Private investors, il rischio climatico pesa meno della geopolitica

29 Ott 2026
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Solo il 14% degli investitori istituzionali colloca il rischio climatico tra le cinque principali minacce agli investimenti, contro l'82% che indica le tensioni geopolitiche. Nonostante il contesto di incertezza, il 37% degli investitori prevede di aumentare il capitale destinato ai mercati privati

Il rischio climatico figura tra le cinque principali preoccupazioni di investimento soltanto per il 14% degli investitori istituzionali attivi nei private markets. E non solo. Nessuno lo indica come il rischio più importante. Le tensioni geopolitiche, invece, entrano nelle prime cinque posizioni per l’82% degli intervistati e sono considerate il rischio principale dal 36%.

A portare alla luce questa nuova mappatura dei rischi per i private investors, dove emerge una forte presenza di quelli più significativi dal punto di vista Esg, è la 2026 Global Alternatives Survey: The LP View, intitolata Rethinking, Not Retreating, realizzata da Goldman Sachs Alternatives.

L’indagine, condotta tra giugno e agosto 2026, raccoglie le opinioni di 225 limited partner (LP), ossia investitori nei fondi, e altri investitori istituzionali a livello globale. Il campione comprende fondi pensione, compagnie assicurative, fondazioni, fondi sovrani, family office e gestori patrimoniali, con una presenza del 43% nelle Americhe, del 40% nell’area Europa, Medio Oriente e Africa (Emea) e del 17% nell’Asia-Pacifico.

Il dato sul clima non misura direttamente l’integrazione dei criteri Esg nelle strategie di investimento. Mostra però quanto il rischio climatico risulti distante dalle preoccupazioni geopolitiche e macroeconomiche nella graduatoria delle priorità dichiarate dagli investitori.

GEOPOLITICA PRIMO RISCHIO, CLIMA FUORI DALLE PRIORITÀ

Per il terzo anno consecutivo, le tensioni geopolitiche occupano il primo posto nella classifica dei rischi percepiti dagli investitori istituzionali. L’82% degli intervistati le colloca tra le cinque principali minacce agli investimenti, seguito dall’inflazione, indicata dal 67%, e dal rischio di rallentamento economico o recessione negli Stati Uniti, citato dal 63%.

Seguono il deterioramento delle condizioni di liquidità, al 37%, il costo dei finanziamenti, al 34%, e le controversie commerciali e i dazi, al 33%.

Il rischio climatico si ferma invece al 14%, al di sotto anche delle preoccupazioni legate alla sostituzione dei lavoratori attraverso nuove tecnologie, indicate dal 28%, e agli attacchi informatici su larga scala, citati dal 25%.

La distanza emerge anche considerando esclusivamente il rischio giudicato più importante. Le tensioni geopolitiche raccolgono il 36% delle risposte, mentre il rischio climatico non viene indicato da nessun intervistato come prima scelta.

Il rapporto collega la centralità della geopolitica alle incertezze sul conflitto con l’Iran, all’andamento dei prezzi energetici e alle possibili conseguenze su inflazione, tassi di interesse e crescita economica. Ma attenzione. La sensibilità geografica non è uniforme. Nell’area Emea, il 44% degli investitori considera la geopolitica il rischio principale, contro il 31% nell’Asia-Pacifico e il 30% nelle Americhe.

IL RISCHIO CLIMATICO PERDE IMPORTANZA?

La graduatoria solleva una questione per gli investimenti Esg nei mercati privati: il rischio climatico sta perdendo rilevanza nelle valutazioni degli investitori oppure viene semplicemente considerato meno urgente rispetto alle minacce geopolitiche e macroeconomiche? I dati di Goldman Sachs Alternatives non permettono di scegliere tra queste due interpretazioni.

La domanda posta agli intervistati riguarda infatti i maggiori rischi di investimento percepiti nel momento dell’indagine. Non misura quanto i fattori climatici vengano considerati nella selezione dei fondi, nell’analisi delle società partecipate o nelle strategie di gestione dei portafogli. Il 14% rappresenta quindi la quota di investitori che colloca il clima tra i cinque rischi principali, non la percentuale di investitori che tiene conto dei rischi climatici nelle proprie decisioni.

Allo stesso modo, il fatto che nessuno lo indichi come rischio prioritario non significa che il cambiamento climatico venga ignorato. La ricerca 2026 non contiene elementi sufficienti per stabilire se l’attenzione degli investitori verso il clima sia diminuita rispetto agli anni precedenti. Il risultato fotografa una gerarchia delle preoccupazioni nel 2026, non un cambiamento misurato nelle politiche Esg.

LA LIQUIDITÀ CONDIZIONA LE SCELTE NEI PRIVATE MARKETS

Il peso delle preoccupazioni finanziarie emerge anche dalle risposte relative ai programmi di investimento. Nonostante il contesto di incertezza, il 37% degli investitori prevede di aumentare il capitale destinato ai mercati privati rispetto all’anno precedente, mentre il 47% intende mantenere invariato il ritmo degli investimenti. Soltanto l’11% prevede una riduzione.

Il principale ostacolo non è quindi la mancanza di interesse verso gli investimenti alternativi, ma la difficoltà di recuperare capitale dalle operazioni già effettuate. Il 35% degli intervistati indica infatti la scarsità delle distribuzioni, cioè dei capitali restituiti dai fondi agli investitori, come il fattore che incide maggiormente sui nuovi impegni finanziari. Un ulteriore 29% segnala le modifiche agli obiettivi di allocazione del portafoglio.

Nel private equity, la liquidità rappresenta la principale criticità per il 28% degli intervistati, davanti ai rendimenti, indicati dal 21%, e alle valutazioni, al 16%.

Questi risultati aiutano a comprendere il contesto nel quale si colloca il dato sul rischio climatico. Gli investitori stanno affrontando problemi immediati legati alla restituzione del capitale, alle condizioni economiche e alla gestione dei portafogli.

INFRASTRUTTURE E INTELLIGENZA ARTIFICIALE TRA LE OPPORTUNITÀ

Un ulteriore elemento emerge dalle prospettive degli investitori sulle diverse classi di attività. Le infrastrutture raccolgono valutazioni particolarmente favorevoli: il 43% degli intervistati considera le opportunità migliori rispetto all’anno precedente, mentre soltanto il 7% esprime un giudizio negativo. Il 46% degli investitori con obiettivi di allocazione nelle infrastrutture dichiara inoltre di essere ancora al di sotto del peso previsto per questa classe di attività.

Tra i fattori destinati a modificare il settore degli investimenti alternativi, l’intelligenza artificiale occupa il primo posto. Il 34% degli intervistati la indica come il principale motore di cambiamento nei prossimi cinque anni, davanti al consolidamento del settore e alle trasformazioni del ciclo economico, entrambi al 13%.

Il rapporto richiama anche il fabbisogno di capitali per le infrastrutture fisiche necessarie allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, comprese le reti elettriche, l’energia e le infrastrutture digitali. Si tratta di ambiti nei quali possono emergere questioni ambientali rilevanti.

COSA INTERESSA AGLI INVESTITORI ISTITUZIONALI NEI PRIVATE MARKETS

La Global Alternatives Survey 2026 restituisce l’immagine di investitori istituzionali ancora interessati ai mercati privati, ma più selettivi nella scelta delle strategie e dei gestori. Il 78% degli intervistati che ha recentemente investito in nuovi gestori indica i risultati storici come uno dei principali criteri di selezione, seguito dall’accesso a nuove strategie o classi di attività, al 50%, e dalla specializzazione dei gestori, al 39%.

Fabrizio Guidoni

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