprendo a nuove opportunità di trasparenza, comunicazione e consapevolezza sulle strategie climatiche aziendali, per le società italiane si apre la domanda per il prossimo futuro: questione di tempo o presa di posizione?

Martina Costa

 

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