analisi sui target di circa 6mila aziende

Decarbon, maxi gap tra breve e lungo termine

21 Gen 2026
Notizie Companies & CSR Commenta Invia ad un amico
Lo studio mostra che le imprese migliorano nella rendicontazione e nei target di breve periodo, ma restano carenti negli impegni di lungo termine. La disclosure e il target setting sono infatti più deboli proprio nei settori a maggiore impatto come energia, trasporti e industria pesante

Le ambizioni di decarbonizzazione dichiarate dalle grandi imprese non sono oggi sufficienti, da sole, a garantire un percorso coerente con gli obiettivi climatici globali. Secondo quanto emerge da una ricerca pubblicata su Scientific Reports, le strategie di riduzione delle emissioni adottate dal mondo corporate mostrano segnali di maturità sul piano della rendicontazione, ma rivelano al tempo stesso uno squilibrio tra obiettivi di breve periodo e impegni di lungo termine.

Lo studio, firmato da Iain Weaver, Jesse F. Abrams, Jack Oliver, Nikolaos Dimakis, Andrew Parry e Timothy M. Lenton, analizza le ambizioni di decarbonizzazione di circa 6mila imprese a livello globale, confrontandole con gli scenari climatici compatibili con un futuro a basse emissioni. «Se nel breve termine molti target aziendali appaiono allineati alle traiettorie più ambiziose, l’assenza di impegni credibili al 2050 rischia di compromettere il contributo complessivo delle imprese al raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi», sottolinea la ricerca.

REPORTING IN CRESCITA

Secondo lo studio, la quantità e la qualità dei dati sulle emissioni aziendali sono ormai tali da rendere possibile un affiancamento ai tradizionali inventari nazionali, consentendo di osservare in modo più puntuale come politiche climatiche e dinamiche di mercato si traducano nelle scelte delle singole imprese. Le imprese che rendicontano attraverso Cdp, Iss (Institutional Shareholder Services) e Sbti rappresentano circa il 60% della capitalizzazione di mercato globale e sono responsabili di circa il 20% delle emissioni mondiali di gas serra.

«Un risultato rilevante, soprattutto considerando che il numero di aziende che comunicano dati climatici è quasi raddoppiato dal 2020», viene evidenziato dagli autori. Tuttavia, la copertura resta parziale: a fronte di una forte rappresentatività finanziaria, la quota di emissioni effettivamente intercettate è ancora limitata. «Il divario tra peso economico e peso emissivo segnala che ampie porzioni dell’economia, in particolare settori ad alta intensità di carbonio e mercati privati, restano fuori dal perimetro della disclosure», spiegano gli autori.

2030 VS 2050

Il confronto tra i target aziendali e gli scenari del Network for Greening the Financial System (Ngfs), la rete delle banche centrali e delle autorità di vigilanza impegnata nello sviluppo di scenari climatici per il sistema finanziario, restituisce un quadro ambivalente. Gli obiettivi di riduzione al 2030 risultano, nella maggior parte dei casi, coerenti con i percorsi di decarbonizzazione più ambiziosi, inclusi quelli compatibili con una traiettoria net zero.

«Lo scenario cambia radicalmente guardando oltre il breve-medio periodo. Gli impegni al 2050 appaiono deboli o assenti, soprattutto nei settori a maggiore intensità emissiva, come energia, trasporti e industria pesante», si legge nel report. Al contrario, le promesse di neutralità climatica sono più diffuse nei comparti dei servizi, della finanza e della tecnologia, che però contribuiscono in misura minore alle emissioni globali.

IMPATTI PER POLICY E INVESTITORI

Lo studio lancia un segnale chiaro ai politici e agli investitori: «Non è possibile dare per scontato che le attuali ambizioni corporate siano sufficienti a garantire una riduzione delle emissioni coerente con gli obiettivi climatici globali. La crescita del reporting volontario, pur positiva, non colma le lacune lasciate dall’assenza di standard obbligatori e comparabili a livello internazionale». Per evitare che la transizione resti ancorata a obiettivi di breve termine, gli autori sottolineano la necessità di rafforzare i quadri regolatori sulla disclosure climatica, migliorare la qualità e la verificabilità dei dati e integrare in modo più sistematico le informazioni sulle emissioni nei processi di allocazione del capitale.

Giulia Bandini

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